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The Pitt 2×01 – Come se la prima stagione non fosse mai finita

Noah Wyle in una scena di The Pitt 2

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Non lo avevamo previsto al momento della prima stagione. Avevamo colto parecchi elementi, come l’altissimo livello produttivo e la capacità di fondere tradizione e innovazione televisiva. Non ci eravamo però accorti – forse perché era impossibile prevederlo in quel momento – che The Pitt potesse rivelarsi anche una Serie Tv rassicurante. Ce ne eravamo andati, e quando siamo tornati – a giudicare dal primo episodio pubblicato su HBO Max – abbiamo ritrovato tutto esattamente come lo avevamo lasciato, anche se nel frattempo il tempo è trascorso, sia nella Serie Tv sia nella vita reale. A differenza degli Stati Uniti, per noi è passato pochissimo tempo, complice l’arrivo della piattaforma HBO Max, ma chi ha atteso un anno per la seconda stagione si è ritrovato davanti lo stesso mondo: medesima solidità strutturale, gli stessi protagonisti, lo stesso approccio. Tutto identico, eppure profondamente mutato.

The Pitt 2, con questo episodio d’apertura, ci ricorda cosa significhi davvero evolvere senza stravolgere, e lo fa attraverso i suoi personaggi. Lo fa tramite Robby, che porta ancora addosso le ferite di quanto vissuto, ma anche la consapevolezza di dover andare oltre e, per questo, di concedersi una pausa dal lavoro. Questo è il suo ultimo turno al Pittsburgh Trauma Medical Center prima dell’anno sabbatico: il tempo di respirare, il tempo necessario a un essere umano per rimettere insieme i cocci e provare a coprire le crepe, anche quando il vaso appare ormai disintegrato.

E lo fa anche attraverso il Dott. Langdon, che oggi fa ritorno al Pittsburgh Trauma Medical Center dopo aver affrontato le conseguenze della propria dipendenza. Dopo un percorso rimasto dietro le quinte, ora Frank è chiamato a lavorare su se stesso, ripartendo dalla professione e assumendosi la responsabilità di tutto ciò che è accaduto: chiede scusa ai pazienti, cerca un confronto con Robby, tenta di essere il Dott. Langdon che desidera diventare, ripartendo dall’unica cosa che non ha mai messo in discussione: la medicina.

The Pitt 2 riparte dal primo episodio della nuova stagione ed è subito chiaro: nulla è cambiato, anche se tutto è diverso

Noah Wyle in una scena di The Pitt 2
Credits: HBO Max

Sono le 07:00 del mattino: Robby raggiunge il Pitt in moto per iniziare il primo turno della giornata. Il sole è appena accennato, timidissimo. Non si manifesta ancora, se ne intuisce solo la promessa, una sfumatura sospesa. Il turno, anche oggi, si preannuncia lungo e complesso: è il 4 luglio, il giorno in cui l’America celebra l’Indipendenza. Questo significa festeggiamenti, fuochi d’artificio, strade gremite di persone. Il turno sarà di conseguenza ancora più caotico del solito, e la prima ora lo conferma.

Anche oggi, alle prime luci del giorno, il Pittsburgh Trauma Medical Center è invaso da persone ammassate, in fila, inermi nell’attesa del proprio turno. A prendersene cura sono i medici già incontrati nella prima stagione, insieme a qualche volto nuovo, presenze che, come gli specializzandi già conosciuti, dovranno abituarsi alla frenesia, ai turni di 12 ore che diventano 15, alle emergenze continue e – soprattutto – a non smarrire mai empatia e umanità, anche quando il distacco diventa necessario.

