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Mayor of Kingstown 4×10 – Un finale di stagione così molte serie se lo sognano

Mayor of Kingstown 4x10

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Mayor of Kingstown 4.

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Arrivare alla fine di Mayor of Kingstown 4 significa attraversare un territorio narrativo che non concede conforto. Belly of the Beast, ultimo episodio della stagione, non è un finale pensato per stupire ma per chiudere ferite lasciandole aperte. È un paradosso che Taylor Sheridan e Hugh Dillon conoscono bene: in un mondo come Kingstown, ogni conclusione è solo una pausa armata.

Dopo il gonfiarsi brutale degli ultimi due episodi, il finale sceglie deliberatamente una strada diversa. Non rilancia, non moltiplica i colpi di scena, non cerca l’ennesima apocalisse. Al contrario, Mayor of Kingstown 4 si chiude con un atterraggio controllato, severo, quasi rituale, in cui la violenza non esplode. Si consuma semplicemente. È una decisione narrativa rischiosa ma profondamente coerente con l’universo morale (o amorale) della serie.
Belly of the Beast non è il finale più spettacolare di Mayor of Kingstown ma è forse il più onesto. E proprio per questo, uno dei più disturbanti. E più belli. In assoluto.

Mayor of Kingstown 4 e la quiete dopo il massacro

La prima scelta forte del finale è il rifiuto dell’escalation. Dopo la guerra aperta tra le strade di questa città dell’Illinois ci si aspetterebbe un’ulteriore detonazione. Invece, l’episodio si apre con l’assalto al diner, una sequenza girata e montata come coda dell’episodio precedente: violenza funzionale, meccanica, priva di qualsiasi compiacimento spettacolare.

È una violenza che non chiede attenzione ma che viene subito assorbita nel sistema di scambi, ricatti e silenzi che regola Kingstown. Mike, Ian, Kyle, Stevie da una parte e Callahan, attraverso i suoi uomini, dall’altra: non ci sono eroi, solo uomini che amministrano conseguenze. E lo fanno in maniera asciutta, senza fronzoli. Come se stessero facendo il bucato in una lavanderia a gettoni.
In questo senso, Mayor of Kingstown 4 dimostra una maturità rara nella serialità contemporanea. Il finale non ha bisogno di urlare per farsi sentire. Preferisce chiudere le linee narrative con rigore, lasciando che sia il peso morale delle azioni a parlare.

Callahan, il villain inevitabile

Merle esce di scena com'è uscito di prigione, in Mayor of Kingstown 4
Credits: Paramount+

Merle Callahan ,con la sua logica cattiveria, si è guadagnato il diritto di essere il centro di gravità dell’intera stagione, e Belly of the Beast lo conferma senza ambiguità. La sua morte non è una sorpresa. E non deve esserlo. In una serie che ha sempre trattato la vendetta come processo, non come colpo di scena, l’eliminazione di Callahan è un atto necessario.

La sequenza sulle rotaie dove tutto ha avuto inizio, dieci settimane fa, è il cuore simbolico del finale di Mayor of Kingstown 4. Mike non spara. Non perché sia migliore ma perché è più compromesso. E perché se lo facesse sarebbe soltanto una vendetta per sé e non per Tracy, sua cognata. Il suo rifiuto di premere il grilletto è la forma più pura del suo codice deformato: amministrare la violenza, delegarla, renderla sistema. Ma anche la condizione migliore per fare un passo indietro e rendersi, per una volta, meno protagonista. Nel bene e nel male.

Consegnando l’arma a Kyle, Mike non offre solo una possibilità di vendetta. Offre una trasmissione di colpa. È il momento in cui la serie rende esplicito ciò che suggerisce da quattro stagioni: la giustizia a Kingstown non è altro che una catena ereditaria di decisioni sbagliate.
Callahan, fino all’ultimo, mantiene un residuo di controllo. Ma quando il dolore finalmente emerge sul suo volto, dopo il primo colpo, è chiaro che il mostro non è più lui. È il mondo che lo ha reso possibile.

Kyle McLusky nonostante tutto ha perso

Se Callahan è il villain della stagione, Kyle è l’anima del finale. Lo abbiamo seguito con affetto in queste dieci puntate, cercando di capire se e quando sarebbe crollato. E alla fine è riuscito a sorprenderci in qualche modo. Perché Mayor of Kingstown 4 sceglie consapevolmente di spostare il baricentro emotivo su di lui, trasformandolo da vittima collaterale a fulcro tragico del racconto.

