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Girl Taken – La Recensione della nuova miniserie su Paramount+

Le due sorelle vanno a scuole all'oscure del fatto che una non tornerà a casa, in Girl Taken

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Girl Taken.

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Girl Taken, la miniserie britannica in sei episodi prodotta da Paramount+ e tratta dal romanzo Baby Doll di Hollie Overton, si presenta con una premessa dolorosamente familiare: un’adolescente viene rapita da un uomo di fiducia, tenuta prigioniera per anni e infine riesce a fuggire. Ma fin dalle prime sequenze, la narrazione rifiuta di seguire le convenzioni del genere true crime o del thriller investigativo.

Non ci sono indizi nascosti, inseguimenti mozzafiato o colpi di scena spettacolari. Al centro di Girl Taken c’è qualcosa di più sottile, più difficile da raccontare. Ci sono le conseguenze emotive, relazionali e psicologiche di un trauma collettivo. La serie non si interroga su chi ha fatto cosa, questo lo sappiamo subito, ma su come un atto di violenza estrema possa stravolgere non solo la vita della vittima ma l’intero tessuto sociale che la circonda. E proprio in questa scelta risiede sia il suo merito più alto, sia il suo limite più evidente.

La miniserie si articola in due movimenti narrativi ben distinti. I primi due episodi raccontano il rapimento, la prigionia e la fuga di Lily. A partire dal terzo, invece, la storia compie una svolta radicale. Non è più il durante a interessare gli autori ma il dopo. Quel tempo fragile, incerto, doloroso in cui una famiglia deve imparare a convivere con una presenza che credeva perduta per sempre. È qui che Girl Taken rivela la sua ambizione più originale. Quella, cioè, di non mostrare il ritorno come un lieto fine ma come l’inizio di un nuovo trauma collettivo. Il vero cuore della serie batte nel confronto quotidiano di tre donne spezzate in modi diversi, costrette a ricostruire insieme qualcosa che non potrà mai tornare com’era. Questa seconda parte, meno spettacolare ma più psicologicamente densa, è ciò che distingue Girl Taken dalla maggior parte delle storie simili.

Il male nella sua forma più banale: Rick Hanson come specchio della società

Uno dei punti di forza indiscutibili di Girl Taken è la costruzione del personaggio di Rick Hanson, interpretato con una freddezza chirurgica da Alfie Allen. Rick non è un mostro teatrale, né un sadico urlante. È un insegnante stimato, un marito apparentemente devoto, un uomo che sa usare le parole giuste al momento giusto. La sua malvagità non sta nei gesti eclatanti ma nella capacità subdola di infiltrarsi nella normalità e di sfruttarla a proprio vantaggio. È proprio questa banalità del male, per citare la grande storica e filosofa statunitense Hannah Arendt, a rendere il personaggio così disturbante. Non serve che Rick gridi o minacci: basta che sorrida, ascolti, incoraggi. È un predatore sociale, non un criminale occasionale.

La serie coglie con lucidità un aspetto cruciale. Rick non sceglie Lily per un legame specifico, ma perché è vulnerabile in quel preciso istante. Questo dettaglio smonta la narrativa romantica del rapitore ossessionato, spostando l’attenzione sulla casualità del male e sulla responsabilità collettiva. Il vero orrore non è che Rick esista ma che nessuno lo veda per quello che è. Né la scuola, né la polizia, né tantomeno la comunità. Eppure, nonostante questa intuizione potente, Girl Taken non approfondisce mai il ruolo delle istituzioni. Rick agisce in un vuoto normativo e sociale che la serie descrive appena ma, soprattutto, non critica mai. Ed è un grosso peccato perché qui si nascondeva la possibilità di trasformare un dramma familiare in una denuncia strutturale. La serie accenna alle falle, soprattutto quelle della polizia ma non le sviscera mai, lasciando il potenziale di una critica sociale come mera suggestione.

Due famiglie, due distruzioni parallele

Tre donne spezzate che cercano di riunirsi attraverso il dolore in Girl Taken
Credits: Paramount+

Una delle scelte narrative più interessanti di Girl Taken è quella di mostrare non solo la famiglia della vittima ma anche quella del carnefice. Mentre Eve (Jill Halfpenny) e Abby (Delphi Evans) cercano di sopravvivere al lutto anticipato di Lily (Tallulah Evans), Rachel (Niamh Walsh), la moglie di Rick, prende coscienza a poco a poco della verità sul marito. Entrambe le donne sono vittime dello stesso uomo, anche se in modi diversi. Rachel non è complice ma neanche totalmente innocente. È una figura intrappolata in un sistema che le ha insegnato a fidarsi, a obbedire, a non dubitare. La sua disintegrazione silenziosa, resa con grande delicatezza dall’attrice, aggiunge una dimensione etica rara in questo tipo di storie.

