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Fireflies – Recensione di una serie con una difficile chiave di lettura

Mimi e Dikla viaggiano attraverso il deserto, in Fireflies

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Fireflies.

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Venerdì 21 novembre 2025, Paramount+ lancia in oltre dieci Paesi Fireflies (Gachliliot), un mystery drammatico ambientato in una cittadina sperduta nel deserto al confine con la Giordania. Creata da Shachar Magen e Tawfik Abu Wael, la serie promette un’indagine sovrannaturale in cui i corpi degli abitanti esplodono, letteralmente, per aria. La causa, inizialmente, è legata alle mine risalenti al secolo scorso. Ma il mistero, a un certo punto si infittisce.

Sullo sfondo, il paesaggio arido, il caldo opprimente e una comunità sospesa tra paura e abbandono. Al centro, due donne: Mimi (Ninet Tayeb), che di mestiere si occupa di sminamento, e Dikla (Dana Ivgy), poliziotta incinta che suda copiosamente. Le due sono amiche fin dall’asilo, poi hanno smesso di frequentarsi e adesso si ritrovano insieme. Forse pronte a ricominciare la loro storia dal punto di interruzione o forse a svilupparla in altro modo.

Tutto sembra pronto per un’alchimia narrativa potente. C’è il dramma psicologico, una tensione amorosa non dichiarata, il simbolismo visivo. Persino il mistero metafisico. Eppure, dopo otto episodi da 45 minuti, rimane un senso di vuoto. Come il deserto. Non per mancanza di ambizione, ma per eccessiva ambiguità. Fireflies, infatti, non riesce a decidere se essere una parabola sulla solitudine, un thriller simbolico o un’allegoria dell’amore proibito. Vuole essere tutto e finisce per essere molto poco.

Fireflies: un dubbio ci attanaglia

Oltre al senso di vuoto, però, ci resta anche un dubbio: sarà la serie a essere troppo complessa, o siamo noi a non essere all’altezza?
Chi vi scrive ne ha viste tante, di serie tv. Belle, brutte. Divertenti, noiose. Appassionanti, tediose. Drammi norvegesi dove nessuno parla per tre episodi, thriller coreani con fantasmi burocrati, commedie francesi in cui il vero protagonista è un formaggio stagionato. Eppure, nessuna di queste ha mai lasciato un dubbio così insistente: “ma sono io che non ho capito, o non c’è niente da capire?

In Fireflies, personaggi compaiono dal nulla, sparano frasi enigmatiche, e poi svaniscono senza lasciare traccia, né emotiva, né narrativa. Altri esplodono (sì, letteralmente) con un tempismo che sembra più da sketch comico che da tragedia esistenziale. Eppure la serie ha un’aria così seria, così poetica, così “importante“… che per un attimo uno si chiede se non sia il caso di rivederla con un taccuino alla mano.

Con questo dubbio che ci attanaglia forse, allora, questa non è recensione ma un appello: c’è qualcuno là fuori che ha capito cosa diavolo succede in Fireflies? Perché fino a prova contraria, fare recensioni sembra facile: basta dire che ciò che piace è bello e ciò che non piace è brutto. Ma a volte, molto più spesso di quanto si ammetta, la vera difficoltà è capire se il problema sei tu… o la serie che ti ha guardato dritto negli occhi per otto ore e non ti ha mai detto una parola chiara.

Nel dubbio, proviamo a fare chiarezza

Dikla osserva il mondo di fronte a sé con una delle sue due uniche espressioni, in Fireflies
Credits: Paramount+

Non per arrivare a una verità assoluta perché sarebbe da presuntuosi ma almeno per mettere ordine nel caos, e magari scoprire che non siamo soli a sentirci un po’ spaesati di fronte a un deserto pieno di cuori intatti, lucciole volanti e donne che si guardano per otto ore senza mai dire “sì, ti amo”.

Allora. All’inizio, Fireflies prova a mescolare le carte facendoci credere che la gente, nel mezzo del deserto, esploda per via delle vecchie mine. Ci sta. Poi, però, a un certo punto è chiaro che non sia proprio così, la faccenda. Perché le mine, in certi posti, sembrano non esserci. Dunque, noi, bravi spettatori, annuiamo con aria seria, convinti di aver capito. E invece no. Perché Mimi, che convinta di aver già visto gente esplodere da bambina, ci spiega che è la solitudine, “una fiamma interiore così forte da far esplodere il corpo”, è la vera causa.

Poetico? Sì. Profondo? Forse. Ma soprattutto… confusionario. Perché allora il vecchio con l’Alzheimer (che se c’è qualcuno solo, quello è lui) non esplode? Invece esplode il marito di Dikla che è sposato e sta per diventare padre e ha una sorella e un cognato che sembrano volergli molto bene?

Due donne. Zero evoluzione.

Il cuore, stavolta metaforico, di Fireflies dovrebbe essere il rapporto tra Mimi e Dikla. Amiche d’infanzia, ex qualcosa, sguardi che bruciano più delle esplosioni. Lo si capisce subito: basta vederle insieme davanti al marito di Dikla, che ora che è diventato religioso e vede tutto attraverso la Torah (un mondo spirituale e culturale che, se volete esplorare in profondità, vi consigliamo di scoprire qui) . Tra loro c’è un che di non detto, di carnale, di urgente.

