ATTENZIONE: proseguendo nella lettura potreste incappare in spoiler su Mayor of Kingstown 4.
Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere.
Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu.
E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.
Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo.
In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina.
Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.
➡️ Scopri Hall of Series Discover
Fa freddo a Kingstown. Non solo per la neve che ricopre i tetti delle case e gela i binari del treno che non arriverà mai a destinazione ma per quell’aria immobile, densa, che sembra trattenere il respiro del mondo intero. In Mayor of Kingstown 4, il freddo non è una condizione atmosferica: è una sentenza esistenziale. Ogni personaggio trema. Non per il gelo ma per la consapevolezza che nessun gesto, per quanto disperato o benintenzionato, può più riscaldare ciò che è già morto dentro.
L’episodio 5, Damned, non aggiunge nuovi nemici rispetto al precedente. Non ha bisogno di farlo. Perché il nemico è ormai il sistema stesso, e il sistema ha imparato a muoversi senza Mike McLusky. In questa stagione, Taylor Sheridan e Dave Erickson stanno smantellando pezzo dopo pezzo il mito del sindaco: non è più colui che tiene insieme i frammenti di una città malata ma l’ultimo a rendersi conto che la città non vuole più essere tenuta insieme.
E così, mentre Bunny vede bruciare il suo treno, Ian seppellisce un cadavere nel fiume ghiacciato e Kyle ascolta la voce di Callahan come un’eco del passato di suo fratello, Mayor of Kingstown 4 ci consegna un’ora di televisione quasi insostenibile per la sua tensione silenziosa. Non ci sono esplosioni spettacolari ma ogni scena è una fessura che si allarga. Nelle alleanze, nelle coscienze, nelle vite che sembravano solide e ora si sbriciolano con un soffio.
Mike promette ancora di “sistemare le cose” ma per la prima volta nessuno, forse nemmeno lui, ci crede davvero. Perché a Kingstown, ormai, non si tratta più di sopravvivere al caos. Si tratta di capire chi sei quando il caos ti ha già superato.
Mayor of Kingstown 4: la maledizione che cammina

In Mayor of Kingstown 4, Mike è diventato ciò che Tracy ha sempre temuto: una maledizione vivente. Ogni sua promessa è pesante come una condanna. “Sistemerò ogni cosa“. Lo dice con voce ferma ma gli occhi tradiscono la stanchezza di chi sa che non esiste soluzione, solo scelte meno peggiori. Quando va a trovare Kyle in prigione per avvertirlo che Callahan è nella cella accanto, non sta offrendo protezione: sta consegnando un destino. Perché Mike sa che Callahan non è lì per caso. È lì per lui. E Kyle, con la sua famiglia, la sua coscienza e i suoi sei mesi da scontare, è il bersaglio perfetto.
In Mayor of Kingstown 4, Mike non comanda più nulla: viene usato, manipolato, escluso. Nina Hobbs lo chiama “detenuto 068419”, Ian lo inganna apertamente, Evelyn non lo ascolta più. La sua unica arma, la rete di alleanze, si è trasformata in una rete di tradimenti, aprendosi in maglie sempre più grandi. Eppure continua a muoversi, perché non ha altra scelta. Ma non è più un eroe tragico: è un uomo che brucia le ultime riserve di ossigeno in un mondo che ha smesso di respirare.
Ian: il disperato che si crede furbo
Ian Ferguson crede ancora di poter controllare il caos. In Mayor of Kingstown 4, lo vediamo portare Robert Sawyer, ubriaco, instabile e pericoloso, a caccia del testimone, convinto che basti una minaccia per farlo tacere. Ma non conosce più il confine tra spaventare e uccidere. Quando Robert spara per primo, Ian non esita. Non può più perché come gli dice Robert: “la nave è salpata“. Così aggiunge due colpi e poi getta il corpo nel fiume. Non è un poliziotto che cerca di sopravvivere: è un criminale che ha dimenticato di esserlo.
E in Mayor of Kingstown 4, la disperazione non è un’attenuante: è un biglietto di sola andata. Ian non ha sparato per primo ma non importa. È complice. E soprattutto, ha mentito in faccia a Mike, che pure lo ha sempre considerato un fratello. Il vero dramma non è che abbia agito alle spalle di Mike ma che abbia smesso di fidarsi di lui. E in una città dove la fiducia è l’unica moneta che conta, Ian si è appena autocondannato.
Hobbs: il potere che non ha bisogno di urlare
Nina Hobbs non minaccia. Non bluffa apertamente. Le carte che ha in mano sono quelle utili per vincere la partita. Perciò manipola con eleganza, senza paura di sbagliare. In Mayor of Kingstown 4, il suo incontro con Mike è una lezione di potere: lo chiama “detenuto 068419”, gli promette di separare Kyle da Callahan… e poi trasferisce Kyle nei dormitori comuni. È un atto calcolato, sadico, definitivo.
