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Motorvalley – La Recensione: velocità, redenzione e identità nella corsa italiana

Copertina di Motorvalley

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Motorvalley arriva su Netflix come una dichiarazione d’intenti: portare l’immaginario della Motor Valley emiliana, terra di marchi leggendari e cultura automobilistica, dentro una serialità ad alto budget che mescoli dramma umano e adrenalina. Creata da Matteo Rovere insieme a Francesca Manieri e Gianluca Bernardini, la serie italiana in sei episodi segue una giovane erede decisa a riprendere il controllo dell’impero di famiglia e a competere nel campionato italiano Gran Turismo, affiancata da un pilota spericolato e da un allenatore segnato dal passato. Fin dal primo sguardo è evidente come la serie voglia fondere più registri. Spettacolo visivo, saga familiare, racconto di formazione e desiderio di redenzione convivono in un progetto che ambisce a essere la prima grande action italiana ambientata nel mondo delle corse.

La trama si attiva quando uno scandalo distrugge una scuderia storica, costringendo una brillante ingegnera a ricostruire la squadra da zero insieme a un giovane pilota problematico e a un ex campione perseguitato dai propri fantasmi, per sfidare un circuito GT descritto come spietato. La struttura è quella classica del racconto sportivo, con caduta, ricostruzione e sfida. Ma Motorvalley prova a personalizzarla attraverso conflitti familiari e traumi individuali, insistendo sul tema della seconda possibilità. Dal punto di vista produttivo, lo show sfrutta con intelligenza il suo contesto geografico. Di fatto, la storia è ambientata nel distretto automobilistico dell’Emilia-Romagna (ecco Fango: la docuserie sull’alluvione emiliano), noto a livello globale per ingegneria e design motoristico, un elemento che contribuisce a conferire autenticità al racconto.


La protagonista di Motorvalley (Cinefilos.it)

La regia e l’impianto visivo puntano sull’immediatezza

Le sequenze di gara sono coreografate con precisione e restituiscono quella sensazione di velocità che spesso manca alle produzioni televisive europee. Non sorprende quindi che molte recensioni sottolineino come la serie “agganci lo spettatore” soprattutto grazie all’azione elegante e ben prodotta e alla chimica tra i protagonisti. In particolare, la performance di Caterina Forza viene citata come uno degli elementi più magnetici dello show. Tuttavia, proprio qui emerge la prima ambivalenza critica, secondo cui Motorvalley funziona meglio quando accelera che quando rallenta.

I personaggi, invece, sono delineati con tratti piuttosto ampi e non sempre esplorati in profondità. L’arco narrativo (qui i più deludenti degli ultimi 10 anni) resta prevedibile e fortemente ancorato alla tradizione del redemption drama sportivo. Non è necessariamente un difetto, ma indica che la serie privilegia l’energia narrativa rispetto alla complessità psicologica. Se si guarda alla ricezione complessiva, i primi dati parlano di un’accoglienza moderatamente positiva. Circa il 65% su Rotten Tomatoes secondo le prime segnalazioni, indice di un consenso critico più solido che entusiastico. È il tipo di punteggio che spesso accompagna produzioni solide ma non rivoluzionarie, capaci di intercettare un pubblico ampio senza imporsi come fenomeno culturale.

Motorvalley si posiziona tra ambizione e accessibilità

Non è una serie autoriale nel senso più rigoroso del termine, ma neppure un semplice prodotto di consumo. Piuttosto, tenta di costruire un immaginario italiano esportabile, seguendo la strategia Netflix di valorizzare storie locali dal respiro internazionale. Il confronto con altre serie a tema sportivo aiuta a definirne meglio i contorni. Rispetto a Drive to Survive (qui un focus sulla docuserie), che ha ridefinito il racconto motoristico attraverso il linguaggio documentaristico e la tensione reale della Formula 1, Motorvalley sceglie la via della fiction emotiva: meno analisi strategica, più melodramma. Dove la docuserie vive di autenticità, qui domina la costruzione narrativa.


Se invece la si accosta a drammi sportivi scripted come Friday Night Lights, emerge la differenza più significativa. Non a caso, la serie americana trasformava lo sport in una lente per raccontare comunità e identità sociale. Invece, Motorvalley resta più concentrata sul destino individuale dei suoi protagonisti. È un racconto più verticale che corale. Un paragone forse ancora più calzante è con molte produzioni sportive contemporanee orientate all’intrattenimento, quelle in cui il percorso di riscatto conta più della sorpresa. In questo senso la prevedibilità non è un incidente, ma quasi una promessa allo spettatore. Sappiamo dove andremo, ma il piacere sta nel viaggio, nelle gare, nelle rivalità.

Una scena di Motorvalley (La Repubblica)

L’automobile come simbolo identitario europeo

In Italia la cultura dei motori non è solo sport, ma patrimonio industriale, estetico e persino emotivo. Trasformarla in linguaggio seriale significa tentare una mitologia nazionale moderna. Quando la serie funziona meglio, nelle immagini delle piste, nei dettagli tecnici, nella ritualità delle corse, si percepisce questa ambizione. Naturalmente, l’altra faccia della medaglia è il rischio di restare intrappolati nei cliché del genere con il campione caduto, il talento ribelle e la squadra improbabile che deve dimostrare il proprio valore. Elementi che garantiscono coinvolgimento immediato ma limitano l’effetto sorpresa.


Eppure, sarebbe ingeneroso liquidare Motorvalley come un prodotto derivativo. Piuttosto, meglio considerarla una prima tappa. Un tentativo di costruire una serialità italiana più muscolare, meno intimista, capace di competere sul terreno dello spettacolo (qui curiosità sullo spettacolo The First Shadow). Se avrà un futuro, sarà interessante capire se sceglierà di approfondire i personaggi o di spingere ancora di più sull’azione. Pertanto, ad oggi, è il tipo di titolo che può conquistare gli appassionati di motori e chi cerca un drama energico senza pretese eccessivamente cerebrali. E come molte storie di corse, il suo valore non sta solo nel traguardo ma nella traiettoria