Il ritorno alla casa d’infanzia bruciata dagli Ariani non è semplice nostalgia. È un confronto con le rovine di un’illusione. La valigetta di metallo, il distintivo e la pistola del padre non sono oggetti simbolici astratti: sono testimoni. Raccontano una storia di uomini che hanno creduto di poter controllare il caos, pur facendo parte. Che hanno provato a piegarlo per giustificare le loro azioni. E che alla fine, volenti o nolenti, ne sono stati divorati.

Kyle non usa quell’arma per autodistruggersi. La usa per chiudere un cerchio. Quando spara a Callahan, non c’è più rabbia, nemmeno sete di vendetta. C’è precisione. Liturgia. È un’esecuzione che somiglia più a un addio che a una vendetta. E quando, dopo, crolla tra le braccia di Mike, Mayor of Kingstown 4 tocca uno dei suoi momenti più autentici. Il pianto non è debolezza ma consapevolezza di aver perso tutto. Kyle ha ottenuto ciò che voleva ma non è stato sufficiente. La sua vendetta non serve a niente, non placherà mai il bisogno di riavere ciò che ha perso. E questo lo tormenterà per il resto della sua vita.

Mayor of Kingstown 4 e quel necessario sacrificio, da usare come moneta di scambio

Uno dei temi più crudeli del finale è la normalizzazione del sacrificio. Kevin ne è l’esempio più devastante. La sua morte in infermeria, accoltellato alla gola da Roberto, non è solo un evento tragico: è una transazione. Kevin era la talpa, colui che aveva rivelato il giorno della consegna della droga dentro il penitenziario. Kevin, perciò, diventa il prezzo da pagare per risarcire, almeno in parte, il Cartello.
La regia, impietosa, insiste sullo sguardo impotente di Cindy, che cerca di salvare il povero collega. La donna, appena uscita indenne dall’ennesimo orrore, è subito costretta a essere suo malgrado, testimone di un altro. In Mayor of Kingstown 4, salvare una vita non significa mai sottrarla alla violenza. Significa solo rimandare il saldo a un altro momento. Perché la morte, in questa serie, riscuote sempre il dovuto.

Parallelamente, il massacro tra Crips e colombiani ribadisce la stessa tesi. Raphael, sanguinante, che continua a combattere fino allo sfinimento, incarna perfettamente la filosofia della serie. E cioè che ogni soluzione genera nuova carne da macello.
Il dettaglio di lui che guarda la foto del figlio prima che vengano riaperte le celle è devastante. Una vera pugnalata al cuore degli spettatori, proprio perché minimo. In quello sguardo non c’è paura. C’è rassegnazione. Raphael non combatte per se stesso o perché Bunny glielo ordina. Combatte perché non conosce altro modo per vivere. E per regalare un futuro a chi gli deve sopravvivere.

Nina Hobbs e il potere silenzioso

Un serrato confronto tra Cindy e Nina su Mike
Credits: Paramount+

Nina Hobbs è uno dei personaggi più inquietanti del finale, proprio perché non alza mai la voce. La sua decisione di revocare il lockdown all’interno di Archor Bay non è un errore. È una sentenza. In Mayor of Kingstown 4, il personaggio interpretato da Edie Falco comprende una verità che pochi osano ammettere. Che la pace, a Kingstown, non si negozia: si impone con la violenza. E mentre il caos sta per esplodere lei muove le pedine con calma chirurgica.

La visita di Cortez poco prima del massacro è agghiacciante non per le minacce ma per la freddezza con cui descrive la morte del suo vice, Torres: “non ha pianto quando è morto”. Quella frase non è un omaggio al caduto: è un avvertimento. Hobbs sa che il Cartello tiene d’occhio sua figlia, e ogni sua scelta, anche la più crudele e necessaria, dunque, è dettata da un’unica lealtà. Non al sistema, non alla legge ma a chi le è rimasto.

Mente con educazione. Sorride. Fa finta di sorprendersi quando Cindy torna al lavoro dopo aver ucciso Breen e forse le assegna l’infermeria per salvarla. O forse, perché sa esattamente cosa sta per succedere: il massacro tra Crips e colombiani, il fiume di sangue, e la fine di Kevin riverso sul pavimento. È il volto amministrativo del male sistemico. Non il più spettacolare, ma forse il più pericoloso. Perché Nina Hobbs non urla, non spara, non minaccia. Si limita a firmare, a spostare, a tacere. E in una città come Kingstown, il silenzio è, forse, l’arma più letale di tutte. Non perché nasconda qualcosa ma perché dice esattamente ciò che deve. E cioè che le regole sono carta straccia, e il potere si esercita attraverso ciò che non viene mai detto.

