ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Mayor of Kingstown 4.
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Kingstown non perdona. Non dimentica. E soprattutto, non lascia scampo. In una città dove ogni gesto è una moneta di scambio e ogni parola nasconde una minaccia, My Way, settimo episodio della quarta stagione di Mayor of Kingstown 4, non alza semplicemente la posta: la capovolge. Perché qui, più che di potere o vendetta, si parla di tentativi. Di quei piccoli, disperati tentativi di tenere insieme qualcosa che si sta sgretolando: una famiglia, un’amicizia, un’anima.
Mike McLusky non cerca più di governare il caos. Cerca, in silenzio, di costruire uno spazio per sé. Non con le armi, non con le minacce, ma con una mazza da hockey regalata a un ragazzino che non è suo. È in quel gesto, fragile e quasi patetico, che si nasconde la vera rivoluzione dell’episodio. La consapevolezza che salvare qualcuno non basta, se non riesci a immaginare un posto dove portarlo. E mentre Merle Callahan esce dall’ombra, Ian affonda nell’oscurità e Nina si piega sotto il peso di una maternità minacciata, Mike si aggrappa a Cindy non come a un’arma, ma come a un’àncora possibile. L’unica persona che potrebbe ricordargli che, fuori dal ruolo del sindaco, esiste ancora un uomo.
My Way non è un episodio di svolta: è un lamento sussurrato prima del crollo. E in quel sussurro, Mayor of Kingstown 4 mostra, forse per la prima volta, non chi Mike vuole salvare… ma chi vorrebbe essere.
Mike e Cindy: il sogno di una normalità impossibile
È proprio da quel regalo, così semplice eppure così carico, che inizia a profilarsi un altro Mike: non il mediatore, non il vendicatore, ma l’uomo che vorrebbe costruire qualcosa di duraturo. Quando Cindy lo guarda, non vede il sindaco senza corona: vede un uomo che le parla con gli occhi, che le dice “vorrei poterti dire che il lavoro è diventato più facile, ma non è così”. E in quella frase c’è tutta la sua disperata umanità.
Cindy non si lascia comprare e non lo respinge. Perché sa che, per la prima volta, Mike non sta cercando di controllare una situazione: sta chiedendo di esistere in un modo diverso. Il loro dialogo, misurato e pieno di silenzi, è il cuore pulsante di un episodio altrimenti dominato dal rumore della violenza, e getta le basi per qualcosa che la serie ha sempre negato: la possibilità di una vita dopo Kingstown.
Ma Kingstown non concede tregua. E mentre Mike tenta di allungare la mano verso un futuro, un’ombra silenziosa sta già uscendo dal buio. È qui, nel cuore di Mayor of Kingstown 4, che il sogno di normalità incontra il suo primo ostacolo reale.
Merle Callahan: il gas tossico che esce dal muro
Merle Callahan non fugge con rumore. Non urla, non minaccia: si infiltra. La sua evasione, orchestrata con la pazienza di un ingegnere del caos, è tanto perfetta quanto terribile. Approfittando di una rissa in mensa, si nasconde in un carrello della cucina e scompare. Ma non è la fuga in sé a fare paura: è quello che Merle sa.
Sa che Kyle è il punto debole dei McLusky. Sa che Tracy è il cuore di Kyle. E ora sa che Mike ha qualcosa da perdere fuori dal carcere. Il suo addio a Kyle è inquietante:”saluterò Mike quando lo vedrò“. Non è una promessa di morte: è una dichiarazione di guerra psicologica. E Merle non colpirà Mike in strada: colpirà chi Mike cerca di proteggere, proprio per dimostrargli che la sua protezione è un’illusione.
In questo senso, Merle non è un semplice criminale: è l’incarnazione del fallimento morale di Kingstown, il mostro che non ha bisogno di gridare perché sa che il silenzio fa più paura. E con lui fuori, Mayor of Kingstown 4 ha appena acceso la miccia di una bomba a orologeria.
Ian e Robert: l’amicizia che diventa omicidio
Se Merle rappresenta la minaccia esterna, Ian Ferguson incarna quella interna: il tradimento che arriva da chi ti conosce meglio di chiunque altro. Robert Sawyer non è morto perché era pericoloso. È morto perché sapeva la verità: che Mike non salva nessuno, che ogni sua mossa lascia cadaveri. E quando ha detto a Ian che “Mitch non avrebbe mai permesso che accadesse”, in qualche modo ha firmato la sua condanna.
Ian non agisce per rabbia. Agisce con una freddezza da incubo. Fa ubriacare Robert, lo accompagna a casa, lo sistema al posto di guida, lascia il motore acceso e se ne va. Senza un gesto, senza una parola. Solo il ronzio del motore e il silenzio che segue. È un omicidio camuffato da suicidio, ma soprattutto è la fine di ogni illusione di lealtà. Ian non è più un amico. È il custode di un segreto che potrebbe distruggere Mike. E ogni volta che lo guarda, Mike dovrebbe chiedersi se verrà mai il suo turno.
