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Portobello 1×02 – Presunzione di colpevolezza

Portobello
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Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla seconda puntata di Portobello, disponibile su HBO Max.

Non ha smesso di seguire “la luce che cammina”, Enzo Tortora. Una luce flebile, tra le mura anguste di un carcere desolante. Nell’ancora più soffocante ora di libertà, là dove lo spazio si schiude tra pochi metri da percorrere avanti e indietro. Una volta al giorno, senza manco essere al riparo da occhi indiscreti. Oltre le sbarre c’è il cielo, ma è un privilegio che una condanna ingiusta gli nega.


Non è un caso, allora, che la seconda puntata di Portobello si concluda sulle note di Jesahel, storico brano dei Delirium del 1972.

Un inno alla libertà in un tempo di soffocanti vincoli. Lo spirito sessantottino che si rinnova negli occhi di un estraneo, figlio fin lì di altre cause. Un uomo che cerca una risposta a domande sospese, sperando di dare un senso a ogni cosa. Ai silenzi, alle assurdità, alle evidenze che non sono mai tali. A un’incriminazione ingenerosa che frammenta il nome arcinoto in mille parti, restituendocelo nudo. Vulnerabile come mai era stato. Quello che rimane del leggendario Tortora e un nuovo Enzo, preda delle menzogne e di sentenze che risuonano nell’aria senza il supporto di qualsivoglia prova.

Chiede tempo, nella seconda puntata di Portobello. In un senso e nell’altro.

Dopo esser stato travolto dal vortice mortifero in una manciata di ore, ben cadenzate dagli orologi che scandiscono le tappe del suo cammino verso il patibolo, chiede la restituzione del tempo scippatogli da un destino infame e, parallelamente, lo spazio per capire. Argomentare. Difendersi. Aprirsi ancora una volta alla complessità, senza semplificazioni. Perché la realtà non è mai rossa o bianca: così andrebbe letta correttamente, ma sarebbe necessario uno sforzo che nessuno vuole fare. Non resta, allora, che la presunzione di colpevolezza: quanto di più opposto possa esserci a qualsivoglia forma di giustizia.

“Il silenzio nelle mani e nelle voci”

Fabrizio Gifuni in una scena di Portobello, la nuova Serie Tv italiana HBO Max
Credits: HBO Max

Ogni verso di Jesahel sembra ritagliarsi su misura della sua vicenda, nella seconda puntata di Portobello. “Il silenzio nelle mani e nelle voci” emerge con forza in una delle prime stazioni della sua personalissima via Crucis. Arrestato nel cuore della notte senza alcuna spiegazione, gli viene promessa discrezione: un attimo dopo, però, è esposto fatalmente alla gogna mediatica. Tutti sanno un attimo prima di lui stesso, tra indiscrezioni improprie e la fame dei cronisti che cercano di stanare la preda, apparentemente inerme. Tutti hanno una sentenza già scritta nella mente: che si professi la sua colpevolezza o la sua innocenza, si presumono evidenze che non esistono. Si insegue lo spettro della notizia, dell’evento. Un pezzettino di Enzo Tortora per ognuno, qualunque esso sia.


Diretto verso il carcere, esce dalla caserma in manette e diventa il soggetto principe di un teatrino indegno: uno spettacolo della peggior specie in cui Tortora viene dato in pasto al popolo e ai cronisti, alla ricerca di un dettaglio rivelatore e di un istante che spezzi l‘indecorosa liturgia. Fin da subito, Tortora non smette di seguire la luce che non si spegne dentro di sé. Inizialmente silente, riprende poi il controllo della narrazione per quanto può: non nega al tumulto dei flash le sue mani ammanettate, le alza al cielo e le trasforma in un’icona.

Pur essendo sballottato alla deriva, travolto e stupito dalla tempesta, invoca la giustizia e il tempo: sembra sapere, intimamente, che questa storia non potrà concludersi in una manciata di ore. Il suo sguardo cade più volte su una parola: Rai. Casa sua, o forse no. La Rai reticente, dopo averne scritto per anni alcune tra le pagine più liete.


