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Train Dreams – La Recensione del drama Netflix sulla vita che svanisce nel suono del tempo

Copertina del film Train Dreams

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul film Train Dreams.

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C’è un momento, guardando Train Dreams, in cui si ha la sensazione che il film smetta di raccontare la storia di un singolo uomo e inizi a parlare di tutti noi. Non perché Robert Grainier, il suo protagonista, sia un personaggio universale nel senso più facile del termine, ma perché è fragile, distratto, pieno di vita e pieno di assenze. Ma, ancor di più, lui attraversa il tempo come fanno gli uomini veri: senza far rumore, senza lasciare monumenti, senza pretendere di essere ricordato. Train Dreams, di fatto, è la nuova proposta di Netflix che costruisce la sua forza sull’idea che l’esistenza non è un arco narrativo, ma una traiettoria che lasciamo alle spalle senza neanche accorgercene, mentre la ferrovia avanza, i boschi bruciano, il lavoro ci consuma e le persone che amiamo diventano prima ricordi e poi fantasmi.

Clint Bentley parte da Denis Johnson sapendo che la novella è già cinema, ma un cinema intimo, fatto di respiri e di impossibilità. L’adattamento non tenta di tradurre la pagina in scena, ma di reinterpretarne la temperatura emotiva. Il risultato è un film di immagini sospese, di silenzi che parlano, di natura che non è scenografia ma drammaturgia pura. È un’opera che si muove lenta, come un animale ferito, costringendo lo spettatore ad adeguarsi a un ritmo diverso, più antico, quasi rituale. Qui il tempo non è solo ambiente, ma un personaggio… Uno dei più spietati.


Robert Grainier in Train Dreams (Yahoo)

Robert Grainier sfugge alla psicologia tradizionale

Noi non ne conosciamo quasi nulla, eppure ne sappiamo abbastanza per riconoscerne il peso interiore. Parliamo di uno di quegli uomini cresciuti fra legno, fatica e mito americano, il cui unico linguaggio è quello delle braccia, degli occhi bassi, del lavoro che non finisce mai. Joel Edgerton regala una delle interpretazioni più sottili della sua carriera. La grandezza sta nell’essere quasi invisibile, non c’è mai un’esplosione emotiva, un’intonazione a effetto, un gesto pensato per catturare lo spettatore. È un corpo che esiste, che fatica, che ama con pudore, che perde con dignità, che continua a muoversi quando avrebbe ragione per fermarsi. Questa scelta attoriale è fondamentale per capire il tono del film, pertanto, Train Dreams non crede nei protagonisti come centri del mondo, ma come punti di transito, uomini che vivono dentro un paesaggio più grande di loro.

E il paesaggio, qui, è tutto. La foresta del Nord-Ovest americano non è un luogo, ma una presenza. Bentley e il direttore della fotografia (ecco le serie con un’ottima fotografia) Adolpho Veloso la rendono viva, minacciosa, divina. L’aria densa di fumo dei taglialegna, la neve che si posa sulle travi, i tramonti che diventano fuochi arancioni sono momenti che parlano più di mille parole. È un film che chiede allo spettatore di guardare come guarderebbe un bambino: non aspettandosi che qualcosa accada, ma cercando il senso nelle forme, nei rumori, nella luce che cambia. La ferrovia, poi, è un altro cuore pulsante, in quanto simbolo del progresso, della violenza e del destino. Una linea d’acciaio che taglia il continente e allo stesso tempo taglia le vite. Tuttavia, ancor più affascinante è come il film ne parli senza moralismi. A questo proposito, la ferrovia non è né buona né cattiva.

In Train Dreams è soltanto il mondo a cambiare

Quando questo accade, qualcuno inevitabilmente viene lasciato indietro. Robert Grainier appartiene a questa categoria, a quegli uomini che non scelgono, che non combattono, che semplicemente subiscono. E in questo subire, la loro vita prende forma. Il tema della perdita (qui le serie per elaborare un lutto), più di tutti, è ciò che definisce Train Dreams. Non solo la perdita intima, familiare, devastante e silenziosa che il film mostra senza spettacolo, piuttosto quella come condizione esistenziale. Il film lavora sul vuoto, su ciò che resta quando ciò che contava se n’è andato. E lo fa senza concessioni melodrammatiche, tanto che il dolore non è mai urlato. È un’ombra dietro le spalle di Robert, un dubbio nello sguardo, un passo più lento. È l’abitudine degli uomini che non hanno mai avuto il lusso di crollare.


In secondo luogo, una grande intuizione del film è anche il modo in cui affronta le tensioni razziali e sociali dell’epoca. Bentley inserisce l’episodio del lavoratore cinese in maniera secca, brutale, senza spettacolarizzazione e senza spiegazione, lasciandolo sospeso nella coscienza di Robert. Pertanto, si tratta di un trauma di cui non riesce a parlare, un’ombra morale che lo accompagnerà sempre. Alcuni critici hanno voluto leggere qui un limite dell’adattamento, come se il film restasse troppo timido. Ma a ben vedere, la scelta è coerente: Train Dreams non è un film che indaga, è un film che osserva. Non chiede di capire, chiede di sentire.

Una scena del film Netflix (Sortiraparis)

La pellicola ha un tono quasi spirituale

Il rapporto con la natura, con il lavoro, con il tempo e con la morte crea una tessitura incredibilmente densa. C’è un rispetto profondo per la vita, per ciò che esiste anche quando nessuno lo guarda. L’introduzione della voce narrante (ecco le migliori voci narranti delle serie), molto discussa, aggiunge un ulteriore strato poetico e diventa un respiro che proviene dal futuro, un tentativo di custodire ciò che rischia di scomparire. È come se qualcuno, lontanissimo da Robert, provasse a ricordarlo per lui, a salvarlo dalla dissolvenza.


Dal punto di vista narrativo, la struttura frammentaria, fedelissima alla prosa di Johnson, è fondamentale. Non c’è costruzione classica, non ci sono atti, non ci sono punti di svolta nel senso canonico. Ci sono momenti e frammenti. Ci sono istanti illuminati da qualcosa che non sappiamo definire e che proprio per questo diventano memorabili. Alcuni spettatori lo troveranno destabilizzante, altri lo considereranno la sua grandezza.

Train Dreams è perfetto per provare sensazioni

In questo modo la pellicola mette insieme un paradosso delicato: sembra piccola, minimale, quasi modesta, ma dentro ha l’ambizione di parlare dell’essere umano davanti all’ineluttabile. Non lo fa con frasi celebri, né con scene madri. Lo fa con un fluire continuo di immagini che sembrano sognate, con emozioni che emergono come acqua da una falda profonda, con una sensibilità (qui la sensibilità di Murphy in The Good Doctor) che oggi è sempre più rara al cinema. È un’opera che non si limita a raccontare ma riflette e invita chi la guarda a riflettere con lei.

Alla fine, dunque, ciò che resta di Train Dreams non è la storia di Robert Grainier. È la sensazione precisa di aver guardato la vita di un uomo come tanti come se fosse importante. Come se ogni gesto, ogni legno tagliato, ogni lacrima trattenuta avesse un peso specifico. Come se il mondo, mentre correva sulla sua ferrovia lucente, si fosse fermato un attimo per osservare il destino di chi resta nelle pieghe, nelle periferie, nelle radure dimenticate della storia. È una poesia sul niente che diventa tutto. Una meditazione visiva che riesce a sospendere il tempo senza chiedere nulla in cambio.