ATTENZIONE: l’articolo potrebbe contenere spoiler sui primi due episodi di Task, la serie appena sbarcata su Sky!!
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Occhio a Task, perché potrebbe essere uno dei titoli del momento sul fronte del crime televisivo. Dallo stesso creatore di Omicidio a Easttown (tra le 8 serie tv con meno di 5 episodi che possono essere definite un capolavoro), lo show è apparso domenica su Sky (e su NOW) con i primi due episodi. È una serie tv intensa, a combustione lenta, che ci precipita a poco a poco nel vuoto disperato dei suoi personaggi. Philadelphia è lo sfondo fosco di questa storia caliginosa. Che è principalmente una storia di dolore. Il dolore dei padri che devono reagire al loro trauma. Ma anche il dolore dei figli, che pagano quotidianamente le scelte dei padri. Task è un dramma nel vero senso della parola. Un ritratto drammatico, tragico e doloroso di famiglie spezzate da un evento assurdo e sospinte sull’orlo del precipizio.
La trama è intrigante e desta curiosità per le sue premesse: l’agente dell’FBI Tom Brandis (Mark Ruffalo) viene richiamato in servizio per coordinare una task force di agenti con l’obiettivo di smascherare una banda di rapinatori in maschera. A Philadelphia c’è un importante traffico di droga, gli individui mascherati studiano le zone, sanno quando la roba è stata piazzata e svaligiano le case in cui sono già arrivati i contanti. Piombano nei punti strategici armati, con il volto coperto da maschere inquietanti. Sparano, prendono la refurtiva e fuggono via. Solo che, così facendo, gli individui mascherati hanno ficcato il naso nei traffici dei Dark Hearts, un’importante banda criminale della città. Il clan è guidato da Perry (Jamie McShane), un boss pericoloso e senza scrupoli che rappresenta il male puro di una serie come Task.
Perry ha convocato i suoi uomini di fiducia per beccare i rapinatori prima che lo faccia l’FBI. C’è sentore di vendetta, in queste prime battute di Task.
E, a giudicare dal pedigree dei membri dei Dark Hearts, non sarà una cosa piacevole. A Philadelphia potrebbe scoppiare una guerra tra gang, ipotesi che l’FBI vorrebbe prevenire arrivando ad acciuffare i membri della banda mascherata prima dei loro rivali. Il volto dietro i rapinatori che stanno scombussolando i piani delle gang cittadine è quello di Robbie Prendergrast (Tom Pelphrey, meraviglioso in Ozark), un netturbino qualunque che vuole mettere da parte qualche soldo in più per la famiglia. A fargli da spalla c’è Cliff (Raul Castillo), amico di una vita, e qualche volta il giovane Peaches (Owen Teague), che ha programmato di sposarsi con una ragazza appena conosciuta. Di giorno controllano le case, di notte si appostano nei punti strategici per beccare la refurtiva e rubarla. È uno schema perfetto (simile a quello visto in Dope Thief, la serie tv crime con Wagner Moura), che sembra funzionare alla grande. Almeno fino a che le cose non vanno male.
Una notte, durante un’operazione in corso, le cose sfuggono di mano. Si apre il fuoco, ci scappano dei morti e muore anche Peaches nello scontro a fuoco. Robbie e Cliff riescono a salvare la pelle, ma oltre loro c’è un altro sopravvissuto in casa: un bambino che non doveva essere lì. Il figlio dello spacciatore, che dormiva nello scantinato mentre il padre “lavorava“ al piano di sopra. Era, questa, una variabile totalmente imprevista. I primi due episodi di Task prendono quota piano piano. La sequenza iniziale mostra degli stralci delle giornate dei protagonisti. Tom ha smesso da un pezzo di essere operativo. Gli è stato affidato un banchetto in un college per promuovere agli studenti le attività dell’FBI. Lavoro da scrivania, mansioni puramente formali. Conduce una vita monotona, dolorosa, sempre al cospetto di traumi difficili da superare. Anche la vita di Robbie è una routine monotona. Un lavoro con il quale stenta ad arrivare a fine mese, una famiglia incasinata ad aspettarlo a casa, amici pescati tra gli ultimi delle periferie.
Task ci parla di due uomini che stanno per intrecciare le loro vite da due lati opposti della barricata.