“Nel suo corpo c’è la febbre del dolore”

L’arrivo a Regina Coeli, ben rappresentato nel secondo capitolo di Portobello, è quello di un uomo estraneo a ogni cosa. Un alieno tra le figure che arrivano a vedere in quel tugurio un’abitazione: l’uomo sa adattarsi anche nelle condizioni più difficili, ed Enzo cerca come può di sopravvivere alla burrasca. Il suo corpo è debole, impreparato a condizioni tanto dure, ma il suo spirito non si spezza di fronte a niente. Ognuno lo giudica, emette una sentenza: viene condannato o assolto nel tempo di uno sguardo.

Il tempo sfugge via: non può più scorrere velocemente, è lento. Insostenibile, eppure necessario. Spogliato dei suoi averi, è il capro espiatorio improbabile di una vicenda della quale non conosce ancora i contorni. Non può fare altro che orientarsi attraverso i suoi echi, dietro le sbarre. Il Paese pensa di sapere, su ogni livello, ma lui no: è ignaro, altrove. Soffre intimamente, e finisce per trovare in alcuni compagni di celle alcune timide barriere tra sé e il mondo scagliatosi sulla sua fragile realtà.

Le presunzioni di colpevolezza, però, irrompono ovunque.

La parola “Portobello”, simbolo di un successo di cui avevamo parlato ampiamente nella prima recensione, si trasforma nel mezzo dello scherno di chi ne invidiava la posizione e ora può guardarlo negli occhi. Tra le pagine dei giornali, macchiate un po’ ovunque. Nelle parole dei pentiti, per chissà quale motivo, e negli umori di un popolo deciso a prendere posizione a ogni costo. Altrettanto duramente, nelle parole di un omicida che aveva combattuto una causa politica nel peggiore dei modi. In ogni momento, sconta la pena e l’assoluzione diviene un miraggio. Cerca di difendersi, ma a un certo punto capisce quanto poco possa essere evidente ciò che evidente dovrebbe essere. E quanto lo sia, paradossalmente, ciò che dovrebbe esserlo.


Il teatro dell’assurdo si incarna in maschere comiche d’altri tempi, sempre attuali. Pulcinella, allora, incarna gli incubi peggiori: è una realtà grottesca, ma quando Enzo riapre gli occhi è ancora più insostenibile.

Nonostante ciò, non c’è mai un segno di resa, anche quando i giorni si trasformano in vite intere. La sua, però, gli viene negata.

Tuttavia, come canterebbero ancora i Delirium, “nei suoi occhi c’è la vita, c’è l’amore”. Ma la libertà dov’è finita?

“Liberati dal cemento e dalle luci”

Portobello
Credits: HBO

La seconda puntata di Portobello non è mai un mero esercizio di stile e ci ricorda quanto possa essere preziosa la visione autoriale di Bellocchio. Ogni singolo dettaglio ci riporta al dramma di Tortora e al suo soggiorno in carcere. Ci riporta alle maschere farsesche dalla tradizione millenaria, mentre Enzo interpreta suo malgrado ogni ruolo: l’eroe del popolo avulso da ogni ombra populista, persino l’incantatore di serpenti che mai era stato. Poi il mostro, sbattuto in prima pagina. Infine se stesso, sotto una nuova forma: una catarsi accompagnata dalle note di speranza di Jesahel, mentre il protagonista è succube di una cronaca impropria per poi combatterla e riscriverla, fino a poter finalmente mostrare la verità.


Prima, però, deve rinascere nella forma dell’incarcerato e combattere una battaglia inedita, insieme a nuovi compagni. Sofferente sì, ma determinato a liberarsi dal “cemento” di quel cortile soffocante e dalle luci della ribalta più tossiche. Segnate da un flash, volgare, che cela l’oscurità di interi mondi. Lui, vittima, protagonista di uno scatto tragicamente passato alla storia e di un racconto che niente ha a che fare con l’uomo che era stato. Un mondo non suo, impossibile tuttavia senza il suo martirio.

“La quinta strada, quella che porta verso il sole”, è ancora lontana. Più che illuminare, acceca. È trascorso poco tempo dall’arresto, e purtroppo siamo solo all’inizio: il verso dei pappagalli che sostengono a gran voce la condanna è più forte che mai. Quella degli innocentisti, invece, si udirà timidamente sullo sfondo per troppo tempo, prima di essere relegata alle note nascoste delle rettifiche: ci sarà un momento in cui emergerà e cadrà questo palcoscenico fatto di carta, ma il prezzo da pagare sarà troppo alto.

Antonio Casu