ATTENZIONE: leggendo l’articolo potresti incappare in spoiler su Paradise!!
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Quando si entra in campo, specie nelle partite dove la posta in palio è molto alta, l’atteggiamento iniziale può fare spesso la differenza. Se si parte aggressivi, non lasciando respiro all’avversario, giocando bene ogni singola palla e tenendo il ritmo alto, ci sono più probabilità di mettere subito il risultato in cassaforte e giocarsi la possibilità di gestire in tranquillità il resto del match. Poi, però, c’è il secondo tempo. Se il vantaggio accumulato nella prima parte di gara non viene consolidato da una prestazione altrettanto positiva nella seconda metà, il rischio di buttare all’aria i risultati ottenuti e perdere la partita sono più che concreti. Un passo falso, un dribbling di troppo, una leggerezza o un pallone giocato con troppa superficialità, possono vanificare i primi quarantacinque minuti giocati straordinariamente (come nel caso di Paradise) e lasciare nel pubblico sugli spalti una sconfortante sensazione di frustrazione mista a rabbia e delusione.
Qualche volta arrivano i fischi, altre volte flebili applausi di incoraggiamento. Ma intanto l’incantesimo si è rotto. Un meccanismo simile si innesca anche con le serie tv. Le moderne modalità di fruizione dei prodotti televisivi portano i creatori di una serie a cercare di giocarsi al meglio la prima chance per assicurarsi la possibilità di conquistare la vittoria. Un grande esordio di un prodotto televisivo segna quasi sempre il suo rinnovo. Anche progetti che erano stati pensati per essere una miniserie alla fine hanno ottenuto un rinnovo, spinti dalla buona accoglienza del pubblico e dai numeri positivi che incentivano showrunner e produttori ad andare avanti.
Una prima stagione di livello può essere il trampolino di lancio per la seconda. Mentre in passato un progetto televisivo aveva tempo di maturare nel corso delle stagioni, al giorno d’oggi il pubblico è disposto a concedere solo una manciata di episodi per scegliere se continuare la visione o abbandonarla del tutto.
In questa mania del tutto e subito, si insinua subdolamente la cosiddetta sindrome della seconda stagione, che diventata una sorta di linea di confine che decreta il destino di una serie tv. Sono aumentate drasticamente le cancellazioni di prodotti televisivi che hanno fallito la prova della seconda stagione. Dopo un esordio eccezionale, si registra spesso un calo drastico dei contenuti di una serie tv. Sono tantissimi i casi – soprattutto recenti – di show che non vanno oltre la seconda stagione. Perché? Molto spesso perché le aspettative troppo alte vengono disattese, l’effetto sorpresa svanisce, l’hype si affievolisce e la pressione psicologica contribuisce a far calare ritmo, qualità, contenuti, idee.
Quando si concentra tutto il potenziale nella prima stagione – che deve essere perfetta per ottenere l’approvazione del pubblico -, si va incontro a una leggera flessione, per assenza di novità o per mancanza del mordente necessario a trattenere l’interesse del pubblico. La sindrome della seconda stagione sta quindi segnando il destino di tantissimi progetti televisivi. Si può dire lo stesso per Paradise? La serie tv disponibile su Disney+ ha letteralmente stregato il pubblico grazie a una narrazione originale e alla complessità dei temi proposti nella prima stagione. I primi episodi di Paradise sono stati un successo. Lo show è sbucato fuori un po’ a sorpresa, conquistando il favore del pubblico. La narrazione scandita da continui flashback, il ritmo da thriller, il disvelamento graduale della verità hanno accompagnato lo spettatore in un incredibile viaggio di scoperta, fino al grandioso settimo episodio, che ricorderemo a lungo.
Il pazzesco cliffhanger della prima stagione ci aveva lasciati in attesa di un nuovo capitolo, non senza qualche timore. La seconda stagione di Paradise sarebbe stata all’altezza della prima? Gli autori avevano già bruciato tutto il potenziale narrativo della storia nel primo capitolo?
I dubbi erano leciti. Abbiamo visto tantissime serie tv esordire con una prima stagione strabiliante e poi perdersi con quella successiva. Ma, fortunatamente, non è il caso di Paradise. La serie scritta da Dan Fogelman è tornata con un secondo capitolo che è addirittura più bello del primo. Dopo aver visto il settimo episodio della prima stagione, eravamo convinti di aver già raggiunto l’apice, di aver già esplorato la soglia massima a cui questa serie poteva aspirare. Gli episodi della seconda stagione hanno invece dimostrato tutt’altro. Paradise ha superato l’esame, a pieni voti. Questo show non è affetto dalla sindrome della seconda stagione, al contrario.