Dall’altro lato, la famiglia di Lily è ritratta con realismo crudo. Eve non è una madre eroica, anzi. È fragile, alcolizzata, emotivamente instabile. Abby non è una sorella perfetta: è gelosa, arrabbiata, piena di sensi di colpa. E Lily, una volta tornata, non è una sopravvissuta forte ma una ragazza spezzata, iperattenta alle reazioni altrui, terrorizzata di disturbare. Questa umanità imperfetta è ciò che rende credibile il trauma. Non c’è redenzione facile, non c’è catarsi immediata. C’è solo il tentativo quotidiano di tenersi insieme, senza illudersi che il tempo possa cancellare ciò che è stato spezzato. Nonostante gli sforzi profusi nel tentativo e nella speranza.

Tuttavia, la serie perde occasione di approfondire alcuni passaggi cruciali. Per esempio, la relazione tra Abby e Wes, il fidanzato di Lily, viene trattata con superficialità. Invece di esplorare il conflitto morale, il senso di tradimento o il bisogno di contatto umano, la sceneggiatura lo fa scivolare via come un dettaglio secondario. È un errore, perché proprio in questi momenti Girl Taken avrebbe potuto scavare più a fondo nella complessità del lutto e del desiderio di normalità.

Il trauma fuori campo: una scelta coraggiosa

Una delle decisioni più discusse e più mature di Girl Taken è quella di tenere la violenza fisica quasi interamente fuori schermo. Non vediamo gli abusi, non assistiamo alle torture. Ciò che vediamo è il loro effetto nel tempo. Lily che si scusa per aver rotto un piatto, che esita prima di entrare in una stanza, che fissa il vuoto mentre gli altri parlano. Questa scelta evita la spettacolarizzazione del dolore e restituisce dignità alla vittima. Il trauma non è qualcosa da mostrare ma qualcosa da sentire. E in questo, la serie riesce.

Allo stesso tempo, però, Girl Taken non offre quasi nulla in termini di supporto psicologico o terapeutico. Non si parla di psicologi, di gruppi di sostegno, di percorsi di reintegrazione. Lily è lasciata sola, con la sua famiglia altrettanto persa. È una rappresentazione realistica? Forse. Ma è anche una mancanza di visione. In un’epoca in cui la consapevolezza sul trauma post-violenza è cresciuta enormemente, sarebbe stato utile, e coraggioso, mostrare anche un percorso di cura, per quanto imperfetto. Invece, la serie si ferma al dolore, senza offrire nemmeno un barlume di strumenti per affrontarlo. Nemmeno al pubblico.

Ritmo, stile e linguaggio di Girl Taken: una serie che non osa abbastanza

Dal punto di vista formale, Girl Taken è una serie visivamente anonima. I titoli di testa richiamano True Detective ma il resto dello show non innova né stilisticamente né linguisticamente. Le inquadrature si ripetono, i paesaggi boschivi scivolano nella pura decorazione, e il montaggio perde slancio già dopo i primi due episodi. Drone shot su foreste avvolte nella nebbia e strade deserte desaturate, ormai cliché d un certo crime britannico contemporaneo, non alimentano la tensione ma la diluiscono. Trasformando il vuoto emotivo in semplice riempitivo visivo. La serie sembra temere di annoiare lo spettatore con la lentezza autentica del post-trauma e, per scongiurare il rischio, ricorre a colpi di scena prevedibili e tensioni artificiali, che finiscono per indebolire ulteriormente l’impatto emotivo

Eppure, nonostante questi limiti tecnici, Girl Taken mantiene una forza narrativa grazie al cast e alla scrittura dei personaggi. Alfie Allen è impeccabile, le sorelle Evans convincenti, Jill Halfpenny e Niamh Walsh toccanti. La chimica tra i personaggi, specialmente nei momenti di confronto tra Lily e Abby dopo la fuga, è autentica e dolorosa. È qui, nei silenzi e negli sguardi, che la serie trova la sua voce più vera.

Girl Taken: una storia incompiuta. Tuttavia importante

Girl Taken non è un capolavoro e forse verrà spazzata via da altre serie che verranno in futuro. Ma ha un pregio che la rende se non necessaria almeno importante. In un panorama televisivo saturo di crimini spettacolarizzati, sceglie di guardare il male negli occhi senza romanticizzarlo. Preferisce il dolore silenzioso alla violenza esplicita, la complessità emotiva all’azione facile. Il risultato è un’opera imperfetta, a tratti frustrante, ma onesta.

Il suo difetto principale è non aver osato abbastanza. Avrebbe potuto criticare le istituzioni, approfondire i percorsi di cura, esplorare meglio le relazioni secondarie. Essere più incisiva in certi frangenti. Tuttavia, ciò che fa, lo fa con dignità, con un certo rigore e una certa coerenza. E nel finale, soddisfacente, rigenerante, necessario, quasi catartico, concede allo spettatore un respiro. Non una soluzione, non una chiusura perfetta ma un segno di speranza fragile, reale, umana.
In un mondo in cui le storie di violenza contro le donne sono sempre più frequenti, Girl Taken non cerca di scioccare. Cerca di farci capire. E a volte, in televisione, questo è già molto.