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Emerald Fennell porta Cime tempestose al cinema, confrontandosi con un archetipo narrativo che ha segnato in modo indelebile l’immaginario romantico occidentale. Il romanzo di Emily Brontë, pubblicato nel 1847, non è soltanto una storia d’amore tragico, ma una riflessione feroce su desiderio, classe sociale, identità e distruzione. Questa nuova trasposizione compie una scelta netta e coraggiosa: rifiuta qualsiasi lettura consolatoria e si allontana dall’idea di romanticismo come slancio sublime, per abbracciare invece la dimensione più disturbante e ambigua del testo. Non c’è nostalgia gotica né idealizzazione dei protagonisti; al contrario, il film sembra voler scrostare il mito per mostrarne le crepe, insistendo sulla natura malsana e ossessiva del legame tra Catherine e Heathcliff.
Fin dalle prime sequenze si avverte un’atmosfera inquieta, quasi febbrile. La regia costruisce un universo emotivo esasperato, in cui la componente sensoriale ha un ruolo centrale: suoni amplificati, dettagli materici, cromatismi marcati che rendono ogni scena intensa e quasi sovraccarica. Lo spettatore non è invitato a identificarsi in modo romantico con i personaggi, ma a osservarli mentre scivolano progressivamente verso l’autodistruzione. L’amore, qui, non è promessa di salvezza bensì forza destabilizzante, capace di deformare identità e relazioni fino a renderle irriconoscibili. È un adattamento che può dividere per radicalità, ma che rivela una visione autoriale precisa e coerente, determinata a restituire la brutalità emotiva dell’opera originaria senza addolcirne gli spigoli.
Analisi stilistica: colori saturi, musica e un’estetica disturbante

Uno degli aspetti più evidenti del film è la costruzione visiva. I colori sono estremamente saturi, talvolta quasi eccessivi. I contrasti cromatici dominano la scena e contribuiscono a creare un mondo che appare costantemente sopra le righe, sospeso tra esaltazione e inquietudine. Il rosso, in particolare, attraversa l’intera narrazione come un filo conduttore simbolico. All’inizio assume una valenza passionale, carnale, ma progressivamente si carica di un significato più cupo, fino a trasformarsi in presagio di morte. L’estetizzazione è marcata: ogni inquadratura sembra studiata per colpire, per lasciare un segno visivo forte. In alcuni momenti, però, questa ricerca formale rischia di diventare eccessiva, quasi patinata, con un effetto che può apparire artificioso o caricaturale.
Anche la colonna sonora e l’uso dei suoni contribuiscono a questa sensazione di perversione latente: rumori amplificati, dettagli sensoriali, primi piani insistiti su elementi corporei o materici costruiscono un’esperienza immersiva ma non rassicurante. L’impressione è che il film voglia continuamente ricordarci la dimensione fisica, istintiva, primordiale del sentimento. Il risultato è un’opera che affascina per coerenza stilistica, ma che talvolta rischia di allontanare lo spettatore proprio a causa della sua esasperazione formale.
Cosa non funziona: erotismo forzato e scelte di casting discutibili

Tra gli elementi più divisivi c’è la gestione dell’erotismo. Le scene intime tra Catherine e Heathcliff puntano su un’intensità disturbante più che seducente. L’effetto, però, non sempre è efficace: invece di generare tensione tragica, alcune sequenze risultano forzate e finiscono per creare una sensazione di disagio che sfiora il “cringe”. È possibile che si tratti di una scelta deliberata, volta a evitare qualsiasi romanticizzazione, ma l’esito è altalenante.
Anche il casting solleva qualche perplessità. Margot Robbie e Jacob Elordi offrono interpretazioni intense e fisicamente magnetiche, ma la differenza d’età appare in alcuni momenti troppo evidente, soprattutto nelle fasi iniziali della storia, quando i personaggi dovrebbero incarnare una giovinezza acerba e selvaggia. Entrambi sono credibili nella dimensione adulta e tormentata, ma leggermente meno convincenti nel restituire la fragilità originaria. In generale, i personaggi sembrano talvolta schiacciati dal peso dell’estetica: più simboli che esseri umani.
Cime Tempestose, tra traumi e infanzia

