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All Her Fault 1×01-1×02: Un inizio promettente, per una promettente miniserie – La Recensione

Sarah Snook in una scena di All Her Fault

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Una porta che si apre, una donna che va a prendere il figlio dopo una giornata di lavoro, un’altra che afferma di non averlo mai visto: quando ci chiederanno quali sono i primi cinque minuti più promettenti delle Serie Tv (come in questo caso)All Her Fault sarà inevitabilmente nella lista. Con un nervosismo mascherato da calma apparente – Sarah Snook, come al solito, si dimostra una straordinaria interprete – Marissa torna a prendere il figlio Milo dopo una lunga giornata di lavoro. Sono le 17:00, la scuola è chiusa da ore, ma un messaggio arrivato sul telefono durante la giornata le ha dato la tranquillità di poter proseguire: è di Jenny, la madre di un amichetto del figlio, che le dice che si occuperà lei del bambino e che i due passeranno il pomeriggio a giocare insieme.

Tutto perfetto. Marissa ha conosciuto Jenny e sa che può fidarsi e, grazie a lei, potrà continuare a lavorare. La donna le ha anche fornito l’indirizzo in cui andare a prendere Milo. Sa che può stare tranquilla e non c’è nulla che possa andare storto: suo figlio è in mani sicure. Ma quella fiducia riposta, già dopo cinque minuti dall’inizio del primo episodio, si trasforma in una colpa. Per il marito, per i detective che la osservano con un lampo di diffidenza, per i media e per le altre madri. Milo non è infatti da nessuna parte, tantomeno in quell’indirizzo fittizio che le è stato fornito. Tutto ciò che pensava di sapere su quella giornata è falso, inesistente, una menzogna costruita da Carrie, la tata assunta da Jenny che – come scopriamo – ha rapito Milo.


Sarah Snook e Michael Peña in una scena di All Her Fault
Credits: Carnival Films

All Her Fault non perde tempo prima di entrare nel vivo della storia. Non esistono convenevoli, la verità adesso è tutto ciò che conta. Ma non riguarda solo Milo

Un flashforward mette subito in chiaro le cose: Carrie non ha agito da sola. Qualcuno la sta aiutando e, secondo quanto suggerito dai detective durante il ventisettesimo giorno dalla scomparsa di Milo, sembrerebbe esserci un complotto interno. La famiglia di Marissa e Peter, così come Jenny e il collega di Marissa, potrebbero essere coinvolti. Tutti, due di loro o solo uno: non lo sappiamo. La verità in All Her Fault dovrà essere ricostruita passo dopo passo, scena dopo scena, dando agli eventi la possibilità di trovare una spiegazione.

Un ruolo fondamentale per la risoluzione del caso sembrerebbe essere stato affidato alla tata di Milo, la donna che ha mentito alla polizia dicendo di non aver mai conosciuto Carrie, quando invece le prove sostengono il contrario. Il puzzle è adesso frammentato e apparentemente impossibile da decifrare, ma le risposte arriveranno. Lo faranno solo con attenzione, calma e gradualità, così da rimettere ogni cosa al proprio posto e permettere a All Her Fault di addentrarsi nei punti più oscuri non solo della famiglia, ma anche di tutto ciò che riguarda il telespettatore da vicino.

Quando assistiamo a una narrazione di questo tipo osserviamo un incubo prendere forma. Chi è genitore sa che l’unica cosa che conta, alla fine della giornata, è vedere tornare i propri figli a casa. Questo tipo di miniserie spesso tende però a enfatizzare le cose, a rendere questi casi di scomparsa a metà tra il fiabesco e l’impossibile, annullando ogni contatto con la realtà: questo non è il caso di All Her Fault.


Nel corso delle prime due puntate (disponibili su Sky e NOW) non c’è stato un momento che non fosse reale, che non appartenesse alla realtà, a partire dal dolore dei due genitori e dal loro modo di reagire. In questi primi due episodi non c’è stata soltanto disperazione, e nessuno dei due si è improvvisato detective per raggiungere la verità: si sono affidati alla polizia, si sono sfogati con chi avevano accanto e, soprattutto, hanno mostrato un aspetto purtroppo estremamente vicino alla realtà. Un aspetto che in All Her Fault è già chiarito nel titolo: è tutta colpa sua.

Dakota Fanning e Sarah Snook in All Her Fault
Credits: Carnival Films

Nessun padre, nel corso di questi primi due episodi, aveva informazioni precise riguardo al figlio. Com’era vestito quando è uscito per andare a scuola? Chi erano i suoi compagni? Come si chiama l’amichetto con cui avrebbe passato la giornata? Chi è il suo insegnante? A queste domande ha risposto solo Marissa. Allo stesso modo, solo Jenny sapeva come tranquillizzare il proprio figlio per farlo addormentare, così come solo Marissa – pochi giorni dopo la nascita del suo – passava le notti a tentare di cullarlo senza tregua.


Il controllo, la protezione, l’assicurarsi che tutto andasse bene e che il cibo fosse pronto per la scuola erano tutte mansioni implicitamente attribuite alle due madri di All Her Fault, le uniche responsabili che diventano presto colpevoli di negligenza per la società: come ha potuto Marissa non visitare prima la casa in cui sarebbe andato il figlio, sebbene conoscesse Jenny, e come ha potuto quest’ultima assumere una tata come Carrie? Tutta colpa loro: madri e donne lavoratrici che, durante una riunione, devono mollare tutto perché i mariti e padri hanno necessità che loro tornino a casa a badare al figlio, le stesse che poi vengono malviste dalla società quando affermano di avere una tata che si occupa del bambino.

All Her Fault promette di farci conoscere tutta la verità riguardo alla scomparsa di Milo, ci garantisce che Carrie non è da sola e che dietro a quanto appena avvenuto si nasconda in realtà un complotto interno che mostrerà la verità dietro un’illusione di vita perfetta, certamente un must dietro questo tipo di produzioni. Ma All Her Fault sembra avere una missione ulteriore: non vuole solo sgretolare l’apparenza, ma anche farsi portatrice di qualcosa di più grande.

Vuole restituire alla propria narrazione il degradante pregiudizio che si nasconde – ma neanche troppo – nella società, lo sdegno con cui quest’ultima guarda le madri reputandole colpevoli di non aver protetto i figli dagli orrori del mondo. Non lo dice implicitamente, non urla il degrado di ciò che accade lì fuori, si limita ad avvicinare la camera allo sguardo delle persone esterne alla famiglia quando sentono la parola “tata”, quando i detective chiedono solo alla madre come fosse vestito il figlio, quando tutte le attenzioni si focalizzano su un solo genitore, nonostante si sia in due.


Questo è il viaggio che All Her Fault vuole farci fare: un viaggio nell’orrore, ma solo attraverso noi stessi, tra i pregiudizi che respiriamo senza accorgercene e gli automatismi invisibili che ogni giorno ci governano e che – nonostante le più grandi invenzioni tecnologiche – continuano a trattenerci, a renderci più lenti, più insicuri, più fragili rispetto a tutto ciò che sarebbe necessario cominciare a essere.

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