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Il rifugio atomico – La Recensione della nuova serie dai creatori de La Casa di Carta

Asia osserva sconsolata e preoccupata la sua nuova casa

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ATTENZIONE: proseguendo nella lettura potreste incappare in spoiler su Il rifugio atomico.

Immaginate di spendere centinaia di milioni per un posto in un bunker di lusso sotterraneo, progettato per sopravvivere a una guerra nucleare, pandemie, collassi sociali e chi più ne ha più ne metta. Immaginate di lasciare tutto, cellulari, vestiti firmati, libertà, per indossare una tuta turchese e uno smartwatch. Con l’idea di vivere dieci anni in un resort futuristico dove ogni respiro è controllato, ogni pasto è dosato, ogni emozione è monitorata. Immaginate di farlo per sopravvivere.
Bene. Ora immaginate che quel bunker sia la serie tv che state per guardare. Congratulazioni: siete dentro. E non c’è uscita. Benvenuti ne Il rifugio atomico, l’ultima fatica di Álex Pina ed Esther Martínez Lobato, gli stessi creatori de La casa di carta, che qualche anno fa ce l’avevano presentata così. Solo che, stavolta, invece di rapinare una banca, rapinano il vostro tempo. E non vi restituiscono nemmeno gli interessi.

Partiamo da un presupposto: l’idea di base è solida. Anzi, potenzialmente geniale, nonostante non sia particolarmente originale. Prendi un manipolo di miliardari, li chiudi in una gabbia dorata sotterranea, fai esplodere il mondo fuori, e osservi come si comportano quando il denaro non può più comprare tutto. È Paradise con più stile, Silo con più sesso, The White Lotus con meno ironia e più panico nucleare. Poteva essere una satira feroce sul capitalismo, un thriller psicologico sulla disumanizzazione del privilegio, un esperimento narrativo sull’intelligenza artificiale che manipola la realtà. Invece? È una soap opera con le luci al neon, i colpi di scena prevedibili e i personaggi che sembrano usciti da un reality show girato da un adolescente annoiato dopo aver visto Dynasty e Black Mirror nello stesso pomeriggio.

Il rifugio atomico non è solo un’occasione mancata. È una serie che esagera ogni elemento fino al grottesco, senza mai offrire tensione, profondità o coerenza. Un prodotto che, forse, pretende di essere satira e invece finisce per prendersi gioco dello spettatore.

Il rifugio atomico: bella la gabbia, peccato per gli uccelli

Asia e Max si confrontano nella loro casa in Il rifugio atomico
Credits: Netflix

Visivamente, Il rifugio atomico è uno schianto. Non stiamo scherzando. Il set è un piccolo capolavoro di design distopico. Pareti lucide, corridoi infiniti, luci al neon che cambiano colore a seconda dell’umore (o della trama), uniformi cromaticamente codificate. La macchina da presa si muove con sicurezza, i piani sequenza sono curati, l’atmosfera è claustrofobica nel modo giusto. Sembra di stare dentro un film di fantascienza anni ’70 rivisitato da Wes Anderson: elegante, lucido, costosissimo.
Peccato che questo splendore incornici personaggi che sembrano usciti da una telenovela girata in un centro commerciale abbandonato.

Il rifugio atomico, in otto puntate, non sa cosa vuole essere. Thriller? Dramma sociale? Black Comedy? Soap opera? La risposta sembra essere “tutto insieme”, senza soluzione di continuità. Passa dal pathos al grottesco, dal mistero al melodramma, senza mai trovare un equilibrio. E quando il grottesco prende il sopravvento, e succede spesso, manca il terreno narrativo che lo sostenga. Non è satira, né parodia, né ironia. È semplicemente esagerato, scomposto. Persino inverosimile.

La sceneggiatura: quando il bunker implode

Qui siamo al cuore del problema. La sceneggiatura de Il rifugio atomico delude le aspettative. Le seppellisce in fondo al bunker, sotto quintali di cemento armato. L’idea di partenza, con l’aggiunta dell’ AI che controlla tutto e sfrutta il deepfake, ha un potenziale enorme. Invece diventa il pretesto per riempire ogni corridoio di litigi da soap opera e colpi di scena così telefonati che li indovini decine di minuti prima.

I personaggi? Quasi tutti caricature. Il padre dell’assassino è un goffo tentativo di umanità in un contesto che non sa essere davvero cinico. La nonna, che dovrebbe incarnare la perfidia aristocratica, è solo una snob convinta di valere più di quanto dica la scrittura. Le due famiglie protagoniste, quella di Max e quella di Asia, vorrebbero ma non hanno la statura di dinastie decadenti.

E poi c’è l’IA, unico spunto davvero intrigante. Questa entità che orchestra la realtà e scrive sceneggiature per rendere credibili gli eventi è un concetto potentissimo: la vita come copione, il libero arbitrio come illusione. Ma anche qui, nulla di fatto. L’intelligenza artificiale è trattata come un gadget narrativo, un trucco per giustificare plot twist improbabili.

Il rifugio atomico: quel (poco) che funziona e quel (tanto) che non funziona

Max e Guillermo scatenano i loro peggiori istinti in Il rifugio atomico
Credits: Netflix

Qualcosa, a tratti, funziona. L’ambientazione, per esempio, è affascinante. L’idea, sprecata, del reality show governato da un’IA ha potenziale. Alcuni personaggi secondari che avrebbero meritato maggiore spazio ma non sono stati sfruttati appieno. E, persino, l’effetto comico involontario che in certi momenti regala situazioni davvero memorabili, anche se al limite del grottesco.
Funziona anche perché fa pensare. Anche se le domande che vengono in mente non otterranno mai una risposta. Perché alla fine, Minerva & Co, invece si spendere soldi ed energie in un progetto folle, non potevano andarsene semplicemente in vacanza alle Maldive?

Il resto è come un viaggio – di otto puntate, otto! – senza bussola. La critica sociale è superficiale, se non assente. I personaggi sono al limite della parodia. La tensione cede il passo a litigi senza costrutto e le rivelazioni non sorprendono nessuno. Promette riflessione sul privilegio e offre una sfilata di stereotipi. Promette distopia e porta in scena un parco divertimenti per adulti annoiati. Non decide mai cosa vuole essere. Parla di tante cose e, sostanzialmente, di nessuna. È un ibrido senza una vera identità. Né carne, né pesce.

Chiudete il bunker ma prima lasciateci uscire!

Alla fine, Il rifugio atomico è la dimostrazione lampante che nemmeno un cast brillante, un design da urlo e un’idea potenzialmente geniale possono salvare una serie che rinuncia alla coerenza, alla profondità e persino al buon senso. Guardarla è come chiudersi in un bunker di lusso: all’inizio ti senti al sicuro, poi ti accorgi che l’aria è rarefatta, le pareti si chiudono e l’unico sollievo è saper ridere di tutto quel caos. Perché Il rifugio atomico, così com’è, non vuole essere compreso né amato: vuole essere guardato, e basta.