Mayor of Kingstown 4 e la sua regina senza scettro
Nina Hobbs non è mai stata una semplice carnefice né, tantomeno, una vittima. È sempre stata una sopravvissuta. Ma in My Way, per la prima volta, la sua maschera di controllo si incrina non per debolezza, ma per una minaccia che nemmeno lei può gestire: il cartello colombiano. Quando il giovane sicario la sorprende in casa, le lega le mani, la getta nella vasca da bagno e le mostra la foto di sua figlia, non sta solo minacciando una madre: sta demolendo un sistema. Perché Nina comanda ad Anchor Bay, non fuori. E fuori, il potere non si negozia: si impone.
Mike non le offre protezione. Le offre un piano. Le fa arrivare informazioni su un carico del cartello e poi la spinge a indicare Torres come capro espiatorio. Non è un’alleanza: è un ricatto mascherato da collaborazione. Nina lo sa. Sa che Mike ha messo in moto l’attacco a quel carico usando Frank Moses, e sa che ora lei deve ripulire il disastro. Eppure non ha scelta. Quando Mike le dice: “hai perso una spedizione… qualcuno deve pur prenderne la responsabilità“, non le sta chiedendo un favore. Le sta ricordando chi comanda il caos.
La loro conversazione è glaciale, misurata, ma carica di tensione non detta. Nina non si fida di Mike, non l’ha mai fatto. Eppure, proprio perché sa che lui è l’unico che può muoversi tra il sistema e il sottobosco, potrebbe essere costretta a chiedergli aiuto quando il cartello chiederà più di un nome. Non per lealtà, non per amicizia: per disperazione. Una disperazione che in Mayor of Kingstown 4 è l’unica moneta che Mike non controlla ma sa come spendere meglio di chiunque altro.
Frank Moses: l’uomo che non si può corrompere
Frank Moses non è un alleato: è un principio. Mentre tutti si piegano, lui si raddrizza. Mentre Mike manipola, lui agisce. Il suo attacco al carico del cartello, orchestrato con la precisione di un veterano, non è un favore, ma una necessaria dichiarazione di autonomia. E quando dice al suo braccio destro che “lasceranno delle cicatrici” parla di marchi indelebili sulle anime di chi governa Kingstown.
Mike crede di poterlo usare come merce di scambio con Evelyn. Ma Frank non è una pedina: è l’unico giocatore che conosce già la fine della partita. E se Mike pensa di consegnarlo al sistema, si sbaglia di nuovo. Perché Frank, come Merle, non ha bisogno di urlare per vincere: basta che esista.
Breen: il mostro che vorrebbe essere buono
Tra tutti i personaggi, forse il più sorprendente è Breen. La sua violenza è brutale, sì ma non gratuita. È la violenza di chi non sa esprimersi in altro modo. Quando cerca di “essere dolce” con Cindy e viene respinto, non si arrabbia ma si spegne. Probabilmente ne vedremo delle belle ma in quella scena, c’è tutta la sua tragedia. Breen non è cattivo per vocazione. È cattivo perché è stato spezzato prima di imparare a stare in piedi. E in Kingstown, quelli come lui non hanno scelta: o fai del male, o muori. La sua fine, quando arriverà, non sarà una punizione: sarà una liberazione.
Mayor of Kingstown 4 ha qualcosa di vero e di buono, però
In un mondo dove ogni parola nasconde un patto e ogni gesto una minaccia, Tracy e Kyle sono l’unico miracolo fuori posto. Lontani nello spazio, lei fuori dallo stato, lui dietro le sbarre, eppure così vicini da toccarsi attraverso il filo di una telefonata interrotta. Non si raccontano bugie. Non si scambiano promesse vuote. Quando Tracy dice a Kyle che “le false speranze possono rovinare tutto“, non è scetticismo: è amore che si protegge da se stesso. Perché lei sa che Mike sta giocando d’azzardo, e che ogni sua mossa per “salvare” il fratello lascia cadaveri sul bordo della strada. Eppure, nonostante la distanza, nonostante il carcere, nonostante Kingstown, loro resistono. Non con rabbia ma con una tenerezza quasi sacra, l’ultima forma di ribellione possibile in una città che divora chiunque osi credere in qualcosa di più del proprio istinto di sopravvivenza.
Ma My Way non è un episodio di tregua: è l’inizio della fine. Ogni personaggio è stato spinto al limite, costretto a scegliere tra fedeltà a se stesso e sopravvivenza a qualunque costo. Mike, per la prima volta, non agisce solo per Kyle. Cerca negli occhi di Cindy l’ultimo barlume di normalità che gli resta. Eppure sa, in fondo, che Kingstown non concede futuri. Le finestre su un mondo diverso vengono sempre sbarrate. E ora, con Merle Callahan fuori dal carcere, Ian Ferguson annegato nella sua corruzione, Nina Hobbs piegata dal cartello, Frank Moses incontrollabile e Bunny Washington pronto a “prendere Moses con una fiamma ossidrica“, Mayor of Kingstown 4 ha smesso di fingere. Non si tratta più di mantenere l’ordine: si tratta di decidere chi merita di uscire vivo da questo inferno.
E forse, alla fine, nessuno lo merita.







