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A League of Their Own – La Recensione della nuova serie su Amazon Prime Video

ATTENZIONE: l’articolo che stai per leggere potrebbe contenere spoiler su A League of Their Own!

A League of Their Own, Ragazze Vincenti il titolo in italiano, è la nuova serie disponibile su Amazon Prime Video uscita il 12 agosto 2022. La serie, prodotta da Sony Pictures Television e Amazon Studios, è composta, finora, da otto episodi della durata di circa un’ora l’uno ed è un reboot dell’omonimo film del 1992 diretto da Penny Marshall (Big e Risvegli, tra i suoi film) e interpretato da Geena Davis, Madonna e Tom Hanks.

L’idea di un riavvio dell’iconico film è venuta a Will Graham, già showrunner di Mozart in the Jungle, il quale ha collaborato alla creazione della serie insieme ad Abbi Jacobson (Board City) dopo aver ricevuto la benedizione della regista e della protagonista della pellicola. Il duo Graham – Jacobson, alla loro prima collaborazione ma amici di lunga data, ha voluto prendere spunto dal film ampliando però gli argomenti da trattare. Così, oltre alla già incedibile storia della Lega Femminile Americana di Baseball, i creatori di A League of Their Own hanno voluto includere argomenti delicati ma reali come il razzismo verso i neri, il maschilismo e la misoginia nei confronti delle donne, e le relazioni omosessuali tra le giocatrici. I due creatori, infatti, hanno incontrato diverse protagoniste ancora in vita della All-American Girls Professional Baseball League ottenendo molto materiale da sviluppare.

Sono proprio tanti, in effetti, gli argomenti che gli autori mettono in scena anche se le storie principali sono, poi, due: quella di Carson, interpretata da Abby Jacboson, e quella di Maxine, Max per gli amici, interpretata da Chanté Adams. La prima è una donna di un paesino sperduto dell’Iowa, sposata con un militare che si trova di stanza in Europa a combattere contro il Nazismo. La secondo è una afroamericana in lotta contro il razzismo e la ristrettezza mentale della madre, la quale le ha già programmato la vita.

Le due protagoniste, che nel corso delle puntate si incrociano diverse volte ma mai a sufficienza per stringere un legame forte, hanno diversi punti in comune, primo dei quali il desiderio di giocare a baseball. Con la differenza che Carlson è una giocatrice professionista regolarmente pagata e membro delle Rockford Peaches, mentre Maxine è in lotta per cercare di realizzare il suo sogno, impossibilitata nel concretizzarlo dal colore della pelle e dal suo essere donna.
Le due, però, condividono anche un percorso di crescita personale e di emancipazione dal ruolo di moglie e di figlia. Un percorso che, nel corso delle otto puntate, tra alti e bassi, le porterà forse a non vedere avverati completamente i propri sogni ma di certo ad avere maggiore consapevolezza del proprio essere.

Ci troviamo nel 1943, gli Stati Uniti sono entrati in guerra contro gli eserciti dell’Asse. Da poco sono sbarcati in Sicilia e stanno programmando lo sbarco in Normandia. La produzione bellica è al massimo del suo sforzo. Uomini e donne sono fortemente impegnati nelle industrie pesanti per costruire armi, cannoni e aerei. Per mantenere il morale di chi è rimasto in Patria i dirigenti della Major League Baseball (MLB), la lega professionistica maschile di baseball, decidono di creare una lega femminile in modo da poter fornire uno spettacolo che allieti e distragga il pubblico. Inizialmente il progetto venne preso sotto gamba per via dei pregiudizi nei confronti delle donne. Col tempo, però, il successo crebbe e lo scopo di divertire risultò adempiuto. Con la fine della guerra la MLB riprese il suo posto nel cuore degli americani e la lega femminile finì nel dimenticatoio concludendo il suo percorso definitivamente nel 1955.