Si è fatto più avvincente, più interessante, più struggente. Ha confermato ampiamente tutti i suoi punti di forza: continua a mantenere un buon ritmo, disvela poco alla volta i grandi misteri che si nascondono dietro la fine del mondo e la costruzione del bunker, ci mostra ogni volta un particolare in più sui personaggi. Il tono da thriller, la narrazione su due linee temporali, la stratificazione della trama e la complessità dei personaggi continuano a essere gli elementi di forza di questo prodotto. Però Paradise riesce persino ad ampliare i suoi orizzonti, dimostrando di poter essere ancora meglio di quel che è stata finora. Il finale della prima stagione ci aveva mostrato Xavier (Sterling K. Brown) in partenza per il mondo di fuori.
C’è vita oltre il bunker in Colorado. Il mondo della superficie è sopravvissuto alla catastrofe e sta cercando di riorganizzarsi.
Ci eravamo lasciati con la promessa che Paradise ci avrebbe mostrato la ricerca di Teri (Enuka Okuma) nel mondo in superficie. Questo secondo capitolo si arricchisce quindi di tanti spunti narrativi. Amplia l’orizzonte, oltrepassa i confini sicuri del bunker e ci proietta in un posto sconosciuto. Sono passati tre anni dalla fine del mondo e non sappiamo in che modo le persone si siano riorganizzate. Paradise 2, pur mantenendo inalterata la propria identità, azzarda ancora di più, senza perdere la sua originaria qualità. Il primo episodio della nuova stagione ci ha presentato nuovi personaggi e nuove storie da amalgamare nella storia generale. Non è tornato subito nel bunker, ma ha scelto di raccontare qualcosa di diverso, primo segnale di un’esplorazione più ampia delle sue potenzialità.
Il personaggio di Annie (Shailene Woodley) ha preso vita nei primi minuti di Paradise 2. Abbiamo osservato la sua storia, ci siamo immedesimati con il suo trauma e, attraverso lei, abbiamo conosciuto la sorte del mondo di fuori, quello che è sopravvissuto nonostante non avesse accesso al bunker. La ricerca di Teri e le nuove storyline incentrate sui personaggi appena introdotti rendono la seconda stagione di Paradise ancora più avvincente della prima. Questo show sta espandendo il suo universo narrativo senza perdere la propria identità. Sulla contrapposizione tra la vita nel bunker – dove tutto è ordinato, controllabile e dove permangono le gerarchie del mondo prima della catastrofe – e la vita in superficie – caotica, disordinata, senza più regole – si gioca tutta la partita della seconda stagione. Che pone una questione diversa da quella che si poneva nella prima stagione: la ricostruzione.
Come si fa a ricostruire un mondo sulla base di ciò che è sopravvissuto? Che cos’è che si è veramente perso nella catastrofe e a che cosa invece ci si può ancora aggrappare per andare avanti?
Paradise continua a immergerci nel cuore della narrazione, facendo leva sempre sul sovrapporsi di linee temporali diverse, espediente che ha funzionato benissimo sin dal primo episodio. I personaggi non sono rimasti ancorati alla loro prima scrittura, ma continuano a nascondere sorprese che, a poco a poco, ci vengono svelate. I protagonisti di Paradise sono personaggi sempre dinamici, sempre in movimento, ancorati al passato ma capaci di incidere sul futuro. Anche la recitazione sembra in continua evoluzione rispetto ai primi episodi. Lo si vede con il personaggio di Xavier, ma è un discorso che vale un po’ per tutti. L’immagine che avevamo di ciascuno di loro all’inizio della serie è cambiata episodio dopo episodio. Ogni personaggio ha tanti strati, così come il mondo nel quale vive e la storia che cerca di raccontarlo.
Ora questi strati, questi personaggi, i due mondi sopravvissuti alla catastrofe, le due linee temporali, si stanno incontrando e intrecciando, dando vita a materiale nuovo da scandagliare con il solito stile e la medesima qualità della prima stagione. Chi ha visto il primo capitolo e si sta avventurando nella visione della seconda stagione sta promuovendo a pieni voti lo show, alzando ancora le aspettative, che ora sono da grande serie tv. Quindi altro che sindrome della seconda stagione. Paradise è riuscita a essere ancora più bella di prima e si affaccia con tutto il diritto nell’olimpo delle migliori serie tv attualmente in produzione.










