Vai al contenuto
Home » Recensioni

Wake Up Dead Man: A Knives Out Mistery – La Recensione del capitolo più religioso della saga

Wake Up Dead Man: Knives Out

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Wake Up Dead Man: A Knives Out Mistery.

Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere. Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu. E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.

Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo. In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina. Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.

➡️ Scopri Hall of Series Discover

Se il giallo fosse un utensile sarebbe un bisturi. Preciso, freddo, capace di sezionare una società. La saga Knives Out — con Daniel Craig nei panni dell’investigatore Benoit Blanc — è l’esempio più recente di un genere che non smette di rigenerarsi. Ma per capire perché quei film funzionano così bene, conviene tornare alle origini della forma letteraria e ricordare le regole che, in un modo o nell’altro, tutti i buoni giallisti conoscono (e molti amano aggirare).

Le origini del giallo: prima di Benoit Blanc c’era Sherlock Holmes.

Il seme del giallo moderno nasce nel XIX secolo. Edgar Allan Poe, con i racconti del giudice C. Auguste Dupin (per esempio I delitti della Rue Morgue, 1841), introduce l’idea che un’intelligenza logica possa risolvere l’apparente impossibile: il caso diventa enigma risolvibile. Poco dopo, romanzi come The Moonstone (Wilkie Collins, 1868) consolidano il modello del romanzo-d’indagine: indizi, testimoni ambigui, un abuso sociale (furto/omicidio) da ricomporre.

Arthur Conan Doyle e Sherlock Holmes trasformano poi il detective in figura popolare: metodo scientifico, deduzione, una relazione con il lettore che osserva e impara. Con Sherlock Holmes (ecco 5 film e serie tv in arrivo), il giallo letterario acquisisce una grammatica interna che ancora oggi, anche quando viene tradita o sovvertita, resta il riferimento implicito di ogni indagine narrativa. Con Holmes nasce un patto preciso. L’autore non sta raccontando una storia qualunque, ma sta proponendo un problema. Il lettore è invitato a osservare, ricordare, collegare. Può fallire, ma non perché imbrogliato: fallisce perché non ha visto abbastanza bene. Il giallo diventa così una palestra cognitiva, una forma narrativa che allena l’attenzione e la logica. È una differenza sostanziale rispetto ai racconti criminali precedenti, dove l’enigma era spesso un pretesto per l’atmosfera o la suspense.

Fondamentale in questo equilibrio è la figura di Watson. Narratore interno, testimone imperfetto, Watson non è lì per spiegare Holmes ma per rappresentare il lettore. Capisce molto, ma non tutto. Osserva gli stessi fatti, ma non li interpreta allo stesso modo. Grazie a lui il giallo trova una soluzione elegante a un problema cruciale: come mostrare il genio senza renderlo inaccessibile. Watson rende Holmes leggibile, umano, fallibile sul piano emotivo, pur lasciandolo superiore su quello intellettuale. Questa dinamica diventerà uno degli archetipi più longevi del genere.

Josh O'Connor and Josh Brolin in Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery.
Credits: John Wilson/Netflix

Knives Out è l’erede del whoddunit classico

Nelle ultime decadi il genere si è dilatato: indagine sociale (Stieg Larsson), introspezione psicologica (Tana French), ibridazioni col thriller politico o con il romanzo realistico. Knives Out entra in questo panorama come un piccolo prodigio: è un whodunit classico che si veste da commedia nera e satira sociale. Rian Johnson prende le regole della Golden Age, le onora — mostra gli indizi — e poi ci gioca sopra, usando la struttura per smontare privilegi e ipocrisie contemporanee. Quando Knives Out arriva al cinema, nel 2019, il giallo è un genere che tutti credono di conoscere benissimo e che proprio per questo viene spesso dato per scontato. Il merito principale del film di Rian Johnson non è aver inventato qualcosa di nuovo, ma aver dimostrato quanto le regole classiche del giallo siano ancora straordinariamente efficaci, se applicate con intelligenza e senza timore reverenziale.

Nemmeno quando si parla di religione e fede come avviene nel terzo capitolo della saga cinematografica.

In Wake Up Dead Man, Jud Duplenticy (interpretato da una fantastico Josh O’Connor) è un prete dal passato burrascoso. In gioventù ha ucciso un uomo, si è dato all’alcol e alla droga e solo nella fede ha trovato un’ancora di salvezza per ridare un senso alla propria vita. Assegnato a prestare servizio in una piccola chiesa cattolica, è costretto a lavorare sotto Monsignor Jefferson Wicks. I racconti delle pecorelle smarrite che gravitano attorno al monsignore, descrivendolo come un uomo pio, retto e ai limiti della beautitudine, non trova corrispondenza con quello che pian piano scopre padre Jud. Wicks è, infatti, un fondamentalista rabbioso e provocatorio, che sputa odio e disprezzo per i gay, le madri single e l’intero mondo secolare destinato all’inferno.