Eppure, Tom e Robbie hanno molto in comune. Task si apre con una lunga scena in cui non si capisce chi sia il buono e chi il cattivo, chi il poliziotto e chi il ladro. La camera ci mostra solo due uomini affranti e sofferenti, con un peso troppo grande da trascinarsi dietro. Tom sta vivendo un inconcepibile dramma familiare: il suo figlio adottivo – con problemi mentali che non sono ancora stati specificati – ha ucciso sua moglie buttandola giù dalle scale. Ora è in carcere, in attesa di sentenza, e la testimonianza di sua sorella potrebbe influire sulla decisione del giudice. Tom ha anche un’altra figlia, avuta da sua moglie, per la quale pensare di poter perdonare il fratello adottivo è impossibile. Mark Ruffalo interpreta in Task un uomo lacerato dentro, che cerca disperatamente una via d’uscita.
Tom è stato anche un prete cattolico e, nei primi due episodi, abbiamo sentito già dialoghi carichi di riflessioni profonde, che interrogano la morale e il metafisico. È un aspetto affascinante del personaggio, che speriamo di trovare approfondito più in là. All’inizio di questa prima stagione di Task, Tom è un uomo che ha perso le sue coordinate e si rifugia nell’alcol e nella noia. La chiamata del suo superiore – e il ritorno all’operatività sul campo – potrebbero aumentare il suo livello di stress e spingerlo fino all’estremo. Anche Robbie è un uomo che passeggia sul limite estremo. La moglie lo ha abbandonato lasciandogli due figli da crescere. Suo fratello è morto – in circostanze che i primi due episodi di Task non hanno ancora chiarito, ma che supponiamo siano importanti per il prosieguo della trama – e lui vive in casa di sua nipote, una ventenne costretta a diventare grande troppo in fretta.
Maeve (Emilia Jones) ha una gran voglia di scappare e fuggire da una vita che la sta mandando all’esasperazione. Ma per ora non fa altro che restare.
Per l’affetto che nutre per suo zio, per il senso di responsabilità che prova nei confronti dei suoi cugini e probabilmente per una forma di rispetto verso suo padre morto. Il personaggio di Maeve è molto interessante ed Emilia Jones si è resa protagonista di un’interpretazione davvero intensa nei primi due episodi di Task. C’è un unico comune denominatore che lega insieme i personaggi principali di Task ed è il dolore. Sono tutti individui sofferenti e insofferenti, persone comuni che attraversano traumi inimmaginabili, eventi al limite che mettono a dura prova le loro capacità di resilienza. Ciascuno di loro ha perso qualcuno, ciascuno di loro si ritrova ingabbiato in una vita che non ha scelto e che gli si è rivoltata contro con violenza. Nessuno è veramente responsabile del proprio destino, ma tutti sono chiamati ad adattarsi, presto o tardi.
Dolore, perdita, disperazione e dilemmi morali sono state le principali molle emotive di Task. Che è una serie tv crime che rispetta i canoni del genere, ma va anche più a fondo. La tensione cresce poco alla volta. Lo show non si apre subito con un caso di omicidio, ma studia attentamente i personaggi, facendoci capire che il principale focus sarà sempre su di loro. Il ritmo parte lento e poi accelera pian piano, fino all’apice del climax raggiunto verso la fine del secondo episodio. Task è studiata per essere così: per prendersi il suo tempo, per essere lenta e lasciare allo spettatore il tempo di entrare in connessione con i drammi dei personaggi, di sentirli sulla sua pelle e di empatizzare con ciò che succede sullo schermo.
I dilemmi morali sono impossibili da risolvere. Non c’è una via di fuga per quelli, come non c’è una via di fuga per delle vite ormai segnate in maniera irreversibile.
Il bello di Task sarà accompagnare piano piano i suoi personaggi verso questa via di uscita invisibile. I presupposti per la grande serie crime ci sono tutti (ecco 8 serie tv dello stesso genere che potete divorare anche in un giorno). Interpretazioni credibili e coinvolgenti, ambientazione in linea con la drammaticità della storia, una sceneggiatura potente che ci accompagnerà nei meandri della dilaniata psiche umana. Ci aspettiamo molto da Task e già l’episodio della settimana prossima potrà confermare le nostre attese. O deluderle.










