ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Mayor of Kingstown 4.
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Nel cuore di Kingstown, la violenza non è più un evento raro o eccezionale: è la grammatica quotidiana. Il linguaggio che tutti conoscono e da cui nessuno può fuggire. Mayor of Kingstown 4, con il suo episodio 6, ci trascina in questa realtà implacabile, dove ogni pezzo di terra, ogni vicolo, ogni respiro è intriso di una tensione che brucia lentamente ma inesorabilmente. Qui, la guerra tra gang e cartelli non è solo la superficie di una lotta per il potere ma l’anima corrotta di una città spezzata, fatta di tradimenti mascherati da lealtà e di promesse che uccidono più dei proiettili. Il codice #081693, che sostituisce il nome di Kyle McLusky nel sistema carcerario di Anchor Bay, diventa simbolo di una perdita d’identità più profonda, Perché qui a Kingstown non conta più chi sei ma per chi puoi essere usato.
In questo episodio, la tensione si muove come un filo teso fino allo spasmo. Ogni scena è un passo verso un baratro che nessuno ha né il coraggio né la forza di evitare. Mike McLusky, ormai ex sindaco di Kingstown, non è più padrone del suo destino né di quello dei suoi cari. È l’ultimo testimone di un ordine che si sgretola, condannato a vedere il mondo intorno a sé diventare un campo di battaglia fatto di pedine manipolate da mani invisibili.
Kyle: l’annullamento e il prezzo della sopravvivenza

La parabola di Kyle McLusky è la più straziante di questa Mayor of Kingstown 4. Trasferito da una prigionia “protetta” a un mondo di violenza brutale e disumanizzante, Kyle viene consegnato come sacrificio nelle mani dei colombiani. Il pestaggio che subisce non è soltanto una dimostrazione di forza ma un vero e proprio annullamento della sua identità. La brutalità è quasi sessualizzata, e la sua umiliazione assume una valenza rituale, spietata. La salvezza non arriva da chi si potrebbe immaginare, dalle forze dell’ordine o dagli amici protettori, ma da un gruppo di guerra ancor più spietato: la fratellanza ariana.
Merle Callahan, forse l’unico a muoversi con una qualche forma di strategia, “salva” Kyle non per bontà d’animo, bensì come investimento. Kyle ha poco tempo: sei mesi per scegliere se sopravvivere rinunciando alla propria integrità. E quella frase che pronuncia quando il fratello vuole vederlo, quel“non posso” semplice e gelido, non è che l’eco di una sconfitta più grande che riguarda anche l’amore fraterno con Mike: il legame che si spezza non per rabbia ma per la necessità di sopravvivenza.
Frank Moses: il mentore che diventa il boia
Il tradimento più calcolato dell’episodio di Mayor of Kingstown 4 arriva da Frank Moses, figura di riferimento fino a ora come mentore e guida. La scoperta che l’imboscata a Bunny non è un errore o un attacco diretto del Cartello ma un’operazione pianificata dallo stesso Moses, è la rivelazione che destabilizza le fondamenta della serie. Moses non è più il padre che protegge ma il boia che condanna, pronto a sacrificare il suo re di strada per scatenare la guerra totale con il cartello.
Lasciare Bunny in vita, in coma, non è un gesto di pietà. E nemmeno un errore. Diventa semmai una strategia dolorosa: il caos generato sarà il terreno fertile per un dominio nuovo e terribile. Quando Mike chiede a Moses di consegnarsi per un arresto fittizio, Moses accetta non perché voglia evitare la fine ma sapendo che la mossa lo renderà ancora più potente attraverso la sua vittimizzazione pubblica.
Hobbs: l’architetta del nuovo vuoto
In questo groviglio di poteri e tradimenti, Nina Hobbs non è semplicemente corrotta: è l’incarnazione di un ordine nuovo, freddo, calcolato, che non ha bisogno di urlare per esistere. Le sue mosse (separare Kyle da Callahan solo per gettarlo in pasto ai colombiani, fingere di assecondare Mike per poi manipolarlo, usare arresti, trasferimenti e silenzi come armi) rivelano una mente che non governa il caos ma lo orchestra con precisione chirurgica.
