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Fresca di fabbrica è I sette quadranti di Agatha Christie, una di quelle serie che raccontano molto più del presente che del passato che mettono in scena. Non tanto per ciò che narrano, quanto per come scelgono di narrarlo. Nel panorama attuale dello streaming, dove il giallo è diventato un genere rifugio, rassicurante e ad alta riconoscibilità, la miniserie Netflix si inserisce come un prodotto esemplare: elegante, ordinato, rispettoso, ma anche profondamente prudente. È un adattamento che non tradisce Agatha Christie, ma nemmeno la interroga davvero. E proprio in questa fedeltà composta si annida il suo limite principale.
La scelta di I sette quadranti di Agatha Christie come materiale di partenza è già una dichiarazione d’intenti. Non uno dei grandi classici con Poirot o Miss Marple, non un testo iconico, ma un romanzo laterale, meno amato, più ibrido, dove il giallo si mescola a elementi di spy story e commedia aristocratica. Netflix sembra dire: non stiamo costruendo un evento, ma un’esperienza di visione confortevole. Un titolo che possa piacere a chi ama i period drama, a chi cerca un mistero senza eccessiva complessità, a chi vuole riconoscere codici e atmosfere senza essere messo realmente alla prova.

I Sette Quadranti VS altri adattamenti
Per citarne uno, i film di Kenneth Branagh, pur discutibili, avevano almeno l’ambizione di trasformare il giallo classico in spettacolo contemporaneo, anche a costo di risultare sopra le righe o infedeli. I sette quadranti, invece, sceglie la strada opposta. Nessuna enfasi, nessuna rottura, nessuna vera reinvenzione. Dove Branagh esaspera, Netflix normalizza. Dove il cinema cerca il gesto, la serie cerca la continuità. Dal punto di vista narrativo, questa scelta si traduce in una struttura che procede con ordine, ma raramente con tensione. La storia è chiara, gli indizi sono distribuiti correttamente, il mistero si scioglie senza incoerenze evidenti. Eppure manca quella sensazione di pericolo, di instabilità, che dovrebbe accompagnare ogni buon whodunit. La morte resta sempre un fatto narrativo, mai un trauma emotivo. Anche nei momenti teoricamente più drammatici, la serie sembra voler proteggere lo spettatore, non disturbare mai davvero il suo comfort.
Questo approccio la avvicina più a prodotti come Downton Abbey (ecco i colpi di scena della serie) che a un vero crime drama. È un mondo aristocratico osservato con distacco, quasi con affetto, dove anche il delitto appare come un incidente ordinato, destinato a essere risolto senza scosse. Se Broadchurch, sempre di Chris Chibnall, era una serie che usava il mistero per parlare di comunità, dolore e colpa, I sette quadranti sembra invece disinteressata a qualsiasi sottotesto emotivo o sociale. Il mistero è il fine, non il mezzo. La protagonista, Lady Eileen “Bundle” Brent, incarna perfettamente questa impostazione. Mia McKenna-Bruce è una presenza forte, energica, simpatica, e tiene la scena con naturalezza. Ma il personaggio è costruito secondo coordinate molto contemporanee: Bundle è intraprendente, ironica, indipendente, quasi spavalda. Una figura pensata per essere immediatamente leggibile dal pubblico moderno, anche a costo di risultare anacronistica.
Il paragone con Enola Holmes viene spontaneo
Annoveriamo la stessa volontà di attualizzare un contesto storico attraverso una protagonista giovane e “moderna”, stessa scelta di privilegiare l’empatia immediata rispetto alla coerenza storica. Non è una scelta sbagliata in assoluto, ma è una scelta che sposta l’asse della serie. I sette quadranti di Agatha Christie non vuole essere un ritratto degli anni Venti, ma una storia che usa quell’epoca come ambientazione estetica. Ed è qui che si inserisce anche la questione visiva. La serie è impeccabile dal punto di vista produttivo: costumi, scenografie, fotografia sono curati e gradevoli. Ma è un’estetica profondamente riconoscibile nella piattaforma, così levigata, standardizzata, priva di spigoli. Tutto è al posto giusto, nulla sporca l’immagine, nulla rompe l’illusione di un prodotto pensato per piacere a tutti.
Il cast di supporto, pur prestigioso, risente di questa impostazione. Helena Bonham Carter è magnetica come sempre, ma confinata in un ruolo che sfrutta più il suo nome che le sue possibilità attoriali. Martin Freeman, invece, è probabilmente l’elemento più solido dell’intera miniserie. Il suo sovrintendente Battle ha peso, metodo, una presenza che restituisce un minimo di gravità al racconto. Non è un caso che molte delle scene più riuscite siano quelle in cui il suo personaggio entra in gioco. Di fatto, Freeman porta con sé una memoria di investigatori più complessi, da Sherlock a Fargo, che qui resta solo parzialmente sfruttata.

Il panorama del giallo seriale contemporaneo
A questo punto il confronto diventa ancora più impietoso. Serie come Mare of Easttown, True Detective o persino Only Murders in the Building (ecco un approfondimento sulla serie) hanno dimostrato che il mistero può essere un dispositivo per parlare di identità, comunità, trauma, persino metanarrazione. I sette quadranti, invece, sembra accontentarsi di raccontare una storia ben fatta, senza mai chiedersi cosa possa dire oltre se stessa. La ricezione di critica e pubblico riflette perfettamente questa natura. I giudizi sono mediamente positivi, ma raramente entusiasti. Si riconoscono le qualità tecniche, si apprezza la visione scorrevole, ma manca quell’elemento che trasformi la serie in un oggetto di discussione, in qualcosa che resti. È una serie che si guarda volentieri e si dimentica con la stessa facilità.
Concludendo, asseriamo che lo show è un adattamento che rappresenta bene una certa fase dello streaming: quella della prudenza industriale, della comfort zone narrativa, della qualità senza rischio. Pertanto, non è di certo un flop, ma una serie che non osa. E in un genere che vive di ingegno, tensione e sorpresa, questa mancanza di coraggio pesa più di qualsiasi difetto tecnico. Agatha Christie, dopotutto, non è mai stata solo un’autrice di enigmi eleganti. Era una scrittrice capace di osservare la natura umana con ironia e crudeltà. I sette quadranti ne conserva la superficie, ma fatica a restituirne la ferocia. Ed è forse qui che si misura la distanza tra un adattamento corretto e uno davvero necessario.