Hobbs non è corrotta nel senso tradizionale: è il nuovo ordine. La droga che entra attraverso i camion delle consegne, la pistola senza numero di serie in uno scomparto segreto della sua auto, l’ambiguo rapporto con il suo vice Torres e il cartello colombiano: tutto indica che non sta giocando per conto terzi. Sta costruendo un regno. E Mike, per lei, è solo un relitto del passato, utile finché serve a tenere sotto controllo le fazioni. Quando non servirà più, verrà eliminato. Non con un colpo di pistola ma con il silenzio, l’abbandono. L’oblio. E quel silenzio è già cominciato.
Kyle e Callahan: la gara contro il tempo
L’arco di Kyle in Mayor of Kingstown 4 non è solo una sottotrama: è lo specchio deformante del destino di Mike, proiettato in un tempo compresso, quasi esplosivo. Se Mike ha vissuto anni nella pancia del sistema, Kyle ha sei mesi. E in quei sei mesi, ogni secondo conta più di un’ora. Callahan lo sa. Per questo non ha fretta. Lui è in prigione a vita. Non ha scadenze, non ha famiglia da proteggere, non ha un figlio che lo aspetta fuori. Ha solo il tempo, e il tempo è l’arma più micidiale che esista in un posto dove ogni decisione è una sopravvivenza immediata.
Callahan non minaccia, non ricatta. Offre. Una filosofia. Un oggetto. Una connessione. Quella della Fratellanza Arianа, che già lo riconosce come fratello di Mike, come se il sangue fosse un passaporto per l’abisso. La soluzione è lì, a portata di mano. Basta una parola e Kyle è salvo. Come lo era stato Mike.
Ma Kyle non è Mike. Ha una moralità più limpida, più fragile. Non ha mai avuto bisogno di alleanze per sopravvivere: era un poliziotto con una sua morale in un sistema corrotto. Ora, però, è nudo. Senza distintivo, senza autorità, con solo il cognome McLusky come etichetta. E quel nome, a Kingstown, è una condanna. Callahan lo sa. Kyle lo sa.
Il dramma di Mayor of Kingstown 4 non sta nel fatto che Kyle possa cedere ma nel fatto che resistere potrebbe distruggerlo comunque. Perché in una prigione dove la purezza è un lusso, ogni atto di integrità è un atto di guerra. E le guerre, a Kingstown, non le vince mai chi ha una coscienza.
La domanda non è se cederà. Ma cosa resterà di lui quando lo farà.
Bunny: la pedina che sogna di essere re

Frank Moses non appare nell’episodio 5 e la sua assenza nemmeno si sente troppo. Ha insegnato a Bunny a costruire un impero. Non con il sangue ma con i binari, i tetti, le proprietà. Gli ha mostrato che la legittimità è l’ultima frontiera del crimine. E Bunny ci ha creduto. Tanto da caricare il suo primo treno con armi e merci, con la stessa fede con cui un bambino costruisce un castello di sabbia.
Ma i colombiani non giocano con le regole di Frank. Mandano un ragazzino sicario, non un soldato ma un fantasma, a parcheggiare un SUV sui binari. Il treno si ferma. I vagoni bruciano. E con loro, brucia l’illusione di Bunny: quella che a Kingstown si possa uscire. Magari anche indenni.
Da lontano, Bunny guarda le fiamme. Non piange. Non urla. Si prepara. Perché ora sa che se vuole imporsi dovrà farlo a modo suo, senza l’aiuto di nessuno. Né di Frank. Né di Mike, che nemmeno sarebbe in grado di farlo.
Bunny è solo. E in Mayor of Kingstown 4, chi è solo, o diventa re… o muore.
Mayor of Kingstown 4: quanto è ancora lontana la primavera
Damned non è un episodio di esplosioni ma di conseguenze silenziose. Ogni personaggio trema: per il freddo, per la paura, per la solitudine. Per la consapevolezza che non esiste via d’uscita. In Mayor of Kingstown 4, il sistema non ha bisogno di distruggerti: ti lascia vivo abbastanza a lungo da vedere tutto ciò che ami andare in pezzi.
Mike promette di proteggere Tracy ma lei sa che “tutti finiscono sempre peggio”. Ian crede di poter cancellare il passato ma il passato ha già premuto il grilletto. Kyle spera di resistere ma la prigione non perdona. E Bunny… Bunny promette fiamme ma per il momento brucia con il suo treno.
A Kingstown, l’inverno non è solo una stagione ma un velo che copre i cadaveri, congela i tradimenti, nasconde il sangue sotto la neve. Ma la primavera arriverà. E quando verrà, i ghiacci si scioglieranno, la neve si ritirerà, e al posto dei fiori spunteranno i corpi di quelli che non ce l’hanno fatta. Allora, finalmente, faremo la conta. Non di chi ha vinto, perché qui non vince nessuno, ma di chi è rimasto in piedi.
Sotto con un altro capitolo, per favore.







