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Il Signore delle Mosche – La recensione del finale di serie: di chi è la colpa?

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Attenzione: l’articolo contiene spoiler sugli episodi 1×03 e 1×04 de Il Signore delle Mosche.

Il Signore delle Mosche è la nuova miniserie targata BBC, disponibile in Italia su NOW e Sky Atlantic. Gli ultimi due episodi de Il Signore delle Mosche sono un vero e proprio pugno nello stomaco. Come quando si ha fame, si sente il gorgoglio sinistro dello stomaco, ma il cibo non basta a saziare quel vuoto che scava in profondità tra gli organi del nostro corpo. È un varco che ha il sapore metallico del sangue, dell’angoscia di essere umani e dell’inevitabile disillusione dell’essere.


Cos’eravamo all’inizio della civiltà neanche lo sappiamo, lo abbiamo dimenticato, come i bambini hanno dimenticato cosa significhi stare al mondo. “All’inizio non era così”. Sono le parole biascicate di Ralph al cospetto dell’adulto in divisa bianca. Ma cosa è successo?

Il caos prende forme artistiche nella versione di Jack Thorne de Il Signore delle Mosche, assume i colori del fuoco, del selvaggio sfogo represso delle brutture della nostra razza animale.

Jack ne Il Signore delle Mosche - credits: BBC
Credits: BBC

Se i primi due episodi erano dedicati a Piggy (Nick) e Jack (qui potete recuperare la recensione della pt. 1), gli episodi conclusivi de Il Signore delle Mosche sono dedicati a Simon e Ralph. Simon è forse il personaggio più emblematico di questa fiaba macabra: il bambino chiuso nel suo silenzio, abituato ad ascoltare gli altri piuttosto che urlare, a mettersi in un angolo e osservare prima ancora di agire.

Ognuno di loro ha una caratteristica: Piggy è intelligente, pieno di risorse; Jack necessita fortemente dell’approvazione altrui e cambia colore come un camaleonte a seconda dell’occasione, ma è istintivo e sprezzante del pericolo; Ralph condivide con Jack la voglia di piacere agli altri, ma cerca di dare ascolto alla ragione, è maggiormente incline al dialogo e al senso di responsabilità; Simon, infine, è empatia. Lui sente e capisce, assorbe i sentimenti latenti degli altri e li inghiotte sperando di azzerarli. Non spinge gli altri, piuttosto si mette in disparte. Sente l’umano e sente la natura: non a caso è l’unico tra i bambini a percepire la voce del famigerato “signore delle mosche”.


William Golding non ha intenzionalmente voluto dare un’accezione soprannaturale all’isola ne Il Signore delle Mosche.

Simon ne Il Signore delle Mosche - credits: BBC
credits: BBC

L’ha descritta al punto da personificarla – così come viene fatto nella serie – ma il dialogo tra Simon e il “signore delle mosche” (la testa di maiale impalata e circondata da mosche) sembra scivolare tra le dita dello scrittore. Può essere un’illusione, un dialogo interno o semplicemente la manifestazione suprema e ultima dell’empatia di Simon. È lì, infatti, che le cose cambiano in maniera irreversibile. Gli autori della miniserie BBC hanno fatto un lavoro magistrale nel saper gestire con sapienza questa scena cruciale, lasciando che il fumo del sovrannaturale non offuscasse tutto il resto, che è il nocciolo della narrazione e della metafora di Golding.

Dalla semplice rivolta e manifestazione di forza, il gruppo di protagonisti capitanati da Jack travalica i limiti. L’eliminazione di Simon deriva non tanto da una consapevole volontà di commettere un gesto così terrificante, quanto da un’euforia collettiva che dimostra quanto il degrado umano segua un climax difficile da controllare. Nessuno di loro, preso singolarmente, avrebbe mai commesso una cosa così orribile.


Nessuno dei piccoli protagonisti de Il Signore delle Mosche lo avrebbe neanche mai pensato possibile.

simon e Ralph ne Il Signore delle Mosche - credits: BBC
credits: BBC

A quel punto, il declino è inarrestabile. I bambini non assomigliano neanche più a dei bambini: seguono ordini irrazionali senza battere ciglio e piegano al loro volere, con la forza, chiunque si opponga al capo tribù.

Improvvisamente ci sono le fazioni, la caccia non è più alla “bestia” perché le bestie sono diventati tutti loro. Uno e tutti. Il diverso, la voce fuori dal coro viene rincorsa, bullizzata e annientata con ogni mezzo a propria disposizione. La democrazia si sgretola, e avviene in modo così veloce che, a posteriori, ci si chiede come mai nessuno si sia fermato a pensare.

Così – mentre dall’altro lato dello schermo scorrono via i titoli di coda e aspettiamo che un altro episodio si srotoli sullo schermo – siamo noi a fermarci, sconvolti e inorriditi. Il varco nel petto si allarga a dismisura e non c’è nulla che riesca a colmarlo. Siamo impotenti, come quando guardiamo il telegiornale ed è tutto così lontano, ma solo perché lo ripieghiamo e lo lasciamo marcire in un angolo del nostro cervello: mettiamo in pausa il pensiero e ci concentriamo sul quotidiano da farsi della vita.


Il Signore delle Mosche ci porta a domandarci dove sia il confine. Di chi è la colpa?

piggy ne Il Signore delle Mosche - credits: BBC
credits: BBC

Jack, tra uno sprazzo di consapevolezza e l’altro, incolpa Ralph. Ralph nel frattempo corre, chiede scusa a Nick per averlo definitivamente reso Piggy, e continua a correre. Conoscendo bene l’opera di William Golding da cui trae ispirazione Il Signore delle Mosche di Thorne, ero piuttosto preoccupata di quanto cruda sarebbe stata la fine di Piggy. L’autore è stato clemente con i nostri occhi e con il personaggio, ha anche dato a Piggy un nome (Nick) che nell’opera originale non scopriamo mai. D’altronde, privare qualcuno del proprio nome e ridurlo a qualche epiteto generico è il primo passo verso la disumanizzazione del “nemico”.

Jack Thorne ha dato a Piggy una morte più lenta, sì, ma carica di significato e poetica nella sua sepoltura. Piggy – a differenza di Simon – qui non viene cullato dal mare, ma riposa nella terra scavata a mano dal suo amico Ralph. Lui che non sapeva che Piggy gli sarebbe piaciuto davvero, che lo avrebbe stimato per il suo modo di pensare e di agire, oltre che per il suo essere così unicamente se stesso.

Piggy, l’inventore delle fiabe, non arriva alla barca: si sgretola al suolo come i suoi occhiali distrutti, rubati. Come la preziosa conchiglia simbolo di unione e rispetto reciproco. Non lo meritava, così come non lo meritava Simon. Ma i pensanti e gli empatici sono i più pericolosi per l’avanzare ferino della violenza.


Poi ne Il Signore delle Mosche tutto si ferma.

La civiltà in divisa bianca stirata ritorna attratta dal fumo. Non ci si aspettava che si venisse a creare così tanto caos. Ci si aspettava che l’educazione del vivere civile avesse scolpito piccoli individui innocenti e puri.

La metafora che si scava tra le costole e il cuore è proprio questa, dura e meschina: forse è la civiltà stessa ad aver piantato il seme del caos e ad averlo poi mascherato come fango sul volto, per mimetizzarsi con lo sfondo durante la caccia.