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Paradise – La Recensione dei primi tre episodi della seconda stagione

Paradise, serie tv da vedere su Disney+

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La seconda stagione di Paradise arriva su Disney+ con i primi tre episodi e, fin dalle prime sequenze, chiarisce una cosa: non vuole semplicemente rispondere alle domande lasciate in sospeso, ma ampliare l’orizzonte morale e narrativo della serie. Se la prima stagione era costruita come un thriller claustrofobico, quasi interamente confinato nel bunker sotterraneo in Colorado, questa nuova annata respira aria aperta – un’aria rarefatta e devastata – e lo fa con una sicurezza strutturale che sorprende. Il cliffhanger con cui si era chiusa la prima stagione era potentissimo: Xavier, interpretato da Sterling K. Brown, abbandonava il bunker dopo il confronto definitivo con Sinatra, interpretata da Julianne Nicholson, deciso a cercare la moglie Teri in una superficie che tutti davano per compromessa. Un gesto che ribaltava l’assunto stesso della serie: la salvezza non era più sottoterra, ma forse – paradossalmente –in un mondo distrutto.

Eppure questa seconda stagione non riprende immediatamente quel momento. È una scelta audace, quasi provocatoria: invece di seguire Xavier nel suo primo passo fuori dal bunker, l’episodio d’apertura introduce Annie, interpretata da Shailene Woodley. Un volto nuovo, un punto di vista inedito. Attraverso di lei scopriamo cosa è accaduto al pianeta mente il presidente degli Stati Uniti e l’élite selezionata si rifugiavano sottoterra. L’episodio ambientato a Graceland – un luogo simbolico, sospeso tra mito americano e rovina – è quasi autoconclusivo, ma non è un semplice spin-off interno. Annie sopravvive nascondendosi, vivendo per anni in solitudine, in un tempo dilatato che sembra non scorrere mai. La sua esistenza non è solo un espediente per colmare il vuoto narrativo tra il cataclisma e il presente della serie.


L’esistenza di Annie un contrappunto emotivo e politico.

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Se il bunker rappresentava il controllo, la pianificazione, l’arroganza di chi pensa di poter progettare la sopravvivenza, Annie incarna l’improvvisazione, la resilienza istintiva, la vulnerabilità. È una scelta che rallenta il ritmo – e che nei primi due episodi può disorientare – ma che costruisce un terreno emotivo solido. Quando Annie entra in contatto con Link, la serie si apre definitivamente. Link è il leader nomade di uno dei pochi gruppi di sopravvissuti, un uomo animato da un desiderio quasi utopico di ricostruzione. È un visionario pragmatico, disposto a compromessi, ma che sembra ancora capace di credere in un futuro collettivo. Ed è qui che la seconda stagione di Paradise rivela la sua struttura a doppio binario. Da un lato la superficie, con il suo immaginario post-apocalittico fatto di comunità fragili, tensioni tribali, paesaggi devastati.

Dall’altro il bunker, che nel terzo episodio torna protagonista, riportandoci agli intrighi politici, alle manipolazioni e ai giochi di potere che avevano definito la prima stagione. Il ritorno al bunker è quasi uno shock visivo ed emotivo. Dopo la vastità desolata della superficie, la chiusura degli spazi sotterranei appare ancora più opprimente. Eppure, paradossalmente, lì il mondo è rimasto intatto: le gerarchie sono ancora in piedi, le alleanze ancora negoziabili, il potere ancora misurabile. La superficie è caos; il bunker è ordine. Ma quale dei due è davvero sopravvivenza? Xavier si muove tra questi due mondi come un personaggio tragico. Il suo arco evolutivo è uno dei punti di forza – ma al tempo stesso uno degli elementi più rischiosi – della stagione. Nella prima stagione di Paradise era l’eroe stoico, l’ex agente dei servizi segreti animato da un codice morale incrollabile. Ora è un uomo segnato, indurito, con una determinazione trasformata in ossessione e il suo senso di giustizia in una forma di vendetta silenziosa.

La seconda stagione, per ora, appare più equilibrata rispetto alla prima proprio perché non si affida solo al mistero.

una scena tratta dal trailer di Paradise 2
Credits: Disney+

Se la prima stagione di Paradise era costruita su rivelazioni progressive e colpi di scena, qui la tensione nasce dalla stratificazione. Le informazioni non vengono lanciate come bombe, ma distribuite con fluidità, creando un mosaico che noi spettatori – già consapevoli delle dinamiche della serie – possiamo ricomporre man mano. Il terzo episodio, ambientato nel bunker, è emblematico in questo senso. Le storyline si intrecciano con naturalezza: ciò che accade sopra la superficie ha ripercussioni politiche sottoterra, e viceversa. Il ritmo lento dei primi due episodi, criticabile da chi si aspettava un’immediata continuazione dell’azione, si rivela funzionante. Familiarizziamo con una nuova versione della Terra, impariamo a leggere i suoi pericoli, a percepirne la solitudine. Quando Xavier incrocia il percorso di altri sopravvissuti, il peso emotivo è maggiore perché abbiamo già vissuto, attraverso Annie, cosa significhi restare soli.


Questi primi tre episodi mostrano che Paradise ha compreso i propri punti di forza. L’analisi dei personaggi resta centrale, la tensione politica continua a pulsare, ma l’orizzonte si è allargato. Non è più solo un thriller claustrofobico: è un racconto che procede su due fronti, capace di alternare intrigo politico e dramma post-apocalittico senza perdere coerenza e credibilità. La promessa è, quindi, quella di una stagione che metterà in collisione i due mondi non solo fisicamente, ma anche ideologicamente. E se la prima stagione interrogava il prezzo della salvezza, questa seconda stagione sembra chiedere qualcosa di ancora più scomodo: che cosa significa ricostruire, quando tutto ciò che ti definiva è andato perduto?