Tra loro emerge un volto già più distaccato: quando un paziente giunge al proprio destino, per lui significa dover passare immediatamente al caso successivo, senza concedersi il tempo di elaborare ciò che è appena accaduto, senza fermarsi a pensare al padre, al figlio, al marito, al migliore amico che non c’è più. A prendere le redini, mettendo in pratica gli insegnamenti di Robby – che osserva la scena con orgoglio dalla soglia – è Dennis Whitaker. Lo specializzando, che fin dalla prima puntata ha paura di sbagliare, non ha fiducia in se stesso e senza Trinity non avrebbe nemmeno un tetto sopra la testa.

Nel corso di questo tempo, Dennis è però riuscito a intraprendere il percorso per diventare il medico che Robby ha sempre intravisto in lui, e che oggi rivede con fierezza dalla porta. Ciò che ha cercato di insegnare è arrivato dove doveva arrivare, e anche se ora andrà via per un po’ sa che The Pitt è in buone mani, perché lì dentro ci sono esseri umani, prima ancora che medici. E tutto quello che ha cercato di insegnare, è arrivato a destinazione facendo sì che la fragilità e la vulnerabilità diventassero finalmente punti di forza al The Pitt.

Noah Wyle in una scena di The Pitt 2
Credits: HBO Max

Nel corso della prima stagione abbiamo potuto osservare la straordinaria delicatezza con cui The Pitt è sempre riuscita a calare il pubblico nei panni dell’altro, un processo tutt’altro che immediato. The Pitt ci è riuscita costantemente, facendoci percepire dolore e sofferenza senza mai ricorrere a soluzioni melense. Senza mai sottolinearlo in modo didascalico, ci ha guidati verso la comprensione e l’empatia, trasformando il telespettatore da semplice osservatore in una presenza silenziosa, una spalla invisibile accanto ai protagonisti. Come se fosse possibile, anche a distanza, avvertire quel dolore, o semplicemente tutto ciò che lo schermo stava raccontando. Ed è accaduto di nuovo, anche in questa puntata, quando per un attimo The Pitt 2 ci ha avvolti nel silenzio, lo stesso silenzio vissuto da una donna che non conosciamo, in attesa del proprio turno nella sala d’attesa.

Concentrandosi sul suo punto di vista, The Pitt ci ha mostrato il mondo attraverso i suoi occhi, restituendoci il suo sguardo e il vuoto sonoro che la circonda, quel silenzio che le impedisce di percepire ciò che sta accadendo. Tutto ciò che le resta sono le immagini del Pittsburgh Trauma Medical alle 07:00 del mattino quando per il mondo esterno la giornata è appena iniziata, ma lì sta semplicemente continuando verso un nuovo e infinito turno fatto di casi che, ancora una volta, raccontano com’è davvero il mondo là fuori. E quanto sappia essere inquietante, triste e terribilmente solo.

The Pitt torna fedele a se stessa, alla formula che avevamo imparato a riconoscere e abitare. Una formula che rassicura, perché il pubblico sa di ritrovare, nel medical drama che oggi detta il passo, ciò che aveva lasciato, ma con la certezza di un’evoluzione lenta, coerente, inevitabileSolo pochi giorni fa sono arrivati i Golden Globe, che hanno consacrato Noah Wyle come Miglior Attore Protagonista e The Pitt come Miglior Serie Tv drammatica, sulla scia di quanto già accaduto agli Emmy. La promessa di un medical drama capace di riscrivere il genere non solo è stata mantenuta, ma è diventata realtà sotto gli occhi di tutti. 

Eppure, qualcosa ci dice che questa seconda stagione, giunta da noi senza distanza, sia pronta a spingersi ancora oltre, ad alzare ulteriormente l’asticella di una Serie Tv che ha già toccato vette altissime, affermandosi come il medical drama simbolo della nuova era televisiva. E noi restiamo qui, sintonizzati e presenti, pronti a seguire ogni passo, ogni silenzio, ogni sguardo, fin dove vorrà condurci questo nuovo viaggio da 15 ore, fatto di occhi stanchi, di mani che curano e di tutta l’umanità che il mondo riesce ancora a contenere.

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