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Scarpetta – La Recensione di un evento lungamente atteso: tra gore, famiglia e crime da binge-watching

Scarpetta osserva un suo paziente, con il suo tipico rigore

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Scarpetta.

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Sono più 35 anni che i fan di Patricia Cornwell aspettano Kay Scarpetta sul piccolo schermo. Dal debutto di Postmortem nel 1990, primo romanzo forense bestseller della saga, i tentativi di adattamento si sono susseguiti invano. Pitch hollywoodiani negli anni ’90 e 2000 naufragati per divergenze creative, diritti contesi, progetti arenati. Star come Angelina Jolie e Demi Moore sono state prese in considerazione per dare un volto alla patologa più famosa della letteratura (parliamo di milioni di libri venduti in tutto il mondo).
Jamie Lee Curtis ha rivelato di aver cercato di acquisire i diritti già parecchi anni fa, stupita di trovarli ancora disponibili nonostante il potenziale da CSI ante litteram. E solo nel 2024 Amazon ha dato luce verde a due stagioni, con Liz Sarnoff showrunner (già creatrice di Alcatraz) , per il primo approdo televisivo ufficiale.

Finalmente l’abbiamo! Con Nicole Kidman nei panni della patologa implacabile su Prime Video, in otto episodi che mescolano thriller autoptico crudo, dramma familiare viscerale, crime prestige e soap ad alta tensione emotiva.
L’avvio travolge subito. Una moneta sui binari del treno, i fari che illuminano un cadavere mutilato, mani amputate, rituale macabro. Flashback al 1998 per omicidi seriali, intrecciati a un presente fatto di laboratori spaziali precipitati, organi in 3D e l’AI che simula una vita che in realtà non c’è più.
Immagini crude che si fondono a litigi familiari da cucina sotto pressione, in stile The Bear. Dopo più i 35 anni, Scarpetta è arrivata. Con quali risultati, però? Scopriamolo insieme.


Scarpetta: trama e timeline

Scarpetta e Dorothy alle prese con uno dei loro soliti litigi, in cucina
Credits: Prime Video

La serie punta tutto su un doppio binario temporale intrigante e ben orchestrato nonostante un avvio un po’ difficile da seguire. Da un lato abbiamo il cupo 1998, annata dei primi omicidi seriali, quando Scarpetta si afferma come capo medico legale in un mondo ostile di maschilismo e burocrazia. Dall’altro il presente, dove casi high-tech la strappano da un ritiro forzato.

Penny schiacciati sui binari, nodi Palomar annodati con sadica precisione, polvere glitterata Borowash rinvenuta sui corpi. Questi dettagli ricorrenti emergono come simbolo ossessivo del killer e tessono un filo invisibile tra passato e presente. Intanto, indagini serrate collegano le vittime attraverso voci stranamente simili e chiamate al 911 misteriosamente insabbiate. I primi quattro episodi ipnotizzano con un ritmo incalzante, che mescola la psicologia perturbante dell’assassino a scoperte autoptiche e forensi mozzafiato fatte di ferite rituali, tracce chimiche, pattern vocali. Il tutto in un crescendo di tensione che fonde il brivido investigativo alla crudezza del mestiere forense.

Dal quinto episodio, però, i twist si infittiscono in modo non proprio omogeneo. Laboratori spaziali precipitati dal cielo con carichi di organi sintetici, ombre ingombranti dal passato che riaffiorano, dita mozzate come macabri biglietti da visita. Intrighi internazionali, spionaggio da parte dei soliti russi ed elementi gore che potrebbero risultare difficili da digerire. Elementi che diluiscono il mistero centrale, gonfiando un procedural compatto che diventa un ibrido ambizioso ma caotico. I salti temporali diventano sempre più ampi creando due vere e proprie storie che potrebbero camminare ciascuna con le proprie gambe. Risultato finale? Un labirinto che stupisce per la sua complessità precisa ma che sposta il baricentro da suspense pura a un prestige drama sovraccarico. Con tanti, forse troppi fili che danno l’impressione di faticare a convergere in un nodo unico soddisfacente.


Tutto in famiglia

Kay Scarpetta è il fulcro assoluto, e Nicole Kidman è bravissima nell’interpretarla. Una patologa forense metodica, quasi ossessiva nel suo approccio scientifico, ma profondamente tormentata dal trauma paterno che la segna con un’ombra di vulnerabilità sotto la corazza. Sigaretta sempre accesa tra le labbra, bisturi come prolungamento naturale del braccio, Scarpetta è un ciclone di arguzia e tenacia, che Nicole Kidman infonde di una forza quieta e ostinata.

Al suo fianco, Pete Marino, un incredibile Bobby Cannavale, è l’ex detective rude nonché cognato, dal cuore d’oro e dal pugno facile, leale fino al midollo. Copre gli errori di Scarpetta in un universo di commissari ambigui e prove manipolate, creando una dinamica complice che è puro motore narrativo. Le loro battute secche, gli sguardi complici carichi di storia non detta, valgono più di cento dialoghi espliciti. Bobby Cannavale regala a Marino un’umanità burbera e irresistibile, tra impulsività da strada e fedeltà incrollabile che scalda l’animo.


Attorno a loro due troviamo un universo famigliare piuttosto complicato. Jamie Lee Curtis, Simon Baker e Ariana DeBose sono rispettivamente sorella, marito e nipote di Kay Scarpetta. Tutti e cinque creano un clan che, fin dal primo momento, si capisce stia per esplodere.

