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Ci sono film e film. Non sto parlando dal punto di vista qualitativo, di film belli e brutti, interessanti o noie mortali. Sto parlando di differenze stilistiche, narrative, del modo che hanno di farsi strada nelle vite di chi è dall’altra parte dello schermo. Alcuni film sono netti, rapidi, forti: ci catapultano velocemente in mondi dai quali usciamo con altrettanta velocità non appena sullo schermo compare la parola Fine. Altri invece entrano in punta di piedi, con delicatezza, quasi non li sentiamo. Sono naturali: guardarli è come immaginare una storia dai protagonisti sconosciuti raccontata da un amico. E quando il film finisce ci siamo ancora dentro. O meglio: è una piccola parte del film a restare dentro di noi ben oltre i titoli di coda. Ecco, è a questa seconda categoria che appartiene Tre ciotole.
Tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia – l’ultimo pubblicato prima della morte dell’autrice – e diretto da Isabel Coixet, Tre ciotole è stato distribuito nelle sale italiane a partire dal 9 ottobre 2025 (qui la lista dei 10 migliori film usciti nel mese) ed è disponibile da febbraio su Sky e NOW. Con una trama legata a doppio filo all’esperienza reale dell’autrice del libro ma contemporaneamente anche resa comprensibile e condivisibile da un pubblico più ampio, il film porta sullo schermo grazie all’interpretazione di Alba Rohrwacher – affiancata da un Elio Germano che sembra adatto a qualsiasi ruolo in qualsiasi momento – una storia fatta di dolore e consapevolezza, di dolcezza e di malinconia. Una storia che, come detto, entra in punta di piedi, ma non se ne va.
Cosa succede quando la vita di una giovane donna viene totalmente rivoluzionata?

Marta è un’insegnante di educazione fisica che vive a Roma insieme al suo compagno Antonio, proprietario e chef di un ristorante. La loro è una relazione di lunga data. Stanno insieme da tanto ma hanno perso da qualche parte quel qualcosa che insieme li faceva stare davvero bene, dimenticato tra le cose da fare e i luoghi da dover frequentare per forza. Ma Marta le cose per forza non riesce proprio a farle. È una di quelle persone – rare – che non esitano a dire no se non hanno voglia di vederti, né tantomeno a guardarti in faccia e ammettere che ciò che dici non le importa minimamente. Questo però nella relazione con Antonio si trasforma in una mancanza di compromesso che diventa uno degli ostacoli per lui insormontabili alla buona riuscita della loro relazione. E quindi, non senza mancanza di amore, Antonio lascia Marta.
Marta si chiude in se stessa, nella sofferenza, nei ricordi di un passato che non può mai tornare. Eppure lei ancora non lo sa, ma questo grande cambiamento è solo un assaggio di ciò che la vita ha in serbo per lei. Comincia ad avere disturbi gastrointestinali sempre più importanti, che lei stessa connette più a fattori emotivi che corporei. Ma il controllo che sua sorella impicciona ed egoriferita le consiglia di fare si trasforma in una verità inaspettata: un tumore metastatico al quarto stadio. Una diagnosi che è una doccia gelata. Non ci sono operazioni, chemio o radio all’orizzonte, ma solo cure che possono bloccare la crescita delle metastasi e permettere a Marta di convivere con la sua malattia. O per lo meno questo è ciò che si spera.
La diagnosi mette un punto alla vita di prima e apre la protagonista di Tre ciotole a un nuovo modo di vedere e vivere le cose.
Accompagnata dal cartonato di un cantante coreano – la passione di Michela Murgia per il k-pop è fatto noto – che diventa suo confidente durante le lunghe notti e giornate di solitudine, Marta comincia a elaborare un nuovo modo di vivere la vita. Una possibilità che non altera in alcun modo il tipo di persona che è, ma che le dà il La per riuscire a guardare più a fondo in ciò che le accade, vivendo in maniera meno passiva. Potrebbe sembrare un paradosso, vista l’imminenza di una morte che sembra sempre più certa. E invece è proprio lì che sta il fulcro della narrazione: Tre ciotole non è un film sulla morte, è un film sulla vita. E sulla consapevolezza di non dover necessariamente attendere l’avvicinarsi della fine per cominciare a viverla davvero.

Dopo aver chiuso gli occhi nel dolore che segue l’abbandono da parte di Antonio, Marta li riapre e comincia a notare dettagli che prima le sfuggivano. Il collega di Filosofia che è da sempre innamorato di lei da lontano, timidamente, con quel velo d’ironia di cui fa uso chi non riesce a osare per davvero. Le alunne del liceo che soffrono più di quanto facciano apparire e lo fanno insieme, abbracciandosi, essendoci l’una per l’altra. E in questa nuova luce che inonda la casa testimone di una vita di coppia e da sola, Marta ritrova tre ciotole dimenticate, prese con i punti del supermercato nel bel mezzo di una discussione con Antonio. Anche quelle ciotole erano oggetto di disaccordo: lei le voleva, lui no. Ma lungi dal rappresentare la fine della relazione, si fanno portatrici di una vita diversa.
Ludwig Feuerbach diceva che l’uomo è ciò che mangia.
Dando questo per vero, l’evoluzione del modo in cui Marta affronta l’esistenza viene ben rappresentato proprio da ciò con cui riempie di volta in volta le tre ciotole. Cibo semplice, ma anche preparazioni alle quali viene data sempre più cura, prima per se stessa, poi anche per gli altri. E, alla fine, c’è la concessione di quelle stesse ciotole e degli spazi a lei tanto cari a chi resterà quando lei andrà via. A persone che nel bene e nel male hanno incrociato il suo cammino e lo hanno riempito di cose non sempre belle, ma sempre profonde. Perché tutto l’amore che c’è stato, che abbiamo dato e ricevuto, da qualche parte dovrà pur andare quando noi non ci siamo più.
Ad accompagnarci nel percorso di nuova consapevolezza di Marta è una colonna sonora coinvolgente, che ci resta dentro e che ci culla tra una scena e l’altra, tra un pezzetto di vita e un altro. Mahmood e Ornella Vanoni nella loro versione di Sant’Allegria sono leggeri, sembrano quasi volare così come le note delle musiche che, dall’inizio alla fine di Tre ciotole, continuano ad accarezzarci. Ed è proprio questo che il film è: una carezza che non ci aspettiamo. Perché quando parliamo di vita e di morte ci aspettiamo di veder arrivare la sofferenza ben prima della cura.

Tre ciotole non è un film che vuole spiegarci il senso della vita.
Anzi, ci tiene a specificarlo: la vita è un incidente bellissimo. E la maggior parte delle cose che ci succedono nel corso di questo incidente un vero perché non ce l’hanno nemmeno. Il senso di un film come questo non sta nella ricerca di una verità assoluta, ma nella consapevolezza che, finché ci siamo, abbiamo ancora la possibilità – e sotto sotto magari anche il dovere – di approfittarne, di guardarci attorno e cogliere tutto il bello che possiamo e riusciamo.
Non posso neanche immaginare il percorso di amore e dolore che ha portato Michela Murgia a queste consapevolezza. Eppure durante la visione, l’autrice ci accompagna come un personaggio invisibile ma sempre presente. Un personaggio che non vuole darci un insegnamento, ma farci un regalo: condividere ciò che lei ha sperimentato con noi che abbiamo ancora la possibilità di farlo a nostra volta. Una nuova alba e un nuovo tramonto continueranno a esserci con e senza di noi: è goderceli ciò che ci rende davvero vivi.







