Vai al contenuto
Home » Recensioni

The Abandons – Recensione della deludente serie western su Netflix con Lena Headey e Gillian Anderson

The Abandons, serie tv in arrivo su Netflix

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su The Abandons.

Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere. Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu. E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.

Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo. In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina. Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.

➡️ Scopri Hall of Series Discover

A gennaio di quest’anno, Netflix ci aveva illusi di aver imparato a fare i western con American Primeval. Una miniserie cruda che smascherava il colonialismo senza nostalgia, trasformando il destino manifesto in un grido di guerra velato di Bibbia. Era autentica, viva, terribilmente reale. Poi, a dicembre, è arrivata The Abandons, e l’entusiasmo si è sbriciolato come un biscotto secco al primo sorso di whisky. Non proprio un bel Natale, insomma.

Creato originariamente da Kurt Sutter (autore di The Shield e Sons of Anarchy), The Abandons avrebbe voluto essere un western revisionista che prometteva un duello matriarcale epico. Ma Sutter ha abbandonato il progetto a sole tre settimane dalla fine delle riprese. Il risultato? Un Minimum Viable Product televisivo: star riconoscibili, genere trendy e temi vendibili (famiglia scelta contro sangue, fede, capitalismo predatorio) ma nessuna anima profonda.

Ambientata nel 1854 nel Territorio di Washington (girata in Canada con paesaggi mozzafiato ma estetica spesso troppo sanificata), la serie segue Fiona Nolan (Lena Headey), vedova irlandese cattolica che ha costruito una famiglia di orfani emarginati, contro Constance Van Ness (Gillian Anderson), oligarca glaciale che vuole il loro ranch minerario. Suona come un poema tragico alla 1883 di Taylor Sheridan, vero? Peccato che The Abandons si limiti a dichiarare queste premesse potenti senza approfondirle, riducendo la frontiera a un ring per due donne bianche invece di un crocevia culturale vivo.

In un’epoca in cui anche un western come The English sapeva far dialogare razzismo, femminilità e vendetta con grazia e complessità, qui tutto rimane a livello di poster tematico: inclusivo, ma non incarnato.

Due matriarche potenti ma prigioniere di una sceneggiatura monca

Fiona cavalca in città circondata dai suoi figli adottivi, in The Abandons
Credits: Netflix

Fiona incarna l’accoglienza contro il dominio. Confessa peccati ma uccide il vescovo dopo una confessione choc senza che la serie esplori il suo tracollo morale. Un’occasione mancata (fosse l’unica…) per interrogare colpa e redenzione cattolica in terra protestante. Headey regge tutto con carisma felino, niente da dire. Ma il personaggio oscilla tra (apparente) buon cuore e crudeltà senza coerenza, quasi borderline. C’è persino una scena in cui Fiona urla contro Dio con tale improvviso furore da far pensare che il suo scoppio fosse stato tagliato da un’altra scena e incollato lì per caso.

Constance, con l’eleganza austera di Anderson, è un villain cliché con sprazzi umani gratuiti incollati senza motivazione, privi del “perché” che la renderebbe tridimensionale. A un certo punto dichiara: “quella percezione di ferocia è ciò di cui ho bisogno“. Una battuta talmente executive da fare impallidire una CEO di Silicon Valley, figuriamoci una nobildonna dell’Ottocento. La sua crudeltà è lampante: ordina incendi, libera il bestiame, fa torturare donne. Droga la figlia! Ma The Abandons non riesce a decidere se voglia che la vediamo come un mostro o come una madre in lutto. Il risultato? Un personaggio a strati cancellati, non a strati rivelati.

Il risultato? Due attrici stellari intrappolate in figure binarie: famiglia “vera” contro “scelta”, buoni contro cattivi. La frontiera reale non era così semplice, e dopo American Primeval o 1923, la TV, e gli spettatori, lo sanno bene. Qui, l’ambiguità svanisce in melodramma facile, con un ritmo a singhiozzo ereditato dalla produzione travagliata. 7 episodi, molti sotto i 40 minuti, sottotrame evaporate e personaggi cambiano traiettoria senza giustificazione. Come Patton Oswalt, sindaco di Angel’s Ridge, che appare giusto il tempo di farti pensare: “ehi, è Patton Oswalt?” prima di sparire per sempre (mangiato da un orso…). Boh, perché?

