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Il Signore delle Mosche 1×01\1×02 – La Recensione dei primi due episodi: una miniserie straordinariamente lenta

Il signore delle mosche

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Il Signore delle Mosche è la nuova scommessa targata BBC, disponibile in Italia con i primi due episodi su NOW e Sky Atlantic. Una miniserie capace di far gola sotto molti aspetti: parte dal rinomato capolavoro letterario di William Golding e si affida alla penna sagace di Jack Thorne che, insieme a Stephen Graham, è stato la mente dietro Adolescence.

Le tematiche ne Il Signore delle Mosce non sono poi così diverse: cambia l’ambientazione, ma il nocciolo della storia rimane invariato. È la morale tanto cara a Golding, sospesa tra il desiderio di scrivere favole e l’urgenza di graffiare il foglio con verità che non vogliamo conoscere. Quella morale che spinge “l’uomo a produrre il male come le api producono il miele” è costantemente sotto i nostri occhi. La intravediamo nel trambusto tecnologico della quotidianità, la filtriamo attraverso le lenti blu dei nostri occhiali, mentre nello scorrere incessante dello schermo impazzano fuoco, odio, caos, guerra.


È tutto intorno a noi, eppure fingiamo di non accorgercene. Così con il Signore delle Mosche Golding prima, e la regia strepitosa di Marc Munden ora, ci riportano agli albori, offrendoci l’illusione di poter ricominciare.

Il signore delle mosche
credits: NOW

A farlo sono i bambini: un gruppo sparuto di giovani borghesi che, dopo un incidente aereo, si ritrovano su un’idilliaca isola deserta (fan di Lost, so che siete all’ascolto). I quattro episodi che compongono la serie promettono una narrazione corale, ma con l’occhio di bue puntato su quattro figure principali, ciascuna protagonista a modo suo come ci promettono i titoli delle puntate. Nei primi due episodi, oltre a introdurci l’isola quasi fosse un personaggio autonomo, conosciamo Nicholas, detto Piggy, e Jack.

Paura, caos e natura si intrecciano come un fil rouge costante. C’è il disordine, il pianto, la perdizione. Ma non tutti possono permettersi il lusso di frignare: fin da subito l’ordine sociale trova una collocazione apparentemente naturale. I più deboli vengono messi da parte senza esitazioni. Piggy è la mente del gruppo, ma il suo corpo affaticato diventa immediatamente un ostacolo. Quell’involucro fragile che racchiude una mente acuta e piena di risorse si trasforma nel bersaglio di un bullismo fisico e verbale privo di filtri. Ralph, al contrario, è un ragazzino sveglio – non quanto Piggy – ma comunque sveglio. Ha l’entusiasmo e la diplomazia necessari per gestire le dinamiche dell’isola e organizzare la sopravvivenza fino a un eventuale salvataggio. In apparenza, il capo perfetto. Ma guidare non è semplice, soprattutto quando a fare da contraltare emerge la rabbia compressa di Jack: capo del coro, capoclasse, bambino che non teme nessuno se non il proprio riflesso nell’acqua.

La solitudine lo attrae e lo terrorizza allo stesso tempo. Per questo si corazza: non soltanto per andare a caccia di succulenti maiali, ma per dimostrare qualcosa a qualcuno che, in realtà, non lo sta guardando. Pur mantenendo l’àncora ben salda al romanzo di Golding, la miniserie Il Signore delle Mosche permette allo spettatore di empatizzare maggiormente con lui. Jack diventa così un personaggio complesso e istintivo, incarnazione del lato più ferino dell’essere umano.


Un plauso va senza dubbio alla regia e alla fotografia de Il Signore delle Mosche, capaci di restituire questa dimensione con forza visiva e coerenza stilistica.

Una scena tratta dal trailer de Il Signore delle Mosche
Credits: NOW

Si tratta di una storia concettuale, sociologica e distopicamente umana, che trova nell’arte – prima ancora che nelle parole – la sua forma espressiva più potente. Emblematica è la scena in cui vediamo Jack addentrarsi per la prima volta nella foresta, avanzando a quattro zampe. La schiena madida di sudore, le scapole che si muovono al ritmo del corpo, il sinuoso sincronismo di braccia e gambe: tutto concorre a trasformarlo in animale prima ancora che in essere umano. Il suo sguardo non è più quello rilassato del ragazzino borghese britannico con la camicia perfettamente stirata; diventa lo sguardo selvaggio del predatore che teme di trasformarsi in preda. Quando si dipinge il volto, non lo fa soltanto per confondere i maiali da sgozzare, ma per assecondare un istinto che ormai non riesce più a contenere: sentirsi parte della natura e, insieme, abbastanza coraggioso da dominarla.