Hobbs non è una pedina. È il braccio visibile di un potere più alto, anonimo, invisibile, che ha scelto Kingstown per ampliare il suo regno. Tutto indica che lei non è lì per fare il suo dovere ma per eseguire una missione. E lo fa con una compostezza glaciale che la rende, in Mayor of Kingstown 4, non la più cattiva, ma la più pericolosa. Perché non mente: ridefinisce la verità. Non tradisce: ridefinisce la lealtà.
Ed è proprio di fronte a lei che Mike McLusky tocca il fondo della sua impotenza. Per la prima volta, non sta trattando con un gangster, un poliziotto marcio o un rivale in strada. Sta negoziando con chi ha giurato di mantenere l’ordine per distruggerlo dall’interno. Hobbs non combatte a viso aperto. Non alza la voce. Non minaccia. Ridefinisce le regole del gioco in silenzio e Mike, per la prima volta, non sa più come giocare.
Mayor of Kingstown 4 ha un sindaco senza regno

L’episodio 6 rappresenta il punto più basso per Mike McLusky. Non solo ha perso il controllo del sistema ma è stato ridotto a supplicante. Hobbs lo manipola con la vita di Kyle, e l’unico modo per proteggere suo fratello è collaborare con il nemico, ovvero far arrestare Frank Moses, sapendo che è una trappola. Mike non governa più: reagisce in ginocchio.
Nel mezzo di questo conflitto si staglia la sua figura solitaria, come una presenza che sembra una reliquia di un’epoca passata. È il sindaco senza città, l’uomo che un tempo teneva insieme i pezzi di un ordine fragile, ora sbriciolato. Evelyn lo rifiuta, Ian ha preso una strada sbagliata, Tracy è fuggita, Bunny giace in coma e Kyle, il fratello che ha sempre giurato di proteggere, rifiuta persino di vederlo.
Tutto ciò che gli rimane è un’ombra di potere, un residuo di violenza che esplode in un calcio alle parti basse di Torres.Non un gesto di autorità ma di disperazione pura. La mediazione, una volta la sua arma più raffinata, è diventata un’arte morta. E in Mayor of Kingstown 4, dove ogni brace si trasforma in incendio, Mike non ha più acqua per spegnere le fiamme. La sua scelta di restare al capezzale di Bunny, ignorando la chiamata che annuncia l’attentato a Moses, non è un ritiro ma un atto di ribellione silenziosa contro il destino che vuole ridurlo a spettatore del proprio fallimento. È l’ultima traccia di umanità in un mondo che ha smesso di riconoscerla.
Epitaffi e numeri, l’agonia di una città senza eroi
Tutto ruota attorno a un tavolo al Morrison’s. Mike siede di fronte a Cortez, il sicario del Cartello che mangia pancake. Gli parla di amici perduti, di binari bruciati, di un equilibrio che sta franando. Cortez ascolta. Sorride. E risponde: “Noi non siamo qui per voi. Siamo qui per spazzarvi via. Voi siete pedine. Noi cerchiamo re“.
E Mike capisce. Finalmente. Che non è il sindaco. E nemmeno il mediatore. È una pedina, come tutti gli altri. Il suo potere era un’illusione, costruita su un vuoto di potere che ora si sta riempiendo con forze più grandi, più fredde, più anonime. Il Cartello non teme Bunny, non teme Moses, non teme Mike. Li vede per quello che sono: polvere da spazzare via.
Fuori dal bar, la città conferma questa verità in ogni angolo. Lo fa con Cindy che esce dal carcere di notte e non vede Breen che la osserva dal buio, predatore paziente. Con Evelyn che scopre che il suo testimone è scomparso. E capisce, con un brivido, che non avrebbe mai potuto vincere perché la giustizia è un lusso che Kingstown non ha mai avuto.
E in ospedale, con la la sorella di Bunny che gli sussurra: “Sei troppo incazzato per morire e io non te lo permetterò.”
In Mayor of Kingstown 4, non ci sono eroi, lo sapevamo già. Solo sopravvissuti che camminano tra numeri sotto il sole invernale. Mike voleva proteggere tutti ma ogni gesto d’amore si è trasformato in una trappola. E ora, seduto al capezzale di Bunny, non sta aspettando un miracolo: sta guadagnando tempo per decidere cosa fare. Perché sa che qualsiasi mossa dovrà farla con Bunny. O per Bunny.
Nel grande gioco della vita, Mike ha appena scoperto che non sta giocando. Viene giocato.
Avanti con un’altra mano, per favore.