A League of Their Own è uno spettacolo molto complesso, persino sofisticato, che potrebbe risultare complicato da comprendere e addirittura indigesto da mandar giù. A una superficiale lettura, infatti, la serie potrebbe apparire come decisamente inconsueta, persino esagerata. La tela narrativa si intreccia subito con sottotrame all’apparenza pesanti e intricate, dalle quali sembra difficile districarsi.
Inoltre, prendendo praticamente subito le distanze dal film originale, le storie delle giocatrici potrebbero sembrare troppo poco legate al baseball e alla rispettiva performance sportiva e, invece, troppo sentimentalmente connesse tra loro. Insomma: una soap opera con uno sfondo sportivo, impegnata a raccontare quanto brutta fosse (e lo era certamente!) la vita negli anni Quaranta anche se non eri in guerra.

In realtà A League of Their Own, andando in profondità, è un’interessante lezione di storia, soprattutto per chi come noi vive oltre oceano. Al di là dello sport, il baseball, le cui regole risultano un po’ ostiche, la serie apre una porta su una porzione di storia per lo più sconosciuta. Del periodo della II Guerra Mondiale abbiamo tante informazioni anche grazie ai film e alle serie televisive. Vere o romanzate che siano, le storie dei soldati ci accompagnano da sempre, affascinandoci e appassionandoci. Ma cosa accadde a chi rimase a casa, cosa successe nelle cittadine svuotate degli uomini abili? Queste storie sono per lo più sconosciute e poco battute dagli autori. Ecco perché A League of Their Own è una serie che merita di essere vista: perché stimola la curiosità e porta lo spettatore a informarsi meglio.

Se vista sotto quest’ottica, allora la serie assume tutto un altro tono e diventa incredibilmente interessante. I personaggi descritti raccontano, ciascuno col proprio ritmo, la loro personale storia e tutte insieme concorrono nel dipingere un ampio affresco. I personaggi femminili sono tutti molto ben caratterizzati e le loro debolezze sono ben bilanciate con i loro pregi evitando inutile enfasi e retorica. Quelli maschili, invece, sono un po’ tagliati con l’accetta. In particolar modo quelli più vicini alle protagoniste forse un po’ troppo accomodanti per l’epoca (il marito di ritorno dalla guerra accetta senza discussioni che la moglie lo allontani?) ma essendo poco importanti non risultano dannosi per l’insieme dell’opera.

Spiccano, nell’importante cast femminile Gbemisola Ikumelo nei panni di Clance e D’Arcy Carden nel ruolo di Greta Gill. La prima è la commovente miglior amica di Maxine, capace di ascoltare, di suggerire e sostenere la compagna di mille avventure. Esuberante il giusto ma mai fuori posto, Clance ha il dono di essere una perfetta moglie, attenta e premurosa, senza mai scadere nel cliché della donna sottomessa.La seconda, invece, è colei che dapprima confonde e poi chiarisce le idee a Carlson facendole scoprire un’altra maniera di vivere e, soprattutto, un’altra maniera di amare.
Meravigliose sono anche Dale Dickey, nei panni della sorvegliante del gruppo, e Lea Robinson, nei panni dello zio Bertie.

Ci sono certamente delle scelte storiche un po’ forzate che però non stonano. Le scene di razzismo verso Maxine o le battute maschiliste dei commentatori delle partite o ancora l’unica scena di repressione della polizia che fa chiudere un locale gay sono molto edulcorate rispetto a quello che avrebbero dovuto essere nella realtà o a simili viste in altre serie televisive ma va bene così. Allo stesso tempo certi atteggiamenti della coppia Maxine – Clance risultano un po’ troppo contemporanei. È lo stesso Graham a dirlo: “non vogliamo raccontare la storia della lega di baseball né la cruda realtà che circondava le persone di quell’epoca. Vogliamo raccontare, in maniera appassionante, divertente e con qualche licenza, la storia di una generazione di donne che hanno fatto un pezzo di storia“.

Come in una partita lo spettatore è portato a fare il tifo per le sue beniamine sopportando le sconfitte e gioendo delle vittorie. Tra fasi d’attacco e fasi difensive, come gli alti e bassi della vita, A League of Their Own racconta una storia di amicizia e di passioni comuni ambientata in un’epoca decisamente difficile. Con umorismo ed emozioni sincere e profonde viene narrato un lungo viaggio attraverso il quale ci viene spiegato che la vita è sempre imprevedibile e che i sogni, una volta realizzati potrebbero anche non risultare così soddisfacenti come ci si era immaginato.

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