The Abandons e i suoi orfani

Parliamo un attimo degli orfani che sono forse il più grande spreco di The Abandons. Elias balbetta ogni volta che prova a parlare con Trisha Van Ness (Aisling Franciosi), come se fosse uscito da una telenovela per adolescenti del 1998. Anche la vicenda che riguarda Dahlia non è gestita nel miglior modo possibile: avrebbe meritato un focus differente. Albert è sempre ai margini per metà stagione e poi, all’improvviso, gli affidano una sottotrama frettolosa. Diventa insegnante così ci racconta che è figlio di uomo libero e colto (secondo anno di università). Nel frattempo flirta con una ragazza che sembra materializzarsi solo quando la telecamera la inquadra, per poi evaporare di nuovo.
E Lilla Belle, l’unica ragazza nativa del gruppo? È praticamente sparita. Non la vedi mai alle riunioni importanti, non partecipa alle decisioni. C’è, ma non c’è.

Insomma, The Abandons parla di una famiglia “scelta”, eterogenea, inclusiva… ma in realtà i suoi orfani non sono il cuore pulsante della frontiera: sono comparse. La diversità, razziale, culturale, emotiva, c’è, sì, ma solo di facciata. Resta in superficie, senza mai diventare vera, viva, dolorosa come invece riesce benissimo in 1923. Qui, è solo un’idea abbozzata, poi abbandonata… proprio come i personaggi che dovrebbe rappresentare.

Fede, terra e CGI: un trittico pericoloso

La religione poteva essere un interessante spunto per serie. Invece, non nemmeno è funzionale alla trama. Fiona confessa, uccide il prete, e tutto si conclude lì, debolmente. Non c’è dibattito, non c’è comunità, non c’è conflitto con il pastore locale. Manco con se stessa. Solo silenzio.

Quanto alla terra: sì, i paesaggi dell’Alberta sono belli. Ma basta guardare la fuga dei bovini nel pilot per capire che qualcosa è andato storto. Il bestiame viene spinto giù da una scogliera con una CGI così goffa che sembra uscita da un videogioco del 2007. E non finisce lì: in un’altra scena, un cavallo salta un burrone, il cavaliere viene salvato… ma il cavallo scompare nel nulla, senza una parola, senza un inquadramento. Abbiamo visto di meglio, per usare un eufemismo.

Le scene notturne sono torbide e confuse, le sparatorie mal coreografate. Il Far West di The Abandons non sembra un luogo pericoloso: sembra un set sterilizzato. 1883 ci faceva sentire la polvere sotto le unghie. Qui, sentiamo solo il clic del mouse che avanza l’episodio.

Il fantasma di Sutter e la TV algoritmica

Constance, accompagnata dall'unico figlio maschio rimastole
Credits: Netflix

L’assenza di Sutter si sente ovunque: struttura amputata, CGI cheap, sparatorie mal coreografate. È tv progettata per l’algoritmo. Con poster accattivante, attrici star ma dimenticabile dopo i titoli di coda. Non crede nel genere, nei temi o nei personaggi. Esiste e basta, sperando, forse, in un miracolo di Natale. I dialoghi sono pieni di parolacce inutili, pieni di anacronismi goffi e frasi ellittiche che rendono i personaggi senza fiato anche quando stanno fermi.

C’è però una scena che funziona: quella in chiesa, con Miles (Ryan Hurst), il distillatore barbuto con un oscuro passato da supersoldato, che affronta i fuorilegge Joaquim. Lì, per un attimo, The Abandons diventa vera. Ma è solo un attimo. E purtroppo non basta.

The Abandons è un’occasione sprecata

The Abandons non è un disastro. È dimenticabile. Il che, forse, è ancora peggio. Intrattiene, scorre, ha un look solido… ma non lascia niente. È l’emblema di uno streaming frettoloso: vuole essere epica su ingiustizia e maternità combattente, ma si ferma al prologo. La sufficienza la raggiunge grazie alle due protagoniste ma per il resto sarebbe meglio fare finta di niente e voltare pagina.

Netflix le darà tempo per una seconda chance? Le carte ci sarebbero: cast, conflitto, contesto. Ma serve visione, non algoritmo. Perché non basta far suonare Schubert a una ragazza in mezzo al nulla del 1854, citare Rigoletto come se l’opera fosse un accessorio da salotto, e far sedere accanto a lei un pistolero senza un dito che improvvisamente sa accompagnare al pianoforte. Questo non è realismo poetico: è arredamento tematico. Un collage di riferimenti colti buttati lì per far sembrare la serie “più raffinata” di quel che è. Altrimenti, abbandonarla sarebbe l’unico atto d’amore. Lasciandola nella polvere, con le sue ambizioni svanite, il suo bestiame in CGI e le morti fini a se stesse.