ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Mayor of Kingstown 4.
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Non esistono episodi normali a Kingstown. Questo lo avevamo capito fin dal primo episodio della prima stagione. Ogni minuto è un respiro trattenuto, ogni dialogo una minaccia velata, ogni sguardo un addio non detto. Ma se la serie di Taylor Sheridan e Hugh Dillon ha sempre oscillato tra tragedia greca e noir esistenziale, l’episodio 9 della quarta stagione, Teeth and Tissue, non si limita a confermare questa vocazione: la eleva a un livello quasi sacro. In questo penultimo capitolo di Mayor of Kingstown 4, non si racconta una storia. Si scava. Si scava nella carne dei personaggi, nella loro dignità perduta. Nei silenzi che urlano più dei colpi d’arma da fuoco. E lo si fa con una brutalità poetica che lascia senza fiato, senza giudizio. Soprattutto senza scampo.
Perché Mayor of Kingstown non vuole essere capita. Vuole essere sentita. E inTeeth and Tissue, ogni cuore presente, spezzato, pieno di rabbia, colmo di disperazione, batte in sincronia con un’unica verità: a Kingstown, la violenza non è un’eccezione. È il linguaggio che tutti conoscono e sanno parlare.
Breen: l’umiliazione come sentenza di morte

Nel cuore pulsante di questo episodio di Mayor of Kingstown 4 c’è lui: Breen. Non un cattivo, non un mostro ma un uomo. Un agente di prigione con le mani screpolate e l’orgoglio fragile, messo in servizio limitato dopo aver pestato un detenuto che aveva osato prenderlo in giro. Lo avevamo visto vacillare la scorsa settimana. Oggi, lo vediamo crollare definitivamente.
La scena è semplice, quasi banale. Breen viene chiamato nella zona protetta della prigione per pulire una cella imbrattata di feci. Un lavoro umile, degradante. Ma non è il tanfo a spezzarlo. È la gabbia di voci che lo circonda. I detenuti lo chiamano per nome, lo deridono, lo riducono a una caricatura. E in quel momento, per Breen, non c’è più un domani. C’è solo il bisogno disperato di riprendersi la dignità. Anche se per farlo deve trasformarsi in carneficina.
La strage che segue non è un atto di follia. È un rituale. Breen non spara per rabbia. Spara per cancellare gli occhi che lo hanno visto cadere. Uccide la guardia che lo ha umiliato, uccide i detenuti che ridevano, uccide l’intero sistema che lo ha ridotto a uno straccio. E quando arriva di fronte alla cella di Kyle, non trova un nemico. Trova un doppio.
Kyle non implora. Non trema. Offre il petto, gli occhi vuoti, la bocca chiusa. È pronto. Vuole morire. E in quel gesto di resa totale, Breen esita. Perché uccidere un uomo che non teme la morte non restituisce potere. Rivela solo la propria impotenza.
Ma Cindy sì che teme. E con la mano che trema, dettaglio sublime, quasi impercettibile, impugna il fucile, spara, e salva l’unico uomo che non voleva essere salvato. È il momento più umano dell’episodio: non la violenza mail dolore condiviso. Cindy non salva Kyle per Mike. Lo salva perché, in quel caos, è l’unica cosa che ancora ha senso.
Il coro delle anime spezzate
Teeth and Tissue non si ferma a Breen. Si espande, come un’onda d’urto, toccando ogni anima presente in questo Mayor of Kingstown 4, ognuna con il proprio lutto, il proprio tradimento. Il proprio punto di non ritorno.
C’è Moses, il Re di Detroit, finalmente abbattuto. Non da una guerra ma dal dolore. Lennie James regala una delle performance più struggenti della stagione. Quella di un gangster che piange suo fratello LJ non con lacrime ma con silenzi carichi di promesse di sangue. E Mike, nei panni di un Satana mascherato da angelo, gli tende la mano, gli sussurra false consolazioni, e lo conduce dritto nella trappola. È crudele, sì. Ma non è malvagio. È disperato. Mike non manipola Moses per il potere. Lo fa per Kyle. Anche per Bunny. E questa distinzione, sottile come un filo di un rasoio, è tutto ciò che lo tiene ancora dall’altro lato dell’abisso.
