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To Cook a Bear – La Recensione della Serie Tv nordic noir tra orsi, superstizione e colpa, ora su Disney+

To Cook a Bear

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Nella Svezia del Nord del 1852, nella remota comunità di Kengis, arriva un pastore con la speranza di cambiare le cose. Il paese è avvolto da gelo, credenze, legami di sangue e segreti conservati nell’ombra degli abeti. To Cook a Bear, da noi presentata di recente nelle nostre guide settimanali dedicate alle serie tv in uscita, comincia da lì, da un corpo ritrovato in una palude, da storie suggestive di orsi famelici, dal contrasto tra fede e ragione, autorità e povertà. È una storia che promette mistero, tragedia e riflessione sociale.

Pensata per Disney+ come Nordic Original, è capace di evocare paesaggi, tensioni ancestrali, atteggiamenti morali forti. E in larga parte mantiene queste promesse, anche se non senza inciampi. Ebbene, da un lato To Cook a Bear riesce pienamente a evocare un senso di atmosfera algida, presagi e isolamento. La fotografia gelida, i boschi innevati, la comunità rurale che fatica a sopravvivere: tutto questo non è solamente ambientazione, ma diventa personaggio.

Le immagini evocano non solo freddo fisico ma freddo morale. O meglio, l’idea che la natura non sia neutrale ma partecipe, che l’orso possa essere davvero non solo un animale, ma metafora, minaccia, calamità e anche specchio della colpa umana. Gustaf Skarsgård, nel ruolo del pastore, appena arrivato, dà corpo a una figura idealista, tormentata, che sogna giustizia sociale ma deve districarsi in tradizioni, autorità locali e paure primitive. Al suo fianco, il giovane Jussi, ragazzo Sámi adottato, porta con sé un conflitto interiore potente. Di fatto, egli sente un forte desiderio di appartenenza, la tensione tra quello che il padre adottivo vorrebbe, quello che la comunità impone, e le discriminazioni sottili ma concrete che il sangue Sámi comporta.

Il pastore e il figlio Jussi in To Cook a Bear (The Guardian)

Lo stile narrativo di To Cook a Bear è raffinato

Il flusso è sicuramente drammatico, visionario, con un tocco gotico. In altri momenti, però, il registro vacilla, come se la serie non sapesse sempre che tipo di bestia vuole essere, e se l’orso sia più simbolo, demone o solamente killer pratico. Tra le altre cose, inoltre, si sono scene giudicate ironiche o grottescamente sopra le righe. Pensiamo al pastore che scorge indizi come un detective (ecco i detective carismatici delle serie) troppo preparato, gli orrori che emergono improvvisi o la tensione che a volte si costruisce in modo prevedibile e a volte esagerato. Tutto ciò che rende il racconto troppo suggestivo ma non sempre credibile fino in fondo.

Tematicamente, invece, To Cook a Bear ha forza. Sa mettere in luce come la giustizia non sia solo questione legale ma sociale. Come il potere dei privilegi, dell’ignoranza e della chiusura possa deformare la verità. E, infine, come la fede, la scienza, l’autorità ecclesiastica, la struttura sociale rurale, interagiscono. Il conflitto tra élite del villaggio e poveri, tra il nuovo arrivato rivoluzionario e la comunità che si aggrappa ai pilastri di sempre, rappresenta non solo un dramma d’epoca, ma qualcosa che risuona anche oggi. In particolare, lo ritroviamo nelle ingiustizie contemporanee, nelle tensioni identitarie, nella paura del diverso. La presenza del ragazzo Sámi serve anche a smuovere un discorso che trascende la finzione storica e si incentra sul colonialismo interno, sulle minoranze, sul razzismo che si nutre di grettezza.

La sceneggiatura non è sempre all’altezza delle ambizioni

Alcuni personaggi restano su binari troppo stereotipati: la donna indifesa, l’autorità corrotta, il sacerdote idealista che osa troppo, il villaggio oscuro che reagisce sempre male. Lo sviluppo narrativo spesso richiede che certe verità emergano forzatamente, oppure che il protagonista compia deduzioni con facilità quasi cinematografica. Per quanto i dialoghi (qui alcuni splendidi dialoghi delle serie) riescano a restare credibili nella maggior parte dei casi, le svolte investigative ogni tanto risultano poco realistiche. Ciò detto, quando il sospetto di “orso assassino” cede presto al sospetto umano, la serie quasi accelera su temi forti, senza sempre costruire gradualmente le motivazioni o il senso del rischio. Le prime reazioni critiche, pertanto, riflettono questa doppia natura.

The Guardian sottolinea con apprezzamento come To Cook a Bear mescoli realismo crudele e miti ancestrali. Ma osserva, anche, che i personaggi raramente diventano più che simboli nella fable che la serie aspira a essere. In aggiunta, sottolinea quanto le scene investigative in certi momenti sfiorino l’eccesso. Nordic Watchlist, invece, applaude la messa in scena, la fotografia, il senso del luogo, la forza delle tematiche. Poi, riconosce che la tensione cresce quanto l’interesse verso il modo in cui la serie riflette paure universali e pregiudizi persistenti. Da parte del pubblico, infine, traspare curiosità ed entusiasmo, specie tra chi apprezza storie storiche immersive, drammi morali e ambientazioni remote. Tuttavia, non mancano commenti su momenti in cui la serie appare lenta o forzata, dove la sospensione dell’incredulità richiede un piccolo salto di fede.

Una scena della serie tv (The Guardian)

A cosa possiamo paragonare To Cook a Bear?

Dopo un’analisi approfondita, merge quanto To Cook a Bear risulti meno elegante, lirica o sobria di un Il Serpente dell’Essex (ecco la nostra recensione), per citarne una. Allo stesso tempo, però, condivide con esso la capacità di sondare il soprannaturale e la superstizione come linfa per il dramma umano. Non è di certo un nordic noir classico con procedura rigida. Di fatto, la struttura investigativa serve più a esplorare relazioni, paure, colpe, che a costruire un puzzle perfetto. Questo la avvicina a drammi storici più filosofici con pennellate di horror rurale, piuttosto che a thriller di genere puro. Nel complesso, in conclusione, To Cook a Bear si impone come una proposta audace, diversa da quello che ci si aspetta da un crime-drama mainstream.

Sa affascinare quando riesce a restituire la durezza della vita, le tensioni del potere, la paura che serpeggia tra popolo e autorità tradizionale. Tuttavia, al tempo stesso, non riesce sempre a mantenere il suo equilibrio. Dunque cede, qui e là, al melodramma, all’eccesso simbolico o all’investigazione accelerata. Per chi cerca qualcosa di più di un semplice mistero, per chi vuole essere coinvolto non soltanto nella risoluzione ma nel guardare dentro la società, nel sentire il peso del gelo, dei silenzi tra gli alberi, delle ombre morali di ciascun personaggio, lo show offre molto. Per gli spettatori che invece chiedono rigore narrativo, coerenza investigativa o personaggi sempre sfaccettati, rischia di lasciare sensazioni di potenziale sprecato. Pertanto, nella Svezia sconvolta dalla paura, tra ombre di orsi e segreti umani, To Cook a Bear non è perfetta, ma merita di essere ascoltata.