Dorothy puntualmente esclusa dalle questioni professionali, finisce per sfogarsi con Janet (Janet Montgomery), l’intelligenza artificiale consolatoria creata dalla defunta moglie di Lucy (un tocco che aggiunge strati di malinconia moderna). Jamie Lee Curtis trasforma Dorothy in un turbine esilarante e frustrante, con litigi contro Scarpetta che esplodono in accuse reciproche su fallimenti materni e traumi sepolti. Tra le due c’è un intesa capace di creare un mix esplosivo di amore viscerale e caos quotidiano che è puro spettacolo.

Lucy, la nipote, elabora il lutto con una dipendenza toccante dall’IA, rintanata nel suo cottage high-tech gestito da un AL di kubrickiana memoria. Benton, il marito, invece, cela abissi oscuri, cantine nascoste per rituali compulsivi, che minano il suo legame con Scarpetta. Questa tribù fatta di personaggi complessi e sfaccettati, elevata dal carisma di Curtis e Kidman, è il vero cuore pulsante della serie, un family drama camuffato da crime che pulsa di vita autentica.


Scarpetta: uno stile che risparmia ben poco

La cura per le immagini è magistrale e arriva dritta al cuore, con un approccio schietto e senza mezzi termini. Le autopsie, veri e propri tableaux, sono momenti di pura intensità visiva. Corpi tagliati e mutilati su tavoli freddi, interiora esposte, cuori artificiali precipitati dal cielo sono elementi che immergono lo spettatore nel mondo spietato della medicina legale.
La fotografia, con i suoi contrasti netti di luci fredde e ombre lunghe nei laboratori, crea un’atmosfera di isolamento asfissiante. Per il passato anni Novanta, toni più caldi e leggermente sfocati evocano una nostalgia cupa, mentre la camera segue con eleganza fluida gli occhi di Scarpetta, virando bruscamente per riflettere il suo sguardo clinico e penetrante.

La regia di David Gordon Green dà vita a un poliziesco di marca americana solida. L’atmosfera che ne viene fuori è un complesso intreccio tra lutto familiare lancinante, fascinazione malata per la tecnologia e il rigore forense. Il tutto sorretto da una colonna sonora che utilizza grandi hit nel passato ed echi metallici con bassi pulsanti durante le dissezioni. Le immagini forti scuotono, il dialogo tra intimità domestica e caccia al colpevole mantiene alta la tensione con una regia che fa un meticoloso lavoro di melange tra choc visivo e una narrazione compatta.

Ciò che va e ciò che non va

Marino e Scarpetta, due giovani promettenti alle prese con la loro prima indagine
Credits: Prime Video

Tra i punti forti spicca sicuramente un cast stellare di cui abbiamo già parlato. Menzione speciale, aggiungeremo, va alle loro controparti del passato. Rosy McEwen cattura alla perfezione la Scarpetta ventenne. Al di là della somiglianza fisica incredibile McEwen è energia fresca e vulnerabile che dà credibilità ai flashback, tanto da far pensare a uno spin-off suo. Jake Cannavale, figlio di Bobby, è il giovane Marino ed eredita il carisma paterno con un tocco grezzo e impulsivo, battute taglienti che legano senza soluzione di continuità le due versioni. Amanda Righetti dà a Dorothy un caos nascente e vivace, prefigurando la furia di Curtis. Hunter Parrish, invece, come giovane Benton trasmette già l’ambiguità ossessiva di Simon Baker, con chimica naturale nei momenti romantici. Questi interpreti secondari non sfigurano, portando freschezza e coerenza alle timeline, elevando il cast a un ensemble davvero impeccabile.


Dall’altro lato, il ritmo a un certo punto perde di incisività. O, meglio: le due trame si avvitano su se stesse appesantendosi contemporaneamente. I primi episodi ipnotizzano con suspense propulsa. Alcune scelte narrative, però, diluiscono il mistero in un sovraccarico narrativo, rendendo otto ore un esercizio estenuante e confuso. Il grande segreto del passato di Kay Scarpetta si rivela quasi banale e anticlimatico. E la risoluzione del killer arriva oscurata da traumi domestici giusti ma sbagliati nei tempi e nei toni soap perché nascondono l’indagine. Ne viene fuori un prodotto che parte alla grande ma che a un certo punto si perde per strada cercando di arrivare alla fine.

Un finale verso la seconda stagione

Scarpetta si conquista indubbiamente un posto solido tra i procedural moderni. Richiama il rigore investigativo di CSI o i gialli alla Bones con un pizzico di nostalgia alla Cold Case. Ai quali aggiunge un dramma familiare più viscerale e uno splatter senza compromessi. Intrigante nei primi episodi grazie a un mix ipnotico di autopsie e legami tesi, la serie deve al talento di Nicole Kidman e Jamie Lee Curtis il suo mordente, mascherando una trama che si espande eccessivamente. Il cast meritava questa vetrina, e colpisce nel segno dove conta davvero.

Proprio Patricia Cornwell, autrice della saga, ne è entusiasta. Definisce l’adattamento “oltre i miei sogni più wild“. Loda Nicole Kidman come “compatibile con Scarpetta, come se uscisse dalle pagine” e approva twist come il trauma paterno rivisitato. Ringrazia l’amica Jamie Lee Curtis per aver resuscitato il progetto dopo decenni di fallimenti. Esalta la showrunner Liz Sarnoff per il dramma psicologico e le autopsie realistiche e promette un finale che “saltare in aria”. Con un cameo nel primo episodio, Cornwell vede in questa serie il culmine perfetto della sua eroina, insomma.

Il cliffangher finale, tra segreti familiari irrisolti ed echi del killer dal passato, apre a una seconda stagione già confermata, lasciando l’attesa viva. Dopo 35 anni, Scarpetta pulsa sullo schermo, imperfetta ma irresistibile. Vale la visione per chi ama il crime con anima.