Poi ci sono Ian e Stevie, poliziotti con le mani sporche e la coscienza comoda. Arrestano Moses per un omicidio che Mike ha orchestrato. Eppure, non sono i cattivi. Sono gli strumenti di un sistema che non conosce giustizia, solo equilibrio. Il loro sguardo, mentre aspettano fuori dalla casa dove Lamar aspetta la sua fine, non è trionfante: è stanco. Sanno di essere complici. E lo accettano, perché a Kingstown, anche la legge deve sporcarsi le mani per sopravvivere.
A Kingstown c’è chi aspetta e chi subisce
E poi c’è Bunny, il re silenzioso, che si beve una birra sul tetto di casa sua dopo essere uscito dall’ospedale e dal coma. Sta lì, in silenzio, al buio e al freddo, a osservare le luci giallognole di Kingstown, dominando con lo sguardo una città che sembra volergli sfuggire di mano. È un’immagine breve, quasi invisibile, ma potentissima: il potere, nel suo regno, non è urlare. È osservare. E aspettare.
Ma il momento più straziante di questo nono episodio di Mayor of Kingstown 4, forse, è quello di Sarah, la barista del Don’s Diner. Fino a oggi, è stata una presenza di contorno: serviva caffè, ascoltava in silenzio, puliva i tavoli dove gli uomini della città discutevano di morte come se fosse un affare di routine. Ma quando i colpi d’arma da fuoco fanno esplodere il vetro del suo locale, Sarah non grida. Si nasconde. Come se aspettasse quel momento da tutta una vita. E in quel momento, la normalità muore. Perché il Don’s Diner non era un ristorante: era l’ultimo rifugio di umanità in una città che ha dimenticato cosa significhi essere umani.
Mayor of Kingstown: dove ogni luogo è un simbolo

L’attacco finale, un tiratore in tenuta antisommossa che apre il fuoco su Mike, Kyle, Ian e Stevie, non è un cliffhanger per generare hype. È un avvertimento. A Kingstown, non esistono santuari. Nemmeno quelli costruiti con caffè, sigarette e conversazioni sottovoce.
Chi è il tiratore? Le teorie non mancano. Callahan? Troppo rozza la sua violenza. I Colombiani? Troppo strategici per un attacco così diretto. Moses? Probabile. Lo ha tradito Mike, lo ha incastrato, gli ha tolto LJ. E Moses ha già dimostrato di saper usare il terrore come arma, basti pensare al
lanciafiamme.
Ma forse, non importa chi sia il tiratore. E nemmeno il mandante. Perché il vero messaggio di Mayor of Kingstown 4 non è nell’identità del killer, ma nella sua presenza. Il messaggio è: nessuno è al sicuro. Nemmeno Mike, il Sindaco che ha sempre un piano. E nemmeno Kyle, che vorrebbe solo scomparire. Nemmeno Stevie, ferito alla spalla ma ancora in piedi, simbolo di una resistenza che non sa se sia coraggio o follia.
E Sarah? Lei è la testimone. L’unica a non avere armi, potere o segreti. Eppure, è lei che incarna il costo reale di questa guerra. La distruzione della vita quotidiana. Il trauma non è solo per chi spara o muore. È per chi sopravvive e deve guardare il proprio mondo andare in pezzi.
Mayor of Kingstown 4: violenza e fragilità
Il titolo dell’episodio è una dichiarazione di poetica. Teeth and Tissue. Denti e tessuto. La prima è la violenza: dura, tagliente, distruttiva. La seconda è l’umanità: fragile, connettiva, viva. A Kingstown, non esiste l’una senza l’altra. Ogni gesto di crudeltà lascia un’impronta di dolore umano. E ogni atto di empatia, Cindy che spara, Mike che stringe il braccio di Kyle, Sarah che si nasconde dietro il suo bancone, è un tentativo disperato di ricucire ciò che la violenza ha lacerato.
Teeth and Tissue non è solo il penultimo episodio di Mayor of Kingstown 4. È il cuore nero di questa serie: una sinfonia di anime ferite che, pur nel caos, cercano ancora un motivo per restare. Non per vincere. Non per vendicarsi. Ma semplicemente per sentire, un’ultima volta, di essere vivi.
E con questo episodio, lo scontro si prepara al suo atto conclusivo: il prossimo sarà il finale della quarta stagione. Godiamoci ogni istante perché quando il sipario sarà calato su Kingstown non ci resterà più niente. Nemmeno più il dolore.







