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Peaky Blinders è il romanzo dell’ascesa

ATTENZIONE: questo articolo potrebbe contenere SPOILER su Peaky Blinders.

Dal fango di Birmingham, dal fumo delle sigarette a quello grigio antracite delle fabbriche di inizio XX secolo. Dall’odore pungente di letame nelle stalle a quello sofisticato dei cibi prelibati, serviti durante le occasioni importanti. La storia degli Shelby ha inizio dalla polvere di una città come un’altra, devastata dalle conseguenze della Prima Guerra Mondiale e desiderosa di ripartire dal fondo e risalire in superficie. Il loro è un tragitto che ha inizio silenziosamente, che li vede nascondersi tra le ombre dei palazzi di Small Heath per gestire scommesse illegali, cercando di non pestare i piedi ai più potenti. O almeno, da qui parte il viaggio, all’inizio della prima stagione.

In realtà il cammino degli Shelby comincia molto prima, tra le fronde degli alberi, sotto un cielo coperto di stelle, quando ancora potevano dirsi liberi anche se non ne capivano il vero significato. Solo dopo la guerra, – una volta compreso che tutto ciò che sarebbe venuto da quel momento in poi sarebbe stato in più – solo allora hanno preso consapevolezza che l’unica cosa che avrebbero potuto fare sarebbe stato risalire, una volta toccato il fondo. Infatti, Peaky Blinders ci permette di seguire l’ascesa al potere di una famiglia nata dal nulla, ascesa che non sarebbe stata possibile senza il desiderio di riscatto di un uomo come Thomas, protagonista indiscusso di questo percorso attraverso gli abissi dell’animo umano.

thomas shelby

Peaky Blinders è il romanzo dell’ascesa, del riscatto, del bisogno di potere, ed è la stessa struttura della serie a suggerirlo.

Perché sono gli eventi esterni a offrire a Thomas Shelby un’opportunità, per la prima volta dopo tanto tempo. Le armi sottratte per caso allo Stato inglese gli danno potere su uomini più influenti di lui. Finalmente è un individuo come tanti ad avere il coltello dalla parte del manico, pronto a colpire con la sua lama affilata chiunque si ponga fra lui e il suo obiettivo. È questo il punto di partenza necessario per preparare il pubblico alla sua scalata verso il potere, inversamente proporzionale alla discesa negli inferi del proprio animo. Più Tommy e i Peaky Blinders si fanno strada nella società conquistando denaro e prestigio, più sale la posta in gioco ed è facile perdere ogni cosa. Billy Kimber non è nulla in confronto a Sabini e alla famiglia Changretta ed è ancora più insignificante rispetto al ruolo che Oswald Mosley (Sam Claflin) gioca nella scacchiera politica inglese, in un periodo delicato come quello della nascita dei fascismi.

Così, anche la struttura interna di Peaky Blinders, che ci presenta antagonisti sempre più pericolosi da affrontare, illustra perfettamente il significato della parola “ascesa”, una lunga e impervia salita verso un obiettivo finale. Ma qual è questo obiettivo? Cos’è che spinge Thomas a farsi strada nel mondo con tutta la sua fredda lucidità?

Il suo bisogno di tenere sotto controllo ogni cosa, il difetto fatale che lo tormenta dall’inizio alla fine e che aumenta con l’aumentare della posta in gioco. La consapevolezza di avere l’intelligenza e i mezzi per tenere fra le mani i fili del destino di tutti non fa che accrescere la paura che questi possano spezzarsi da un momento all’altro, lasciandosi dietro solo caos e morte. “Io non sono Dio. Non ancora.” Tommy si sforza di essere la parte razionale di ognuno degli Shelby, anche se quando si tratta di se stesso cerca di zittire le proprie emozioni per non annegare in un flusso nero e paralizzante come la pece. E più Thomas e i Peaky Blinders si fanno strada con forza nella società, scalandone le vette più ripide, più vengono consumati dalle loro stesse colpe.

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Eppure, quando si raggiunge la cima non c’è altro che vuoto intorno, e basta un soffio di vento per precipitare giù.

Peaky Blinders racconta l’ascesa di un uomo e della sua famiglia ai vertici del potere, una meta che all’inizio sembra impossibile da raggiungere. In un’escalation continua, la serie della BBC è arrivata alla quinta stagione continuando a moltiplicare la posta in gioco, fino all’arrivo di Mosley e di tutto ciò che egli rappresenta, il vero male del mondo, l’odio che ha portato l’uomo alla guerra. Questo è quello che Thomas cerca di combattere fin dal primo momento, perché sono gli orrori della guerra ad averlo cambiato per sempre. Oswald Mosley rappresenta l’apice del cammino degli Shelby, la vetta che il leader della gang di Birmingham è riuscito a raggiungere, il rischio più alto mai affrontato. Un passo falso e la delicata casa di carte messa in piedi per anni, può crollare, lasciando tutti senza fondamenta.

Da qui in poi si può solo precipitare e, alla fine della quinta stagione, Thomas sa che sta per ruzzolare giù. Tante volte è stato a un passo dal perdere se stesso dopo aver perso ogni cosa, ma mai come ora. La fine è vicina. Gli Shelby sapranno aggrapparsi forte alla sommità della montagna per non cadere? Oppure assisteremo al loro crollo definitivo?

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Come ogni storia che si rispetti, l’iter narrativo deve prevedere una crescita, un sentiero che abbia inizio in pianura e che con il passare del tempo si faccia sempre più ripido. In Peaky Blinders questo è reso ancora più evidente dalla trama, dai personaggi e dalle scelte che essi compiono giorno dopo giorno, costretti a fare i conti con i propri fantasmi e con la morte, con cui sembra che gli zingari siano andati a braccetto fin dall’inizio dei tempi. Una vera storia non sarebbe nulla senza un cammino da affrontare, e i personaggi della serie di Steven Knight non avrebbero alcuno spessore.

Non resta che attendere la sesta stagione per vedere se gli Shelby sapranno aggrapparsi a ciò che hanno ottenuto e resistere alla tempesta o se sarà proprio Mosley a farli precipitare definitivamente nell’oblio. Un oblio da cui, però, non ci sono più possibilità di rivedere la luce in superficie.

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