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Le città di pianura – La Recensione della sorpresa italiana di Francesco Sossai

Una scena da Le Città di pianura
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Nel 2025 del cinema italiano, c’è un film che ha avuto un successo inaspettato. Si chiama “Le città di pianura”, del giovane (sotto i quarant’anni possiamo ancora chiamarli tali) e non ancora troppo conosciuto Francesco Sossai e che, pur essendo passato in concorso nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2025, era stato inizialmente snobbato alla sua uscita dalla critica italiana. Se non che gli spettatori che sono andati a vederlo lo hanno adorato e da lì è iniziato il passaparola che lo ha portato a essere, a fronte di un investimento abbastanza ridotto, per settimane fisso nella top ten dei film più visti in Italia. In un panorama complicato come il nostro, dove spesso l’esterofilia e i nomi di grido la fanno da padrone, Le città di pianura è una piccola e bella storia che merita di essere raccontata.

Carlo e Doriano (Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla, perfettamente in parte) sono due cinquantenni licenziati dalla fabbrica e dalla vita, ritrovatisi soli (uno è tornato dai genitori dopo la separazione dalla moglie) a girovagare per le strade della pianura veneta sempre alla ricerca dell’ultimo bicchiere. Un loro vecchio amico, Eugenio (detto Genio) torna dall’Argentina e loro decidono di andare a prenderlo all’aeroporto, non prima di aver incrociato a Venezia il timido Giulio, studente meridionale di architettura (preso da un amore non dichiarato per una ragazza che ritiene impossibile) che coinvolgono nelle loro divagazioni esistenziali e alcoliche. Da loro Giulio imparerà il vero significato della morale del film, spiattellatagli da Giulia (Giulia Bertasi):


Facciamo un’altra volta?

Non c’è mai un’altra volta!

Una scena da Le Città di pianura
Una scena da Le Città di pianura

Da Giulio noi invece impareremo a vedere ben oltre la superficie di un territorio che nasconde tesori architettonici immensi, coperti da un velo che sa al contempo di incuria e capitalismo. Laddove Carlo e Doriano guardano in basso e all’interno, soprattutto verso i loro istinti primordiali (in particolare la ricerca ossessiva di un bicchiere della staffa che, come le sigarette, non sarà mai l’ultimo), Giulio invece guarda su, oltre, all’idea delle cose e delle concezioni, forse alla bellezza primordiale di luoghi che sembrano ormai abbandonati. E non è un caso che un ruolo importantissimo nel film, a un certo punto, lo avranno proprio degli occhiali (non un paio eh, anzi…) simbolo di visioni e di scelte.

Le città di pianura è un film sull’incomunicabilità generazionale ma soprattutto sui modi di vedere le cose, concentrato in un territorio limitatissimo (una parte del Veneto rurale, soprattutto la zona del trevigiano) ma che alla fine riesce a parlare di tutta Italia, delle nostre paure, della nostra indolenza ma soprattutto del rapporto strettissimo tra bellezza e morte, simboleggiato dal Memoriale Brion (o Tomba Brion) nella quale Giulio tiene ai suoi amici e a noi spettatori una vera e propria lezione di storia dell’arte. Nel finale, ognuno dei tre protagonisti uscirà cambiato, trovando il coraggio di fare quello che gli mancava di fare.

A livello tecnico, questo è il secondo lungometraggio per il regista bellunese diplomatosi alla DFBB di Berlino (Accademia Tedesca del Film e della Tv) che ha prodotto anche il suo esordio Altri cannibali nel 2021 (presentato al Festival di Torino), Le città di pianura vuole essere un ritratto di una regione in trasformazione, del suo mutamento antropologico, della perdita di un passato dalla forte identità a causa di una progressiva spersonalizzazione valoriale, economica e paesaggistica. La macchina da presa segue le linee piatte della pianura, soffermandosi sui volti espressivi dei protagonisti intenti a prendersi il loro tempo tra ebbrezze e cantautorato rock (musiche di Krano, alias Marco Spigariol).

Scritto da Sossai e Adriano Candiago, fotografato da Massimiliano Kuveiller, montato da Paolo Cottignola, è stato presentato a ‘Un Certain Regard’ di Cannes 2025. Nel cast anche due monumenti del cinema del nord-est: Andrea Pennacchi e Roberto Citran (quest’ultimo presente anche in un altro film ambientato nel nord-est che ha fatto molto parlare di sé, La valle dei sorrisi).


Una scena da Le Città di pianura
Una scena da Le Città di pianura

Le città di pianura ha sorpreso perché è stato capace alla fine di mettere d’accordo, tanto a Cannes quanto in Italia, sia pubblico che critica, riuscendo a piacere sia a chi non è un cinefilo accanito sia a ‘quelli che piacciono alla gente che piace‘, in un momento in cui ormai il dibattito intorno al film conta quanto, se non più, del film stesso. Le ascendenze sono evidenti (il Sorpasso quella più scontata, ma anche Amici Miei, i Vitelloni e quel fatalismo e l’inutilità di crescere che erano marchio di fabbrica anche per i Laureati di Pieraccioni) ma calate con rigore in un film assolutamente attuale, in cui ciascuno, in ogni piccolo pezzo d’Italia, potesse riconoscersi.

E a proposito di questo, un aspetto interessante che pochi conoscono riguarda la genesi del personaggio di Giulio (proprio il Filippo Scotti che abbiamo imparato a conoscere con Sorrentino). Francesco Sossai ha più volte raccontato che l’idea del film è nata da un’esperienza personale: circa dieci anni fa, durante una notte trascorsa tra bar e chiacchiere a Venezia con un amico, Sossai incontrò un giovane studente di architettura e tra loro nacque una vera e propria amicizia. Lo studente di architettura, è in realtà un avellinese, Giulio appunto (nome reale), che terminati gli studi a Venezia si è poi trasferito per lavoro a Zurigo dove oggi, 30enne, svolge la professione di architetto.

Quell’incontro casuale e quel rapporto umano sono stati una fonte d’ispirazione diretta per Sossai quando ha cominciato a pensare al film, portando nel suo immaginario non solo il nome ma anche alcuni tratti caratteriali e un modo di guardare il mondo che emergono nella figura di Giulio. Secondo il regista, quella amicizia gli ha aperto uno sguardo diverso su come guardare le relazioni, la curiosità e il confronto generazionale, stimolando riflessioni esistenziali che hanno poi trovato spazio nella costruzione del personaggio e nelle atmosfere del film stesso. E quindi nel film c’è un pezzo di Avellino, esattamente la città dove è nato, cresciuto e pasciuto chi vi ha scritto questa recensione. Perché a volte si può voler bene ai film, ma se c’è un motivo speciale per tenerli nel cuore, tanto meglio.