E’ la voce narrante di Jud a definire la cornice narrativa, fino a quel fatidico Venerdì Santo quando il corpo di Wicks giace inspiegabilmente morto. Il racconto di Jud ci accompagna per i primi quaranta minuti del film, prima di vedere per la prima volta davvero sulla scena Benoit Blanc. Il prete interpreta così un po’ il ruolo di Watson. Testimone, aiutante e, nel caso della pellicola, sospettato numero uno.

Wake Up Dead Man: A Knives Out Story è la fusione perfetta tra giallo e trattato di teologia.

Il giallo dell’età d’oro inglese è un genere profondamente ludico. Il lettore non è un consumatore passivo, ma un giocatore seduto al tavolo insieme all’autore. Gli vengono fornite informazioni, indizi, testimonianze. In cambio, gli si chiede attenzione, memoria, intelligenza. La prima regola fondamentale del giallo, quella del fair play, viene rispettata in modo quasi didascalico: allo spettatore vengono mostrati tutti gli elementi necessari per arrivare alla soluzione. Non ci sono informazioni segrete custodite dal film fino all’ultimo minuto, né rivelazioni calate dall’alto.

La seconda grande regola, quella della razionalità della soluzione, è centrale. Per quanto la messa in scena possa essere eccentrica, ironica o sopra le righe, la spiegazione finale è rigorosamente logica. Non c’è spazio per coincidenze miracolose o intuizioni magiche. Benoit Blanc la costruisce, pezzo dopo pezzo, attraverso osservazione e deduzione. Ed è qui che Knives Out compie una delle sue mosse più brillanti: rispettare le regole aggirandone le aspettative. Una delle convinzioni più radicate del giallo classico è che il mistero consista nello scoprire “chi è stato”. Johnson decide invece di spostare il baricentro sul “come” e soprattutto sul “perché”.

Anche la regola del cerchio chiuso viene applicata con precisione chirurgica. La comunità di Wicks appare quasi come una setta. Ognuno dei membri è ossessionato dalla figura del Monsignore, soggiogato dalle sue parole di odio che non fanno che alimentare l’oscurità che vive dentro ognuno di loro. Il cerchio chiuso di Wake Up Dead Man (tra i film migliori usciti a novembre) permette a Rian Johnson di esplorare un altro ambito sociale decisamente ambiguo e complesso: la comunità religiosa.

Se nel primo film, abbiamo la famiglia e nel secondo il denaro, stavolta fede e religione giocano un ruolo centralissimo.

Padre Jud scopre il cadavere di monsignor Wicks in Knives Out
Credits: Netflix

Un ruolo che, d’altro canto, vede agli antipodi non solo Jud e Wick, ma anche Jud e Blanc. I due, intenti a risolvere l’omicidio del Monsignore, si troveranno spesso a confrontarsi e persino scontrarsi per via di visioni radicalmente opposte. Spiritualità e ragione sono le chiavi di lettura per comprendere a pieno questo terzo capitolo, decisamente il più intellettualmente impegnato della saga (disponibile sul catalogo Netflix). L’omicidio permette a Jud di trovare ancora di più la fede in Dio, di acquisire consapevolezza della strada che ha deciso di intraprendere, di essere il prete che Wicks non è mai stato. D’altro canto, per Blanc non si tratta di venire a patti con la fede perduta, quanto piuttosto di accettare e rispettare quella degli altri.

Quando nel finale permette a Martha di confessare da sola il proprio crimine, Blanc mette umilmente da parte il ruolo da detective e lascia che la fede vinca questa partita. L’indagine va quindi di pari passo con una evoluzione interiore da parte del detective che, proprio dal confronto costante con l’integerrimo padre Jud, si ritrova spesso in svantaggio. Esteticamente, poi, anche la scenografia gioca costantemente con questa idea di opposti. Al bosco fitto e oscuro si contrappone il bel giardino soleggiato. Alle stanze anguste in cui Wicks ricatta i suoi accoliti, si affianca invece la bellezza struggente della chiesa gotica. Soprattutto, è bellissimo notare la scelta voluta di lightning quando a parlare sono proprio Blanc e Jud.

Durante il loro primo incontro, infatti, luce e ombra filtrano alternativamente dalle vetrate colorate, quasi a simboleggiare l’intervento diretto di Dio. Come voce silenziosa, eppur presente, Dio stesso interviene nel dibattito tra i due protagonisti, mostrandosi pienamente dalla parte di Jud, anche quando questi viene accusato di omicidio.

Wake Up Deam: A Knives Out Story torna alla formula vincente dell’ originale.

Benoit Blanc passa volutamente in secondo piano. Tutta l’attenzione è rivolta verso Jud Duplenticy, vero protagonista di un racconto che ci diverte, ma ci fa anche commuovere. Nella lotta interiore di Jud, scisso tra impulsi egoisticamente umani e la chiamata dall’alto, ritroviamo un po’ di quel dissidio che viviamo tutti noi, ogni giorno. Tra sacro e profano, Jud si rende conto di abbracciarli entrambi e di poter vivere accettando entrambe queste parti di sé. Josh O’Connor regala una interpretazione delicatissima, pacata, ma non per questo meno potente. L’indagine e il suo epilogo rappresentano una prova che il protagonista supera a pieni voti. E così anche il film.