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Finisce com’era cominciata: con gli stessi dubbi, gli stessi interrogativi, il disordine di una verità mancata, una domanda che ci opprime da oltre cinquant’anni e che, nonostante l’ossessione di un Paese, non ha mai visto concretizzarsi una risposta. ‘Il Mostro di Firenze, Zodiac, Il killer delle coppie’: sono tanti i modi con cui il serial killer che sconvolse l’Italia dal 1968 al 1985 è stato soprannominato. Ma Stefano Sollima – regista della nuova Serie Tv prodotta da Netflix e già noto per il suo enorme lavoro nel capolavoro Romanzo Criminale – non ne adotta nessuno.
Lascia sullo sfondo soltanto l’epiteto inevitabile del “Mostro”, unica certezza in una pagina di storia che ancora oggi appare frammentata, fatta di scarabocchi e continui punti a capo nel tentativo di ricominciare, ancora una volta e magari, finalmente, anche per l’ultima. Ma è stato, come anticipato, tutto un eterno ritorno all’inizio. Come ogni episodio de Il Mostro.
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Quella sensazione di impotenza, di essere vittime di una ragnatela da cui è impossibile liberarsi, Leonardo Fasoli e Stefano Sollima la trasportano fedelmente anche nelle quattro puntate della miniserie, dando vita a una narrazione che – nella maggior parte dei casi – sfugge alle aspettative. Il Mostro torna infatti indietro nel tempo, utilizzando il presente delle indagini non come centro, ma come pretesto narrativo, uno strumento attraverso cui dire qualcos’altro. Il filo che lega ogni cosa è affidato alle prime vittime Antonio Lo Bianco e Barbara Locci. Più ancora che lui, è lei a incarnare il vero collante tra il prima e il dopo. E per “dopo” non s’intende soltanto il terrore vissuto per diciassette anni, ma anche l’Italia contemporanea, ancora in crisi e alla ricerca di una verità rimasta intrappolata tra quelle strade toscane di oltre cinquant’anni fa.
Il Mostro non è la Serie Tv che ci si aspettava. È qualcosa di diverso. Forse anche per questo sarà più discussa. Ma Stefano Sollima e Leonardo Fasoli non si sarebbero mai accontentati di svolgere il “compitino”. Ciò che serviva davvero era cogliere l’opportunità per raccontare l’origine del male, ovunque e in chiunque esso abbia preso forma

Non c’è alcuna verità in Il Mostro. Né nella realtà, né nella Serie Tv. Ogni cosa appare sfocata, incerta: una pista, una possibilità. Lo smarrimento delle autorità competenti, confuse e costantemente alla ricerca anche del più insignificante dettaglio, diventa lo stesso del telespettatore che sin da subito viene disorientato da una Serie Tv profondamente diversa da quanto ci si potesse aspettare. Stefano Sollima e Leonardo Fasoli – pur senza offrire risposte – decidono infatti di concentrare l’intera narrazione sulla cosiddetta pista sarda.
Ogni episodio mette in scena un colpevole diverso, appartenente a due nuclei familiari in cui l’innocenza è un concetto assente. Il filo conduttore è sempre lei: Barbara Locci. La donna malvista dal paese, ‘la facilotta, la moglie che sarebbe meglio tenere in casa.’ Le dinamiche della sua morte mutano di puntata in puntata, ma ciò che resta immutabile è l’atteggiamento della società nei suoi confronti. Una società omertosa, ipocrita, spietata, pronta a trattare un corpo femminile come merce da macello. Un quadro da censurare, uno spettacolo da baraccone con cui distrarsi.
È affidato a lei il compito più importante de Il Mostro. È Barbara a unire frammenti e contraddizioni. Una notte, un tradimento: infiniti colpevoli. Prima il marito, poi l’amante, poi il fratello dell’amante, poi il fratellastro. E così via, fino a ogni ipotesi possibile. Il suo sguardo è l’occhio che Sollima utilizza per scrutare le profondità oscure di un’Italia respingente, moralista, apatica. Qualunque sia la versione dei fatti, comunque venisse raccontata la storia, il destino di quella donna restava lo stesso. Morta prima ancora di essere uccisa. Spogliata della propria dignità prima ancora che della vita.
