Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Paradise.
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C’è qualcosa di profondamente disturbante negli episodi che scelgono di togliere il mistero a un personaggio che fino a quel momento ha funzionato proprio grazie alla sua indecifrabilità. Questo perché il rischio è sempre quello di spiegare troppo, di ridurre l’inquietudine a una sequenza di cause ed effetti, trasformando l’ignoto in qualcosa di gestibile. Il sesto episodio della seconda stagione di Paradise (in onda su Disney+) affronta questo rischio senza evitarlo, anzi, abbracciandolo completamente. E lo fa scegliendo di raccontare Jane non come enigma da preservare, ma come storia da attraversare. Con tutte le contraddizioni e le zone d’ombra che questo comporta. Fino a questo momento, Jane – interpretata da Nicole Brydon Bloom – era stata costruita come una presenza che sfuggiva a qualsiasi definizione stabile.
Una figura che esisteva più negli interstizi delle scene che al loro centro, capace di imporsi senza mai esporsi davvero, di inquietare senza bisogno di gesti eclatanti. Il suo potere narrativo stava proprio in quella sottrazione costante, in quella sensazione persistente che dietro il suo sguardo si nascondesse qualcosa di irraggiungibile o, forse, addirittura qualcosa di vuoto. Questo episodio di Paradise decide di affrontare direttamente quella sensazione, di darle una forma, ma senza mai spiegarla del tutto. La scelta di aprire la storia con una scena che richiama esplicitamente l’immaginario horror, non è soltanto un espediente atmosferico, ma una vera e propria chiave di lettura. La storia di Jane nasce già deformata, già raccontata da qualcun altro prima ancora che lei possa viverla.
La storia di Jane inizia con uno strano presagio.
La profezia – “nascerà un killer” – non ha bisogno di essere vera per essere efficace. Perché ciò che conta è il modo in cui viene accolta, interiorizzata e trasformata in destino. In questo senso, l’episodio costruisce una riflessione sottile ma potentissima su quanto l’identità possa essere imposta dall’esterno, soprattutto quando si è troppo piccoli per difendersi da essa. La madre di Jane è il primo, decisivo anello di questa catena, e il modo in cui reagisce alla profezia è forse uno degli elementi più disturbanti dell’intero episodio. Questo perché è privo di qualsiasi ambiguità morale: decide di credere, e nel farlo condanna la figlia a un’esistenza già scritta. Jane cresce così, non come un mostro, ma come una bambina a cui viene sistematicamente negata la possibilità di essere altro.
Il suo amico immaginario diventa allora non un semplice dettaglio infantile, ma un meccanismo di sopravvivenza. Diventa infatti l’unico spazio in cui poter esistere senza essere già definita. Quando, durante il confronto con la madre e il compagno di lei, la violenza in Jane sembra esplodere per la prima volta in modo concreto, la scena si muove su un equilibrio sottilissimo tra possibilità e realtà, tra ciò che potrebbe accadere e ciò che viene trattenuto all’ultimo momento. È in quella sospensione che si gioca tutto, perché la reazione della madre – più che l’azione di Jane – sancisce il punto di non ritorno. La profezia, a quel punto, non è più un’ipotesi, ma una verità già accettata, già interiorizzata, già definitiva.
La sua formazione alla CIA, poi, segna un cambiamento netto ma coerente.

Qui Jane incontra colei che sarà la sua mentore, e che si rivela l’elemento che trasforma definitivamente la sua instabilità in qualcosa di utilizzabile, di controllato, di perfettamente incanalato. Le insegna infatti tecniche di meditazione, di controllo delle emozioni, la disciplina mentale. Tutto ciò che dovrebbe umanizzare finisce per affinare, rendere più preciso ciò che in Jane era già presente in forma grezza.
È proprio in questa trasformazione che Paradise trova una delle sue intuizioni più inquietanti.
Questo perché suggerisce che il problema non sia mai stato davvero “cosa” Jane sia, ma “come” viene resa utile da chi la circonda. La sua evoluzione non è quella di una persona che diventa qualcos’altro, ma di qualcuno che impara a essere esattamente ciò che gli altri si aspettano. Solo in modo più efficiente, più pulito e irreversibile.
In questo senso, il suo rapporto con Sinatra acquista una profondità completamente nuova. Se fino a questo momento poteva sembrare un semplice rapporto gerarchico, o al massimo una forma di lealtà professionale portata all’estremo, questo episodio lo rilegge in chiave quasi affettiva, ma in modo che resta profondamente disturbante. Jane non vede in Sinatra solo un’autorità, ma una figura che riempie un vuoto. Vede colei che le offre finalmente uno scopo, una direzione, una forma di riconoscimento. Ed è qui che la sua pericolosità si ridefinisce. Non è una killer caotica, imprevedibile nel senso più superficiale del termine, ma una presenza che agisce all’interno di una logica precisa, costruita sulla fedeltà e sul bisogno di appartenenza.
E proprio questa dimensione rende Jane ancora più inquietante.
La sua violenza non nasce da un impulso incontrollato, ma da un sistema di valori distorto e coerente. Da una struttura emotiva che, per quanto deviata, ha una sua logica interna. Questo episodio di Paradise non risponde alla domanda“Jane è nata così o è diventata così?”, ma suggerisce che la domanda stessa sia forse limitante. Perché ciò che vediamo è il risultato di una serie di sguardi, di aspettative, di manipolazioni che si accumulano nel tempo fino a diventare indistinguibili dalla persona stessa. Questo sesto episodio non si limita solo a spiegare, ma ristruttura completamente il modo in cui guardiamo il personaggio. Senza mai toglierle davvero il mistero, spostandolo solo su un piano diverso, più sottile, più difficile da decifrare.
È proprio in questa ambiguità che Paradise continua a dimostrare la sua forza, costruendo personaggi che non si esauriscono nella loro funzione narrativa. Ma restano addosso, anche dopo la fine dell’episodio, come qualcosa di irrisolto, di scomodo, di impossibile da archiviare davvero. Con un episodio come questo, Paradise dimostra ancora una volta dinon accontentarsi mai della superficie. Ed è proprio per questo che riconferma come sia una delle serie più solide e affascinanti del momento.







