Dieci piccoli indiani (non andate a cercare il titolo originale) è l’opera più famosa di Agatha Christie, un giallo sui generis potentissimo e inesorabile. La forza di quest’opera è tutta nella presenza di uno spirito di giustizialismo che aleggia senza mai trovare corpo. Lo si percepisce morte dopo morte in una tensione crescente e senza scampo. Manca un vero assassino, manca un vero detective, manca un vero movente. O meglio sono tutti assassini, tutti detective e tutti hanno un movente. Tutti sono uno e uno è tutti mentre come una dantesca pantera che non può essere catturata sfugge il killer e insieme quello stesso killer si rifrange come un prisma dai mille volti, dal volto di ognuno dei protagonisti. Anche in Pluribus il colpevole è uno e tanti, l’assassino uno e tutti, il movente misteriosamente assente.
E poi, per citare un altro titolo con cui è noto il romanzo di Agatha Christie, non ne rimase nessuno. C’è un dettaglio inquietante e incoraggiante, un primo indiano che come la statuetta del libro sembra essere scomparso in corrispondenza di un “assassinio”. C’è un primo morto anche se non ce ne siamo accorti. Siamo nelle scene iniziali, Carol ancora una volta sopraffatta da un legittimo e tardivo senso di colpa va da Zosia per assicurarsi che stia bene. L’avevamo lasciata disconnessa alla mente-alveare durante un collasso, poco dopo aver biascicato informazioni sul meteo che vengono meno.