Attraverso quattro diverse prospettive, Il Mostro affronta quanto avvenuto nel corso delle prime indagini dando voce a una storia che comincia ben prima dei delitti. La Serie Tv ci riporta infatti ai primi anni ’60, scegliendo di usare il periodo successivo soltanto come intermezzo rispetto al racconto principale. Per Stefano Sollima, ciò che potrebbe risultare necessario dire sulla faccenda del Mostro è, in fondo, irrilevante. È spettacolo, caos mediatico, una macchina della spettacolarizzazione. E non è questo l’obiettivo de Il Mostro. E forse, proprio questa scelta, verrà pagata nel riscontro con un pubblico che probabilmente si aspettava tutt’altro: un’esperienza televisiva in cui sentirsi protagonista partecipe, testimone dei fatti, e non spettatore disorientato di una verità impossibile da afferrare.
Sono passati più di cinquant’anni. Quanto avvenuto non grava soltanto sulle spalle della giustizia italiana, compromessa da errori giudiziari, via vai dal carcere o piste sbagliate. Ma pesa anche su quelle dei cittadini. Persone che per anni hanno dovuto chiudersi in casa, vivere nel silenzio, lasciandosi condizionare dall’eco di una minaccia senza volto. Una minaccia che ancora oggi non ha trovato risposte definitive.

Era legittimo aspettarsi un’analisi più classica, accompagnata da un racconto attuale, legato alle indagini o alle conseguenze del Mostro. Ma negare un’analisi netta e inequivocabile equivarrebbe a non cogliere il lavoro svolto dalla Serie Tv targata Netflix. Come accennato in precedenza, Leonardo Fasoli e Stefano Sollima decidono di partire da quanto accaduto più di cinquant’anni fa per raccontare un pezzo di storia d’Italia che va oltre Il Mostro di Firenze, il Killer delle coppie, o la teoria secondo cui quest’ultimo e Zodiac sarebbero la stessa persona.
Tutto questo è già noto, discusso, costellato da teorie, interrogativi e pochissime certezze. Ed è proprio su queste che Il Mostro sceglie di concentrarsi, trasformandole in un punto di partenza per un racconto più ampio, che affonda le radici in un tempo in cui il Mostro stava ancora prendendo forma, in una società che – senza bisogno di nascondersi tra i cespugli – già umiliava e disumanizzava.
È da questa prospettiva che nasce tutto il resto. Un resto che viene solo accennato, raccontato in modo intenzionalmente disorientante, proprio come accadeva nella realtà. Le atmosfere che Fasoli e Sollima riportano sullo schermo sono aderenti alla confusione di quegli anni: un caos fatto di incertezze, troppi nomi, collegamenti apparentemente privi di senso eppure impossibili da ignorare. Perché lì fuori la gente moriva, cercava risposte, pretendeva volti. Volti che, in Il Mostro, vediamo solo nella quotidianità.
È nel pieno delle loro azioni più basse, violente, arcaiche che assistiamo al lato oscuro dei Vinci, del marito di Barbara Locci. Ma quasi mai vediamo il volto di chi, premendo il grilletto o impugnando un coltello, diventa il Mostro di Firenze. È una domanda a cui Leonardo Fasoli e Stefano Sollima non vogliono rispondere. Non è il loro compito, né il loro obiettivo. A loro interessa tornare all’origine, partire dalla prima pista considerata dagli inquirenti per dare senso al contesto sociale e culturale in cui tutto ha avuto inizio. Per tutto il resto, ci sono le sentenze, i documentari, i video del processo, perfino le poesie di Pacciani, figura che Il Mostro evoca solo nel finale, quando tutto è già compiuto, il tempo è finito e i tormenti sono rimasti gli stessi.
Stefano Sollima e Leonardo Fasoli non avrebbero potuto fornire risposte nette, perché una verità unica e definitiva non esiste. Ma ora che sono passati quarant’anni dall’ultimo omicidio era inevitabile fare un passo indietro, ricominciare da capo e tentare di capire non chi sia stato il Mostro, ma dove e come sia potuto nascere. In quale terreno abbia affondato le radici. In una società già marcia, in cui il male esisteva prima ancora che qualcuno impugnasse un’arma. Un male che non si nascondeva solo nei boschi, ma camminava alla luce del sole.
Quel primo sparo, nella notte del 21 agosto 1968, non ha dato inizio al terrore: lo ha rivelato. E oggi, cinquantasei anni dopo, l’Italia è ancora lì, immobile in quel buio che non passa, a inseguire verità che forse non verranno mai alla luce. Un’ombra lunga che continua a plasmarci, a dividerci, e a mostrarci il volto più oscuro di queste terre che conservano le impronte dei nostri passi.