Il codice del silenzio: la legge che non esiste

Ed è proprio in questo linguaggio del non detto che si muove anche il Capitano Walter, quando decide il destino di Callahan. Il suo silenzio non è complicità. È fedeltà. La scena nella stanza degli interrogatori è uno dei momenti più emblematici del finale di Mayor of Kingstown 4. Callahan si consegna convinto che il sistema lo proteggerà. Sbaglia. Non perché il sistema sia corrotto ma perché a Kingstown il sistema non esiste. Esistono, invece, uomini che conoscono il peso del debito.

Il Capitano Walter non tradisce la legge. La sospende. Quando dice “non è mai stato qui”, non sta infrangendo una regola. Sta applicando un codice più antico, fatto di lealtà, colpa e debiti di sangue.
Kyle ha sacrificato la propria vita per non tradire il dipartimento. Ora il dipartimento, nella figura più autorevole del suo capitano, restituisce il favore nel solo modo possibile: lasciando che la giustizia si volti dall’altra parte e chiuda entrambi gli occhi.

E Bunny, in tutto questo?

In mezzo al caos orchestrato, al lutto privato e ai silenzi carichi di morte, c’è anche spazio per Bunny. Che si limita a dichiararsi intenzionato a prendere ciò che gli spetta. Con l’arresto di Moses, il vuoto di potere a Detroit è un invito. E Bunny risponde con la stessa calma con cui verserebbe il whisky sul tetto della sua casa, al freddo, al buio, come se la città fosse già sua da tempo.

La sua guerra contro il Cartello non è solo vendetta. È pulizia. Le sue decisioni non riguardano soltanto i corpi da contare ma anche l’ordine da ripristinare. Il suo. E mentre tutti annaspano nel fango emotivo del lutto o della colpa Bunny sembra deciso a giocare a scacchi con le vite altrui con una coerenza quasi monacale. Perché ogni mossa ha uno scopo, ogni sacrificio un ritorno. Anche se Bunny, va detto, non è proprio un campione a questo gioco. Cortez, infatti, gli sfugge dalle grinfie con le mani insanguinate dimostrando ancora una volta che che l’ecosistema criminale di Kingstown è tutt’altro che ridimensionato. Solo in transizione.

Mayor of Kingstown 4: verso una quinta, necessaria, stagione

E così, quando i titoli di coda scorrono, Mayor of Kingstown 4 non lascia allo spettatore una sensazione di fine ma di sospensione. Callahan è morto, Kevin è stato sacrificato, Kyle ha ottenuto la sua vendetta e l’ha pagata con ciò che gli restava dell’anima. Eppure Kingstown non appare più sicura, né più giusta. Solo momentaneamente più silenziosa.

È questo, forse, il vero senso di Belly of the Beast. Non raccontare una vittoria ma mostrare il costo di ogni presunta stabilità. A Kingstown la pace non è un obiettivo, è una parentesi. Non si conquista: si amministra. Finché qualcun altro non presenta il conto. E quel conto arriva sempre, sotto forma di sangue, silenzi e decisioni prese al buio.

Mayor of Kingstown 4 si chiude così: non con un punto ma con una constatazione. Che in questa città non esistono soluzioni, solo passaggi di consegne. E che il vero mostro, stagione dopo stagione, non è mai stato un singolo uomo ma il sistema che li produce, li consuma e li sostituisce. Finché qualcuno, prima o poi, non finirà di nuovo nella pancia della bestia.

E noi? Noi che abbiamo seguito ogni episodio, ogni silenzio, ogni sguardo carico di dolore?

Beh, noi possiamo finalmente permetterci una cosa rara: una pausa. Perché questa stagione non è stata solo raccontata. È stata sentita. Nelle ossa, nei dubbi su cosa sia giusto, su chi meriti salvezza, su quanto dolore si possa trasmettere da un uomo all’altro prima che tutto crolli.

Ora che l’anno volge al termine e le luci di Kingstown si abbassano per l’ultima volta, almeno per un po’, concediamoci il lusso di chiudere gli occhi. Non per dimenticare ma per recuperare l’umanità che questa serie, con crudele generosità, ha messo a nudo. Perché quando tornerà, e tornerà, la bestia avrà fame. E noi dovremo essere pronti a guardarla negli occhi. Di nuovo.