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Amadeus: non di Mozart la gloria, ma di Salieri la tragedia – La Recensione del finale

Salieri osserva nascosto dietro le quinte il suo acerrimo nemico, in Amadeus

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Amadeus.

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Ci sono intuizioni che arrivano tardi non perché siano complicate ma perché richiedono anni di ascolto, di visione, di sedimentazione. Amadeus, la miniserie Sky Studios in cinque episodi, ha prodotto proprio questo effetto. Non una rivelazione immediata ma una comprensione retroattiva che rilegge tutto ciò che è venuto prima. Dopo decenni passati ad amare Mozart, a studiarlo, a seguirlo nel film di Miloš Forman, diventa finalmente evidente ciò che forse era sempre stato sotto gli occhi di tutti: il vero protagonista di Amadeus non è Mozart. È Antonio Salieri.

Il titolo stesso, Amadeus, è una sorta di inganno. È il nome che Antonio Salieri usa per venerare e odiare, per inginocchiarsi e ribellarsi. Per riconoscere il genio e, proprio per questo, sentirsi condannato dalla sua esistenza. La serie Sky abbraccia questo ribaltamento: Amadeus non è la storia di chi crea ma di chi assiste alla creazione senza poterla condividere. Ed è solo accettando questo spostamento di sguardo che la miniserie trova una sua coerenza profonda, pur nei limiti, nelle forzature e nelle mancanze che porta con sé.

Salieri al centro: fede, arroganza e redenzione mancata

Il cuore drammaturgico di Amadeus è l’arco di Antonio Salieri, e, di fatto, è l’unico percorso davvero completo della serie. Paul Bettany costruisce un Salieri stratificato, dolente, diviso fra una fede autentica e una superbia altrettanto autentica. In pratica un uomo che ha fatto tutto “nel modo giusto” e proprio per questo non è in grado di accettare il silenzio di Dio.

Fin dall’inizio di Amadeus, il patto è chiaro. Salieri ha promesso la propria virtù e castità in cambio del talento, e crede di aver stipulato un contratto morale con il Cielo. Quando il talento viene versato a litri su un giovane Mozart volgare, infantile e sessualmente esplicito, l’equilibrio crolla. Non è solo invidia, è scandalo teologico. La scena in cui Salieri prega disperatamente chiedendo a Dio di fermarlo è una delle più intense dell’intera miniserie. Non chiede più gloria né successo. Semmai di essere salvato da sé stesso, dal proprio odio crescente.

L’arroganza vera non sta nel desiderare il posto di Mozart. Va oltre. Pretende che Dio spieghi le proprie scelte. Salieri non sopporta che Dio sia libero, che non debba rendere conto dei suoi doni, che elargisca genio a un “uomo osceno” e non a lui, devoto e disciplinato. Amadeus, in questo senso, non racconta tanto una vendetta quanto un fallimento spirituale. Salieri confonde la libertà divina con l’indifferenza e l’indifferenza con l’ingiustizia.
Il finale rende esplicita questa condanna. Salieri non ottiene redenzione ma una forma diversa di prigionia. Diventa personaggio, come nella scena conclusiva della quinta puntata, narratore di sé stesso, attore che ripete all’infinito il monologo del “santo patrono dei mediocri“, applaudito non per ciò che ha creato ma per la sua sconfitta trasformata in spettacolo. In Amadeus, Salieri è salvato dalla finzione, non dalla grazia diventando un uomo libero che ha scelto l’odio, costretto a recitarlo per sempre.

Constanze è custode di una lettera importante per la creazione di un mito
Credits: Sky Studios

La scelta più significativa di Amadeus, rispetto alle versioni precedenti del mito, sta nella cornice narrativa. Lo avevamo già accennato nella nostra precedente recensione. Salieri non confessa a un prete ma a Constanze Mozart. Cioè, alla donna che ha amato e sofferto il genio, che ne ha condiviso la miseria economica e la gloria effimera.

Questo spostamento, apparentemente marginale, ribalta l’asse morale di tutta la miniserie. Non siamo più davanti a un atto di contrizione liturgica ma a un confronto fra due sopravvissuti allo stesso terremoto: il genio di Wolfgang Amadeus Mozart. Salieri non cerca l’assoluzione divina, cerca comprensione umana. Amadeus smette di essere solo un dramma teologico tra uomo e Dio per diventare un dialogo carnale, doloroso, fra chi è stato divorato dal talento altrui e chi ne ha pagato il prezzo nel quotidiano.
Questa cornice rende tutto meno barocco e più intimo rispetto al film. Meno teatro, più camera, meno icone, più ferite aperte. E permette alla serie di dichiarare fin dall’incipit ciò che è: non una biografia di Mozart ma un racconto di colpa, memoria e ossessione narrato dal punto di vista di un uomo che si considera già morto. E che non vuole essere dimenticato.

