Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su A Knight of the Seven Kingdoms.
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Tra le tante lezioni che trasmette lo splendido finale di stagione di A Knight of the Seven Kingdoms, distribuito nelle ultime ore su HBO Max, una risuona come presagio dei nostri tempi: la verità è soggetta a interpretazioni continue. E a riscritture costanti, tra le becere menzogne dei potenti e le bugie bianche degli innocenti. Non è la prima volta che affermiamo qualcosa del genere: avevamo incentrato la recensione della terza puntata sul concetto contemporaneo di post-verità. Stavolta, invece, è il turno delle verità… a metà.
Mezze, ieri come oggi. E allora è nelle azioni più esplicite che si può trovare la propria chiave di lettura. Ma ancora di più nei silenzi, nelle frasi sospese. Nelle domande senza risposta, nelle profezie più criptiche, negli sguardi che tradiscono una rivelazione.
A Knight of the Seven Kingdoms non copre ogni potenziale falla, al contrario: è un’esperienza immersiva nella complessità della realtà.
La realtà è questa, prendere o lasciare: una costante navigazione del caos in cui l’unica bussola è l’identità che si decide di assumere.
Ciò funge da leitmotiv dell’intera stagione, e il season finale è un sunto ideale: ogni potenziale considerazione è soggettiva, connessa a valori e princìpi, con l’accento sulla seconda “i”. Oppure sulla prima, ricordandoci ancora una volta quanto la fuga da certe storture non possa che essere momentanea: una fuga in avanti giovanile, specie se si è un piccolo Targaryen non troppo lontano dal Trono.
Diventa superfluo, quindi, cercare di darsi troppe risposte: le domande avranno sempre la meglio. Tutto ciò che si può distinguere è tra chi mente per sopravvivere e chi lo fa per ingannare il prossimo. Persino ingannare gli dei, nel più ardito dei voli pindarici. Lasciate perdere ogni potenziale categoria: chi è buono potrebbe non esserlo più domani, e chi è cattivo oggi… chissà ieri. Le distinzioni, quelle vere, sono altre: tra l’onore e il disonore, tra la gloria effimera e quella eterna, tra il popolo preda degli stessi vizi dei potenti e chi, idealisticamente, cavalca dall’altra parte. Forse da solo, forse in compagnia di uno spettro rassicurante. Magari, di un erede non ancora pronto a diventare adulto: un piccolo sognatore che vuole ancora chiudere gli occhi per un po’.
Ser Duncan l’Alto. Un vero cavaliere. A prescindere da cosa possa suggerire o meno A Knight of the Seven Kingdoms.

Che senso ha, di conseguenza, domandarsi se Ser Duncan l’Alto sia formalmente un cavaliere o meno? L’ultima puntata di A Knight of the Seven Kingdoms gioca tra i non detti, tra le parole pronunciate a un passo dalla morte e la morte presunta del mentore. Un padre putativo che preferisce raccontare l’origine del proprio nome prima di spirare, salvo poi tornare alla vita un attimo dopo. No, non è poi così importante. Non ora, almeno.
Materiale per i cultori di Martin: la lore è rispettata anche se la risposta è una nuova domanda, e tutto ciò che conta è che Ser Duncan abbia dimostrato di essere un vero cavaliere errante. In ogni scenario. Soprattutto: ha scelto di esserlo e continua a farlo. Che Ser Arlan l’abbia davvero nominato cavaliere in seguito, oppure che non l’abbia mai fatto. In un mondo in cui i giuramenti hanno spesso la valenza di una fastidiosa formalità, Dunk è figlio del suo padre acquisito. Onorevole dal primo all’ultimo momento, anche a costo di sacrificare le proprie ambizioni sull’altare dei propri princìpi.
Il cerchio si è chiuso così: era approdato ad Ashford col sogno di poter scrivere una storia diversa, servire i potenti del reame ed essere un cavaliere degno di questo nome, salvo poi rendersi conto che in gran parte dei casi i due impulsi vadano in direzioni antitetiche. La risposta è chiara, almeno in questo caso. Tutto quello che desidera è all’ombra dell’ultimo sole, cullato da un florido olmo: sarà sempre estate, anche quando il gelido freddo delle storture umane chiederà a gran voce il suo spazio vitale. Che la sua sia una bugia bianca o meno, Duncan scrive una storia coerente, degna della gloria che non riempie i libri di storia.
Già, una bugia bianca. Un po’ come quelle di Egg.