E invece aspetti. A lungo. Che succeda qualcosa. E intanto Dikla fa due espressioni: “preoccupata” e “incinta”. E Mimi ne fa una sola: “sto pensando a qualcosa che non ti dirò mai“. Nel frattempo indagano, fianco a fianco. Senza una vera logica, perché la logica manca a monte. Non dichiarandosi perché la felicità è di troppo. E senza riconoscersi né, tanto meno, riconoscere le proprie emozioni.
Solo alla fine, quando ormai non ci sono più pesci da pigliare, Dikla prende in mano la situazione e comincia a dare ordini a Mimi. Ed è lì che finalmente viene spontaneo pensare: “ah! Finalmente succede qualcosa!

In una serie che parla di solitudine letale, ci si aspetterebbe che l’amore fosse l’antidoto. Invece no: il loro legame resta sospeso, come le lucciole del titolo che, tra l’altro, esistono davvero, volano, ma non si capisce se siano simbolo, presagio o semplice fauna locale (tutte e tre, probabilmente…). Morale? Brillano un attimo… e poi buio. Per chi guarda, per loro. Per tutti.

Il deserto, almeno, è bravo

Se c’è una cosa che funziona, e alla grande, è l’ambientazione. Il deserto non è sfondo: è il personaggio più coerente di tutta la serie.
Caldo, polvere, silenzio, luce accecante. Ogni inquadratura sembra uscita da un sogno febbricitante. E la regia ci gioca bene: primi piani sudati, ombre lunghe, respiri affannosi.

E qui viene da pensare a True Detective o a Twin Peaks. Ma c’è una differenza: in quelle opere, l’ambiente amplifica il dramma dei personaggi.
Qui, invece, il deserto nasconde il fatto che di dramma, in realtà, ce n’è pochino.
È come se la serie avesse detto: “se non abbiamo una storia solida, almeno che sia ben fotografata“.
E in effetti, il deserto tiene insieme i pezzi di una narrazione che, da sola, si sarebbe già disintegrata come uno dei suoi poveri cittadini esplosi.

Un’occasione mancata (ma con classe)

Mimi è tornata per scoprire cosa sono le misteriose esplosioni
Credits: Paramount+

Con due protagoniste donne, senza dimenticare Yaeli (Lia Elalouf) che sembra l’unica ad averci capito qualcosa (beata lei…), Fireflies sembrava pronta a regalarci qualcosa di speciale: un racconto maturo, complesso. Carico di significato.
Mimi è forte, capace, autonoma. Dikla è emotiva, apparentemente vittima. Il loro rapporto avrebbe potuto narrare una versione moderna di Thelma & Louise in un mondo di solitudine dove il passato ritorna prepotentemente a galla per riallacciare rapporti lasciati in sospeso.

Invece? Dialoghi criptici che sembrano profondi ma non dicono niente. Azioni ripetitive che non portano a rivelazioni. Situazioni imbarazzanti e incomprensibili. E un amore esplosivo che resta impalpabile, come se la sceneggiatura avesse paura di chiamarlo col suo nome e dare un minimo di speranza a chi la speranza sembra averla persa un secolo prima.
Il risultato? Due personaggi che sembrano disegni a matita senza ombreggiatura: non perché le attrici non siano brave (Tayeb e Ivgy sono bravissime), ma perché non gli hanno dato spazio per vivere davvero.

Fireflies: è se fosse stata solamente una storia d’amore?

Ci resta anche questo dubbio. Che in realtà potrebbe benissimo essere preso come risposta universale perché, si sa, l’amore va sempre bene. Come il nero, che sta bene su tutto.
La sensazione di essere lenti di comprendonio resta. Ma quello che colpisce di più è l’incapacità di dire, in maniera chiara e netta, se Fireflies ci sia piaciuta o no. Perché quando Dikla espone la sua teoria risolutiva abbiamo annuito seri, con la stessa espressione che si fa citando Heidegger al bar. Poi, però, abbiamo passato tre ore a chiederci se davvero il sudore di una donna incinta potesse far esplodere un uomo adulto.

La serie sostiene che la solitudine ti fa esplodere. Noi non siamo esplosi. Ma ci siamo sentiti soli per non aver capito perché gli altri esplodevano. Alla fine, abbiamo capito una cosa, però: che il deserto è molto bello. E che se una serie ti lascia con la voglia di prenotare un volo per la Giordania e iscriverti a un corso di sminamento, forse il dramma umano non ha attecchito.

Forse Fireflies è un capolavoro. Perché, in fondo, sembra proprio uno di quei progetti così bene confezionati (bel cast, regia elegante, temi importanti) che ti fanno venire in mente Sergio, nel film di Boris: una serie in cui ce se capisce e nun ce se capisce; noi non c’abbiamo capito un c***o.
E lo diciamo con affetto.

Forse volevano solo raccontare una storia su due donne che non riescono a dirsi “mi piaci“, e hanno usato il fuoco, le lucciole, il sudore e le mine come scuse per non affrontare il vero terrore: la vulnerabilità. In tal caso, lo capiamo. Certi silenzi bruciano davvero. Come il sole nel deserto.
E non basta entrare dentro a frigorifero per riuscire a sentirsi vivi e con il cuore ancora dentro la cassa toracica.