Amadeus: genio come trauma, non come coscienza

Se Salieri è il centro cosciente, Mozart è il trauma. Il Wolfgang interpretato da Will Sharpe non è chiamato a spiegare la propria musica, né a giustificare il proprio comportamento. È una forza caotica, irritante, iper-sessualizzata. Infantile nei modi, disarmante nella sua inconsapevolezza.​ E un po’ si fatica ad accettarlo.
Non perché non sia storicamente esatto (magari esagerato per necessità televisive…) ma perché questo Mozart non argomenta, non difende la musica, non spiega niente della sua arte. Al contrario di come faceva quello storico nelle sue lettere al padre e alla sorella, per esempio.
Ma, perché c’è un ma, letta attraverso lo sguardo di Salieri, questa scelta diventa coerente. Il genio, visto da fuori, appare sempre ingiusto e quasi stupido, un’evidenza priva di manuale d’istruzioni. La musica di Amadeus, per Salieri, non è un discorso razionale ma un fatto che lo schiaccia.

Il limite è che la miniserie paga questa idea con una perdita sensibile. Mozart resta troppo spesso corpo, eccesso, capriccio. Raramente diventa idea musicale. Il problema non è che Mozart resti inaccessibile ma che Amadeus non trovi il modo di farci percepire, per contrasto, l’abisso della sua grandezza. La serie sembra quasi temere il momento in cui il genio dovrebbe farsi linguaggio, dovrebbe mostrare il processo creativo e non solo il risultato. In questo senso, Amadeus sceglie la prospettiva emotiva su Mozart a scapito di quella analitica, e non sempre riesce a compensare questa mancanza.

La musica in Amadeus: presente ovunque ma quasi sempre muta

Raccontare Amadeus senza trasformare davvero la musica in personaggio è un azzardo enorme, e la serie Sky non sempre riesce a sostenerlo. Le opere di Mozart (Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Il flauto magico) attraversano la serie come come sfondi simbolici, più che come eventi musicali a sé stanti. Servono a illuminare i rapporti di potere, i conflitti matrimoniali, i giochi politici, certo. Raramente, però, vengono lasciate parlare come architetture rivoluzionarie del pensiero musicale.

C’è però un’idea davvero geniale: il tema del Commendatore, suonato con l’oboe sotto casa di Mozart. Poche note usate da Salieri come arma psicologica. In quel momento, Amadeus capovolge il ruolo della musica. Non è più grazia, è tortura. Non è più rivelazione ma minaccia. Ed è perfettamente coerente con il punto di vista della serie, dove il genio è vissuto come condanna.

Il confronto con il film Amadeus su questo tema resta inevitabile. Il Confutatis, nel film, dettato al capezzale era Creazione pura, teologia fatta suono. Qui, il Requiem che davvero lascia il segno è quello che Mozart scrive per Salieri e che rimane soprattutto testamento intimo, consegna privata, mai pienamente soglia metafisica, però. Anche nel finale, Amadeus sembra trattenere la musica, quasi temendo che un uso troppo centrale del suono possa schiacciare la dimensione drammatica. È una scelta coerente con l’idea di mettere Salieri al centro ma rappresenta il limite più evidente di una serie che porta il nome di Amadeus e però raramente ci fa davvero ascoltare e capire cosa significhi esserlo.

Constanze come forza morale e nodo irrisolto

Laddove la musica tace, ecco che a parlare sono i corpi. E una delle intuizioni migliori di questa miniserie è il ruolo di Constanze Weber, interpretata da Gabrielle Creevy. Non è più solo la moglie, la musa, il volto dolente accanto al genio. È coscienza morale, testimone del costo umano che la musica di Mozart impone a chi gli sta vicino. Il fatto che sia lei a ricevere la confessione di Salieri è una scelta fortissima poiché è la sola che abbia conosciuto Mozart come uomo, non come mito.

Proprio per questo, alcune scelte narrative che la riguardano suonano stonate. La relazione con Süssmayr (Jyuddah Jaymes), allievo che storicamente completerà il Requiem, introduce un elemento melodrammatico che avvicina Amadeus alla soap storica più che alla tragedia spirituale che ambisce a essere. Non è una questione di morale, né di pedanteria storica. Piuttosto è una questione di coerenza interna. Questa relazione risulta come un twist pruriginoso mentre avrebbe potuto generare un conflitto molto più sottile di quello che si vede.