Sì, Egg.Il giovane drago che non scalpita per diventare Aegon Targaryen. Non oggi, certamente: sarà per un’altra volta. Si aggrappa con forza al sogno giovanile e conquista un minuto ancora per poter essere chiunque voglia essere un bambino: un foglio illibato, pieno di opportunità. Tra i regni di Westeros, nelle direzioni più disparate, Egg teme l’incedere degli eventi e del tempo, quei capelli ricresciuti troppo in fretta e il senso di giustizia che lo porta addirittura ad abbracciare l’idea di poter diventare un vero membro della sua famiglia nel peggiore dei modi: tramite un fratricidio. Mente, Egg. Ma non a se stesso: sa chi è con un’invidiabile consapevolezza, e insegue un attimo di gioia tramenzogne innocenti che non fanno rumore quanto quelle degli adulti. La risposta arriva, senz’altro: il padre lo voleva al suo fianco e dimostra di riporre in lui le ultime speranze della sua eredità, ma Duncan è abbastanza ingenuo da credere all’ennesimo raggiro.
Li ritroveremo tra un anno, forse nell’assolata Dorne, tra un amore da scoprire e nuovi capitoli da scrivere: il destino può attendere, con buona pace dei miti millenari.
Miti… e maledizioni: un Targaryen è carnefice del suo stesso sangue, e saluta il caos terreno tra le fiamme.

La maledizione di Maekar: la storia lo condannerà, gli dei chissà. Non saremo noi a rivelare cosa i testi di Martin riserveranno per il suo destino, ma la sua figura è sospesa quanto le altre. Nella figura del padre di famiglia più comprensivo di quanto possa apparire e del patriarca della casata, oggi e un giorno. Fratricida, anch’egli: per volontà o per un tragico incidente, ogni interpretazione può trovare una verità completa solo nella sua coscienza, platealmente ferita. Resta il senso di colpa, condiviso con un cavaliere errante che sente di occupare un posto al mondo che apparteneva a qualcun altro, una sentenza fatale e lo spettro che aleggia sempre tra i Targaryen di ogni tempo: buoni o folli, assetati di potere o davvero intenzionati a spezzare la ruota, finiranno sempre per essere nemici di loro stessi. Il peggiore dei pericoli che trascina nel baratro ogni altra cosa.
Maekar, una delle maschere più drammatiche della prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms, è vittima e carnefice in egual misura: ha negato ai Regni il giusto sovrano, ma i piani degli dei contemplano solo mezze verità. E non sempre è il futuro a donare responsi unanimi: persino la peggiore delle sventure potrebbe diventare, a posteriori, una benedizione.
La loro è un’imprevedibile partita a scacchi che coinvolge ognuno di noi: guardare oltre ogni mossa è un esercizio pericoloso e disorientante.
Giorno per giorno, tutto diventa più sostenibile.
Rimane l’interpretazione, anche in questo caso: l’ambiguità può coinvolgere l’animo apparentemente più puro, l’onorevole Baelor che potrebbe aver subito la condanna dopo aver cercato di ingannare gli dei, e quello che sembrerebbe essere il solito Targaryen. Ancora uno, ancora una volta costretto a esser figlio del proprio cognome: padre e fratello imperfetto, ma forse non un arrivista spietato. Così è, per chiunque voglia osservarlo e ritrovare in lui la fallibilità dell’essere umano. Senza forzare polarizzazioni artificiose, tipiche di chi non rinuncia al miraggio della verità definitiva ed è impaurito dal buio di un dubbio irrisolvibile.
Arrendiamoci, quindi: abbracciamo l’idea che A Knight of the Seven Kingdoms sfugga alle convenzioni per essere parte della nostra realtà.
Rowan mente a Raymun? Forse attende suo figlio, forse no. Forse non conterà, se potranno amarsi e scrivere un capitolo di felicità e serenità. I sette regni sono in realtà nove? A Knight of the Seven Kingdoms gioca tra le ambiguità, arrivando a prenderci bonariamente in giro. Sa essere beffarda quanto una divinità annoiata, ripagandoci con quanto avevamo desiderato fin dall’inizio: un lieto fine. Una giornata ancora, un serafico tramonto e un’alba speranzosa.
Un’altra avventura, altre domande senza risposta, altri momenti in cui trenta minuti possono valere quanto un’ora, e in cui l’unico effetto speciale è un momento condiviso. Saldi instabilmente tra la realtà e fantasia, fino al prossimo orizzonte: là dove il fantasma di un cavaliere errante veglia su due spiriti senza troppe pretese. Illuminati da una stella cadente, tra una guerra e l’altra che incombe sullo sfondo. Pronti a rinunciare al sole di un futuro remoto, a patto che possano concludere un altro capitolo senza naufragare nella burrasca della notte più cinica. Non durerà a lungo, ma il beneficio della scelta libera è tutto ciò per cui vale la pena vivere. Tra tante mezze verità, questa è l’unica certezza possibile.
Antonio Casu







