ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su The Night Manager 2.
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Dopo quattro puntate di manovre laterali, silenzi calcolati e identità fasulle, l’episodio 5 di The Night Manager 2 finalmente fa ciò che ogni grande thriller deve fare: mettere i protagonisti faccia a faccia. Senza scuse, senza coperture, senza vie di fuga. Non si tratta più di chi ha ragione o torto, ma di chi esiste davvero. E in questo confronto diretto, non c’è spazio per eroi o villain. Solo due uomini che si riconoscono come unici testimoni l’uno dell’altro.
The Night Manager 2: un pranzo decisivo
Il cuore dell’episodio, e forse di due stagioni intere, è l’incontro all’Hilltop Restaurant. Non è uno scontro, men che meno un momento di riappacificazione, ci mancherebbe. Piuttosto, è un atto di riconoscimento reciproco. Pine prenota usando il nome che usava in Siria, Andrew Birch. Roper arriva da solo, prende posto e ordina per entrambi: un succo e una bistecca bella al sangue. W per un momento sembra quasi una cena tra vecchi amici. Ma ogni parola è una minaccia velata, ogni gesto una provocazione per veder crollare l’avversario. Una specie di sadico test al quale entrambi giocano.
Pine chiede a Roper di consegnarsi, insieme ai suoi complici. Sa che non lo farà ma deve sentirselo dire. Roper, dal canto suo, offre 50 milioni di dollari perché Pine scompaia. Non è corruzione: è un tentativo di cancellare la testimonianza. Perché se Pine esiste, allora anche Roper esiste. Non come fantasma, non come leggenda ma come criminale reale, perseguibile, umano. E questo, chiaramente, nuoce gravemente agli affari
Ma nessuno dei due cede, naturalmente. E non perché siano ostinati ma perché la loro identità dipende dall’esistenza dell’altro. Senza Pine, Roper è solo un trafficante dimenticato. Senza Roper, Pine è un agente senza missione. Il loro duello non è morale: è ontologico.
La scena funziona perché non cerca pathos. Non ci sono musiche drammatiche, non ci sono occhiate cariche di desiderio represso. C’è solo una tensione psicologica pura, dove ogni battuta serve a misurare quanto tempo resta prima che uno dei due debba uccidere l’altro. E quando Pine dice che lo chiamerà il mattino dopo per l’ultimatum, non sta bluffando: sta fissando la data della propria fine o della sua.
The Night Manager 2: Roper perde il controllo

Il ritorno di Roper al suo compound segna la fine della maschera. Al ristorante era freddo, misurato, quasi affabile. Ma quando scopre il microfono nascosto sul collare di uno dei suoi cani da guardia la sua reazione non è calcolata: è istintiva. E per questo brutale e irrazionale. Ordina subito una caccia nella giungla ma non si ferma lì. Appena Martin riesce a fuggire, Roper afferra la pistola e uccide i tre cani, uno dopo l’altro.
Non è un gesto strategico. Non serve a nulla, se non a sfogare una rabbia che non può riversare su Pine, né su Mayra, né sul passato che continua a perseguitarlo. I cani non hanno tradito, non potevano sapere. Eppure li punisce come se fossero complici. In quel momento, Roper smette di essere il signore del crimine e diventa ciò che forse è sempre stato. Un uomo solo, arrabbiato, che vede il proprio impero sgretolarsi e non sa fare altro che distruggere ciò che gli è vicino. La violenza sui cani non è un dettaglio di colore ma la prova che la sua compostezza è ormai una finzione. E quando un mostro perde la grazia, diventa semplicemente pericoloso.
Basil: il vero costo dello spionaggio