Ancora di più pesa se si guarda alla Constanze dell’ultima puntata, quella che difende l’onore del marito e che, soprattutto, decide cosa consegnare la mito. Se la serie le attribuisce una fuga nel momento cruciale come l’assenza alla prima de Le Nozze e le fragilità emotive senza poi lavorarne davvero le conseguenze, il personaggio rischia di risultare meno necessario di quanto meriterebbe. Ed è un peccato perché in lei c’è l’eroina nascosta di Amadeus. ​

Amadeus: quando la finzione diventa mito

Il colpo di coda di Amadeus è anche il suo atto più onesto. L’ingresso di Aleksandr Puškin, autore del dramma Mozart e Salieri, potrebbe sembrare un artificio metanarrativo gratuito. In realtà è la chiave di tutto il racconto ed è una vera genialata. Amadeus non vuole raccontare “come sono andate davvero le cose” e nemmeno “come potrebbero essere andate“. No. Vuole spiegare come nasce una leggenda.

La lettera che Constanze consegna a Puškin, pur sapendo che è falsa, è la scena più esplicita di questo patto con la finzione. La verità morirà con me, dice la donna. Ciò che sopravvivrà non sarà ciò che è accaduto ma la storia più utile. Quella, cioè, che si racconta, che commuove, che dura. Ma che è anche la più crudele. Perché condanna Salieri a essere ricordato non per la sua musica ma per un crimine che non ha commesso. Gli concede la fama che tanto desiderava ma per le ragioni sbagliate.​

In questo, Amadeus fa qualcosa che il film non faceva. Dichiara apertamente la natura di finzione del proprio discorso. Ci dice che non siamo chiamati a stabilire la colpevolezza o l’innocenza di Salieri ma a capire perché questa storia ci piaccia così tanto. Amadeus, insomma, diventa un racconto sul modo in cui trasformiamo il dolore in leggenda, il silenzio in musica, la menzogna in verità condivisa.

Un personaggio che non risponde

Amadeus Mozart alle prese con una delle sue opere più belle
Credits: Sky Studios

Se c’è un aspetto in cui la serie Amadeus supera molte letture precedenti, è la profondità del rapporto tra Salieri e Dio. Nel film di Forman, la fede era un tema forte ma più astratto. Nella miniserie, Dio è soprattutto un silenzio che pesa, un interlocutore che non parla. Salieri si rivolge a Lui come a qualcuno che dovrebbe rispondere, punire, intervenire. Ma Dio non lo fa.

Questo silenzio, nella miniserie, non è semplice assenza: è libertà. Salieri confonde la libertà di Dio con l’indifferenza, e l’indifferenza con l’ingiustizia, perché non sopporta l’idea che la sua vita non sia un’equazione morale perfettamente bilanciata. Alla fine, la vera punizione non è l’internamento né l’oblio storico: è la consapevolezza di aver agito sempre da solo, credendo di combattere un nemico che non lo ha mai costretto a nulla.

In questo senso, Amadeus è meno una storia su chi ha il talento e più una storia su chi non sa abitare il proprio limite senza trasformarlo in odio. È un racconto su ciò che succede quando la grandezza altrui diventa prova a carico di Dio, invece che occasione di gratitudine. E di condivisione.

Amadeus forse non era necessaria ma certamente è utile

La miniserie Sky, non era necessaria. Il film di Miloš Forman resta un capolavoro assoluto, insostituibile, capace di trasformare la musica di Mozart in destino e teologia visiva. La serie non lo sostituisce e non lo supera. Ma fa qualcosa di diverso. Lo interroga. Lo contraddice in parte e lo aggiorna al nostro bisogno contemporaneo di smontare i miti per capire come funzionano.

Amadeus offre una lettura più umana, meno mitologica, più teologica. Sposta il centro dal genio alla ferita che il genio infligge a chi gli sta accanto. Mostra che la vera tragedia non è la morte di Mozart ma la vita di chi riconosce la grandezza e non sa conviverci senza bruciarsi.​ Ci dice che non siamo qui per ascoltare Mozart ma che siamo qui per imparare a non diventare Salieri.

Se Amadeus, con tutti i suoi limiti riesce comunque a portarci fino a questa conclusione, allora, pur imperfetta, non è stata inutile. In un panorama di remake sterilizzati, Amadeus è almeno questo: un racconto vivo, contraddittorio, ossessionato. Che ha il coraggio di guardare nel punto più scomodo della storia, quello in cui il talento degli altri ci costringe a fare i conti con ciò che noi non saremo mai.