Il nucleo più interessante del film resta l’indagine psicologica di Catherine e Heathcliff, soprattutto nella loro infanzia. Heathcliff è segnato fin da subito da una condizione di esclusione: diverso, adottato, costantemente umiliato. Il suo senso di rifiuto si trasforma in un’identità costruita sulla ferita. L’amore per Catherine diventa allora non solo passione, ma bisogno di riconoscimento assoluto. Catherine, d’altra parte, è rappresentata come una personalità inquieta (molto simile al libro, manesca agitata), attraversata da un desiderio di trasgressione che precede e alimenta il legame con Heathcliff. Nel film la sua componente oscura non è soltanto divisa tra cuore e convenzione sociale, ma sembra incapace di esistere senza l’eccesso.
Il loro rapporto nasce come fusione identitaria. Non si tratta di un amore che unisce due individui distinti, ma di un legame che annulla i confini personali. È questa incapacità di separazione a generare la tragedia. L’amore si trasforma in dipendenza, la passione in ossessione. Il film non offre redenzione: nessuno si salva, non esiste un vero “buono”. Empatizziamo con i personaggi, ma restiamo consapevoli della loro responsabilità. La romanticizzazione è solo apparente; spetta allo spettatore, con i propri strumenti, scegliere se lasciarsi travolgere o mantenere la distanza razionale.
Cime Tempestose, infanzia e perversione

La seconda parte della trama ruota attorno alla scelta di Catherine di sposare Edgar Linton, che nel film è mostrata come una decisione razionale e quasi cinica. Catherine comprende il potere destabilizzante di Heathcliff sul proprio destino, ma sceglie la sicurezza e lo status sociale. Questa scissione tra desiderio e convenzione alimenta la spirale autodistruttiva di entrambi: il film mostra in modo esplicito come l’amore non sia più passione condivisa, ma dipendenza reciproca e tortura emotiva. L’ossessione di Heathcliff diventa una macchina di vendetta sistematica: non solo verso chi lo ha umiliato, ma verso Catherine stessa, che rappresenta l’incapacità di distaccarsi da un legame tossico.
Nelly, in questo contesto, assume un ruolo ancora più centrale. Non è solo testimone, ma catalizzatrice: la sua moralità e i suoi interventi offrono al pubblico una bussola etica, mostrando le conseguenze dei comportamenti dei protagonisti. Attraverso il suo sguardo, percepiamo la distanza tra la follia dei giovani e la realtà sociale e morale che li circonda. Al tempo stesso, anch’essa agisce per gelosia, non per bontà.
Isabella e Heathcliff: l’amore tossico in scena

La relazione tra Isabella e Heathcliff nel film è mostrata come uno specchio inquietante dell’amore tossico che permea l’intera vicenda. La celebre scena in cui Heathcliff, con un misto di sfida e manipolazione, le chiede “Vuoi che mi fermi?” diventa il momento chiave per comprendere il meccanismo della dipendenza emotiva e del controllo. Non si tratta di seduzione romantica, ma di una dinamica di potere mascherata da passione: Isabella è attratta da Heathcliff, ma allo stesso tempo terrorizzata, intrappolata tra desiderio e autodifesa.
L’atto di Heathcliff non è mai presentato come romantico; piuttosto, evidenzia la sua incapacità di amare senza distruggere, e la tendenza a trasformare i legami in strumenti di possesso e vendetta. Isabella diventa vittima di un circolo vizioso: l’attrazione iniziale si trasforma in prigionia emotiva, un chiaro riflesso del modello di amore tossico che caratterizza tutto il film. Questa scena sintetizza perfettamente la filosofia dell’adattamento: nessuno si salva, e l’amore non è redenzione ma condanna. La tensione tra desiderio e distruzione, attrazione e paura, diventa un paradigma che attraversa ogni rapporto, mostrando con forza quanto la passione possa confondersi con la violenza psicologica.
Cime Tempestose – Un “amore” che divora tutto

Il film lascia lo spettatore sospeso tra fascinazione e disagio, senza offrire alcuna consolazione. Nessuno dei personaggi ne esce vincitore: Catherine, Heathcliff, Edgar, Isabella, persino Nelly in quanto testimone, sono intrappolati nelle loro ossessioni, debolezze e desideri distruttivi. Ogni scelta, ogni impulso, alimenta una spirale di autodistruzione che non risparmia nessuno. L’amore, se così può essere identificato, appare più come forza destabilizzante che come sentimento salvifico.
Alla fine, il rosso ritorna, ma non è più passione: è sangue, dolore e morte. L’adattamento non vuole sedurre né idealizzare, ma osservare la tragedia dei protagonisti con lucidità e distacco critico. Empatizziamo con loro, comprendiamo le loro scelte e le loro ferite, ma restiamo consapevoli della loro condanna: in questo mondo, nessuno si salva, e noi?. Cime tempestose diventa così un’analisi visiva e psicologica dell’amore come potere distruttivo, una tragedia moderna che mostra quanto il desiderio, se unito all’incapacità di distinguere sé dall’altro, possa consumare ogni cosa, fino a lasciare solo cenere.