Mentre in Colombia si consuma il duello dei protagonisti, a Londra muore Basil. La sua morte è forse il momento più doloroso di tutto The Night Manager 2. Non per spettacolarità ma per dignità. Basil intuisce di essere al capolinea. Riesce a lasciare la documentazione prima di arrendersi al suo destino. E di fronte a Mayra non urla, non supplica. Soprattutto non tradisce nonostante venga picchiato e torturato.
La sua figura incarna alla perfezione ciò che manca a gran parte del genere spy di oggi: la modestia del servizio. In un panorama televisivo pieno di agenti supereroi, Basil rappresenta ciò che John le Carré avrebbe amato: l’uomo grigio che resiste senza gloria. Invisibile, indispensabile e terribilmente sacrificabile. Per questo la sua fine ci fa così tanto male. Perché sappiamo che tutti ricorderanno Pine, il volto, il nome, la postura elegante nel caos. Ma dietro l’eroe c’è sempre il gregario, quello che non compare nei titoli di coda ma tiene insieme la trama con silenzio e precisione. Basil non compie gesti eroici, non pronuncia battute memorabili, non indossa abiti su misura. Fa semplicemente il suo dovere, fino all’ultimo respiro. Eppure, senza di lui, nulla di questa storia sarebbe mai arrivato a compimento. È facile dimenticarlo. Ma sarebbe ingiusto.
Teddy: il figlio che scopre di non esistere
La manipolazione psicologica di Teddy non è un atto di crudeltà ma di necessità. Pine non gli mostra la registrazione per vendetta o per indebolirlo. Gliela consegna come chi restituisce uno specchio a chi ha smarrito il proprio volto. Quando Teddy ascolta Roper definirlo incivile e facilmente eliminabile, e soprattutto quando sente parlare di Danny come unico figlio ed erede, non subisce un affronto all’orgoglio. No. Viene semplicemente cancellato. Non è mai stato parte del piano, né del futuro. È stato uno strumento, un incidente di percorso, un nome da usare finché non fosse arrivato il momento di scartarlo.
La sua crisi, dunque, non è ideologica né strategica: è esistenziale. Per anni ha costruito la propria identità sull’unica cosa che credeva reale, l’approvazione paterna, e ora scopre che quella base era vuota. In questo vuoto, Pine compie un gesto inaspettatamente umano accompagnandolo dalla sorella Clara, con cui Teddy non ha più rapporti da anni. Non è una mossa operativa, né un calcolo tattico. È un tentativo, forse l’unico possibile, di restituirgli un frammento di sé che Roper gli ha negato fin dall’inizio. Cioè, il diritto a esistere anche senza il suo sguardo.
Che Teddy decida poi di rubare i piani di volo, di inviare a Pine le foto dell’aereo e i documenti sul passaporto britannico di Roper, non è un tradimento nel senso classico del termine. È l’unica azione che gli resta per affermare, almeno per un giorno, di essere qualcosa di più di un fantoccio. Resta però un’ambiguità legittima: sta agendo per vendetta, per autoconservazione, o per un bisogno disperato di riscatto? The Night Manager 2 lascia volutamente questa domanda aperta. E fa bene
Roxana: tra tradimento e sopravvivenza

A inizio episodio Roxana scopre il gioco di Pine. Per lei non c’è salvezza perché lui non ha una squadra di supporto e non è più in grado di offrirle alcuna protezione. E ogni sua promessa era pura finzione. La donna, perciò, è sola. E come tale deve fare le sue scelte. Succede sempre così, soprattutto quando giochi con gente pericolosa.
Così la donna compie una mossa ambigua ma necessaria consegnandosi volontariamente a Roper. E quando viene a scoprire il nome di Pine, con calma glaciale esclama: “ora so il suo nome“. È una scena perfettamente calibrata, perché non rivela le sue vere intenzioni. Né a Roper, né allo spettatore. Dopo la confessione di Pine Roxana non può più fidarsi di lui. Ma questo non significa che si fidi di Roper. Più probabilmente, sta giocando l’unica carta che le resta: infiltrarsi nel cuore del nemico per raccogliere la prova definitiva. O forse, semplicemente, cerca di salvarsi la vita.
Che sia mossa dalla rabbia o dal calcolo, da un impulso di vendetta o da una strategia a lungo termine, ciò che conta è che, finalmente, agisce. Dopo episodi in cui è stata ridotta a oggetto di desiderio, ponte narrativo o pedina emotiva, Roxana prende in mano il proprio destino. Non è più una vittima né un accessorio. È un’agente attiva del gioco. E in un mondo dove tutti mentono, decidere di entrare volontariamente nella tana del leone non è un atto di debolezza ma l’ultima forma di controllo che le rimane.
Verso il finale: la posta è umana
L’episodio 5 di The Night Manager 2 non si limita a innalzare la tensione ma la trasforma in qualcosa di concreto, personale, irreversibile. Non ci sono più ombre da interpretare o identità da decifrare. Ogni personaggio ha fatto la propria scelta. Pine ha rivelato se stesso, Roper ha mostrato la sua fragilità, Teddy ha tradito per sopravvivere, Roxana ha giocato l’ultima carta. E Basil ha pagato il prezzo più alto.
La serie, dopo un avvio incerto, trova qui una chiarezza drammatica rara perché non cerca più di emulare il passato ma lo affronta. E lo fa senza nostalgia, senza gesti vuoti, ma con una scrittura tesa, precisa, capace di bilanciare azione e psicologia. Il pranzo tra Pine e Roper da solo varrebbe l’intera stagione: due uomini che non combattono per vincere, ma per esistere l’uno agli occhi dell’altro.
Con un episodio rimasto, tutto è in gioco. Non solo il colpo di stato in Colombia o il ritorno di Roper in Inghilterra ma il destino morale di chi ha resistito fino a oggi. Se il finale saprà mantenere questo equilibrio tra realismo operativo e profondità umana, The Night Manager 2 potrà chiudere come una storia a sé: imperfetta, disperata. Ma finalmente sua.