Le regole del mondo non sono più valide nel caos della giungla, e le lunghe pause meditative della regia ci forniscono ancora una volta il tempo per pensare. La narrazione si dipana tra un arzigogolo visivo e l’altro. Si prende del tempo per mostrarci la vita oltre l’uomo, tra un albero che brucia e un altro che produce frutti. Vediamo il mare cristallino, ma anche la vita che ospita; vediamo i cinghiali sguazzare con i propri piccoli e i vermiciattoli colorati sgusciare tra i tronchi muschiosi. È tutto estremamente lento, accompagnato da una colonna sonora incredibile (non è un caso che a firmarla siano nomi colossali quali Cristóbal Tapia de Veer, Hans Zimmer insieme a Kara Talve). La musica diventa quasi l’inchiostro con cui questa fiaba cupa e distopica viene raccontata. La lentezza e il perseverante indugio ci restituiscono un senso di asfissia. Una constatazione che al lettore potrà sembrare una critica, ma non è altro che un bizzarro complimento.


Guardare Il Signore delle Mosche significa sperimentare “un’asma dello sguardo”. Si arranca, manca l’aria, la gola si stringe. È la stessa sensazione che restituisce la lettura del romanzo di Golding.

Il Signore delle Mosche
credits: NOW

Questo perché è così che ci fa sentire l’umanità quando tutto intorno a noi divampa l’incendio e noi non abbiamo fatto in tempo a “stilare l’elenco”. Quando i più fragili spariscono come bambini con voglie color fragola sul volto. Il fiato viene meno e, allora, smettiamo di guardare: preferiamo dimenticare e andare avanti. La favola disillusa di Golding nasce circa nove anni dopo l’asfissia sociale delle Guerre Mondiali. Era un empatico, uno studioso, qualcuno che per un periodo ha creduto davvero nella possibilità di cambiare le cose. Poi il guardarsi intorno lo ha spento, come un segnale lasciato morire lassù, in cima alla montagna. Mentre l’ultimo filo di fumo esalava il suo ultimo sbuffo, chi avrebbe dovuto vegliare su quel fuoco si esaltava in un bagno di sangue. “Forse nel ventesimo secolo abbiamo bisogno di costruire favole non adatte ai bambini”, scriveva Golding. E forse nel ventunesimo secolo ci troviamo nella stessa identica condizione. “Ritenevo che l’umanità fosse affetta da una malattia morale, e che il meglio che potessi fare all’epoca fosse identificare il collegamento tra la sua natura malata e il caos internazionale in cui si era cacciata.” (W. Golding)

È per questo che il lavoro di autori, regia, trucco e musiche nell’adattamento de Il Signore delle Mosche risulta oggi così simbolico e necessario: non è più tempo di favole adatte ai bambini.

Il Signore delle Mosche
credits: NOW

Questa miniserie, solo a metà del suo percorso, si rivela di un’intensità disarmante, con contrasti visivi da pelle d’oca (talvolta neanche tanto lontanamente sorrentiniani). Ho, inoltre, apprezzato molto la scelta narrativa di passare in rassegna – attraverso primi piani lapidari – i volti dei bambini appena approdati sull’isola e poi mostrarne il drastico mutamento nel corso delle puntate. L’antitesi tra individuo e gruppo si fa sempre più evidente, così come il meccanismo dell’incitamento collettivo che degenera in caos e violenza.

In definitiva, Il Signore delle Mosche non sembra una serie tv che piacerà a tutti, perché è un viaggio immersivo a colori nella putrefazione della natura umana. È un costante chiederci cosa si nasconda tra le frasche, cosa si annidi di bestiale, gigante e strisciante nel cuore della giungla, e quasi non ci concentriamo più su tutto ciò che di bestiale, nero e ferino si annida tra le costole e il cuore per il solo fatto di essere profondamente umani.


Clotilde Formica