Ogni giorno raccontiamo le serie TV con passione e cura. Se sei qui, probabilmente la condividi anche tu.
Se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, DISCOVER è il modo per sostenerci.
Il tuo abbonamento ci aiuta a rimanere indipendenti. In cambio: consigli personalizzati, contenuti esclusivi, zero pubblicità.
Grazie, il tuo supporto fa la differenza 💜
Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla quarta puntata di Portobello.
“Uno dei primi a capitarmi tra le mani fu la Storia della colonna infame, un racconto del Manzoni che considero ancora più interessante dei Promessi Sposi perché rievoca un processo imbastito sui sospetti: il processo contro gli untori, celebrato a Milano nel 1630. Passai così diverse sere a rileggere la tragica vicenda di quel barbiere meneghino, Gian Giacomo Mora, accusato da alcune comari (allora non c’erano i pentiti) di spargere unguenti che procuravano la peste, squartato in piazza sant’Alessandro, vicino a casa mia”.
Queste parole sono del vero Enzo Tortora: sono riportate nel memoriale delle sue prigioni, Cara Italia ti scrivo (Mondadori, 1984), scritto con il giornalista Guido Quaranta. Nel passaggio, il celebre conduttore di Portobello ricorda le letture che fece nel periodo dell’incarcerazione a Regina Coeli. Una tra le più evocative fu il noto racconto di Alessandro Manzoni, e non è difficile comprendere il motivo: è la storia di due uomini che furono accusati ingiustamente di un crimine che non avevano commesso, arrivando a pagarne le conseguenze a carissimo prezzo.
Il riferimento non è casuale: la quarta puntata del Portobello di Bellocchio richiama l’opera di Manzoni fin dal titolo dell’episodio, mostrando poi alcune sequenze tratte dall’omonimo adattamento cinematografico di Nelo Risi.
A un certo punto, infatti, vediamo Tortora agli arresti domiciliari mentre guarda il film. Rabbiosamente. Con la consapevolezza che niente fosse cambiato, e che la storia abbia spesso la terribile abitudine di riproporsi circolarmente. “Non è cambiato niente”, ripete con veemenza: quella storia arriva dal 1630, eppure sembra sovrapporsi alla sua esperienza. Alla prigionia ingiusta. Agli accusatori ignoti che alimentano la vicenda con la menzogna. La cocaina come una peste diffusa da una mano sporca di sangue, all’apparenza. In realtà, immacolata.
Incalza ancora il vero Tortora nel suo memoriale: “Oggi i processi per la peste – io sono stato accusato di spargere la droga e la camorra – avvengono con la stessa metodologia: certo non c’è più la forca, certo non c’è più la ruota, certo non ci sono più gli strumenti di supplizio ma c’è questo interminabile, atroce tunnel che si chiama carcere, attesa di giudizio”. E dire che la “colonna infame”, e qui citiamo Wikipedia, “era intesa in origine come marchio d’infamia nei confronti dei due sospettati untori”. Grazie a Manzoni, tuttavia,“passò alla storia come simbolo della superstizione e dell’iniquità del sistema giudiziario spagnolo dell’epoca e della continua riproducibilità del male nella storia“. Fu demolita nel 1778, ma il 1984 era dietro l’angolo.
Le “mascherate” di Portobello

Torna subito in mente, a questo punto, la scena madre della quarta puntata di Portobello. Chiamato a Napoli per essere “riconosciuto” dai pentiti che stanno puntando il dito contro di lui, Tortora si ritrova a essere ancora una volta il capro espiatorio di una causa grottesca. Afflitto dalla presunzione di colpevolezza, è l’oggetto principale di una farsa in cui gli accusatori sono rei in modi diversi, a eccezione dell’unico accusato. Tortora invoca equità, la giustizia perduta. Più semplicemente, guardare negli occhi gli uomini che gli stanno rovinando la vita. Ma loro indossano una maschera, lui no.
Ognuno interpreta un ruolo sopra le righe, nella tragicommedia presentata da Bellocchio. I pentiti si nascondono dietro un cappuccio, offrendo una sfumatura surreale al concetto di “tutela”: portano avanti la narrazione fittizia, sempre più articolata e fuori da ogni forma di realtà, reinventando la biografia di Tortora per finalità che niente hanno a che vedere con l’affermazione della verità.
Chi indossa il cappuccio lo toglie, senza togliere la maschera. Altrettanto fa chi invece non lo indossa affatto e recita un copione insostenibile per un uomo onesto.
Uno arriva a fingere una relazione inesistente, una confidenza che affonda le radici su un racconto di fantasia. Ferisce Tortora con ogni parola, mentre l’accusato non ha strumenti per difendersi. Incapace di stare in silenzio di fronte a tutto ciò, invoca la presenza dei suoi avvocati. Gli uomini della giustizia, però, glielo negano. Così come gli negano ogni possibile replica: la sua verità finisce nell’oblio. Il funzionario non riporta quel che dice. “Non scrive”, come avevamo già evidenziato per la terza puntata. Le parole di Tortora si perdono nel vuoto, portandolo a subire l’ennesima umiliazione.
Tutti “sanno quello che stanno facendo” in questa vicenda, secondo la prospettiva di Portobello. Tortora, lucido anche nei momenti in cui chiunque altro sarebbe affondato nella follia, lo sa benissimo. Li affronta a viso aperto, senza nemmeno lasciare la possibilità del perdono cristiano: si potrebbe riservare, al massimo, a chi non è consapevole del male che sta infliggendo al prossimo. Ma no, non è questo il caso: la mascherata ha ruoli precisi e conseguenze chiare, nella ricostruzione.
Osserviamo così i pentiti attraverso un’altra angolatura, perfettamente contrapposta al caos nel quale Tortora sopravvive come può: vivono una loro normalità, protetti in ogni modo possibile. Persino privilegiati, secondo quanto emerge nella puntata. Tortora è il perno di tutto ciò, pur essendo estraneo ai fatti: molti traggono beneficio dall’aver messo l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Loro, gli untori della malagiustizia. Lui, l’unico al quale non è concesso il privilegio di ritrovare un contatto con la vita che fu: è il “neonato” ostaggio di un’infamia.
L’Italia scorre tra un’istantanea e l’altra, ma il tempo di Tortora è cristallizzato.

Mentre l’ennesimo Sanremo finisce in archivio tra un canto spensierato e l’altro, il protagonista di Portobello volge lo sguardo indietro. Alla furia si sovrappone la malinconia dei giorni perduti, e chissà quali altri pensieri possa aver generato in lui la fotografia in bianco e nero. Dove lo riportano i ricordi di quei momenti, ben rappresentati dall’iconica scena in cui andò sul palco con Mina, Corrado, Pippo Baudo e Mike Bongiorno: la storia della televisione, riassunta in una manciata di secondi. Come quel Festival del 1959, da Tortora condotto. E un colpo di tosse che segna i confini degli anni che passano, troppo in fretta. Troppo lentamente, quando ogni dettaglio è parte di un paradosso. Corre all’impazzata, eppure è comunque fermo. Tortora, l’artista che conquistò 28 milioni di italiani, è diventato un altro uomo, ma allo stesso tempo non cambia mai. Assume una nuova forma, senza essere mai accusabile di incoerenza.
Non morale, non culturale. Non politica, anche quando trova nei Radicali di Marco Pannella la possibilità di far valere le proprie ragioni. Lui, un liberale.
Ne trarrà un plebiscito e ogni possibile scorciatoia per mettersi alle spalle l’intera vicenda, ma Tortora non sfuggirà mai alle regole. Lui no, almeno. La sua parola ha davvero un peso, a differenza di quella pronunciata da troppi altri.
Altruista, arriva addirittura a domandarsi perché stia vivendo questa vicenda: pur non potendo invocare la giustizia divina, sembra credere nei pesi e nei contrappesi che reggono sulle spalle l’esistenza del mondo, portandolo a chiedersi se abbia effettivamente una qualche colpa. Sì, ma quale? Esser stato troppo popolare, complice di un sistema ingiusto? Se lo domanda, ma non è questo il motivo per cui verrà processato. No, affatto. Non è la tesi sulla quale si regge questo terribile castello di carte, destinato a crollare troppo tardi. Si apriranno le porte del tribunale, mentre gli spettri albergano nella mente di un uomo che combatte strenuamente, con dignità e rigore. Un uomo d’altri tempi che nega un sorriso di comodo e concede la sola “serietà inespressiva” ai flash delle fotocamere, virtù perduta nel tempo delle insopportabili apparenze.
No, Tortora non si piegherà mai. Non diventerà mai parte della “mascherata”. Sarà sempre se stesso, ostaggio dei Pulcinella che lo privano del sonno.
A un certo punto sarà libero, ma a quale prezzo? Potrà riabbracciare Milano senza più vederla filtrata dalle sbarre che incombono in ogni momento della sua nuova vita, dopo aver attraversato un “atroce tunnel”. Sopravvivrà per troppo poco, e verrà poi cremato con una copia del libro che rappresenta il drammatico leitmotiv della quarta puntata di Portobello. Ci lascerà con la sensazione che quel racconto di Manzoni, ambientato quattrocento anni fa, fosse ancora attuale: la colonna non c’era più da tempo, ma certe storture persistevano. Mali endemici, sì. Un’altra peste. Della peggior specie.
Antonio Casu






