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One Piece – La Recensione della seconda stagione: avventura, grandi protagonisti e l’amore per l’opera

One Piece

Ricchezza! Fama! Potere! C’è stato un uomo che ha conquistato tutto questo: Gol D. Roger, il re dei pirati. Il mito del tesoro che avrebbe lasciato alla sua scomparsa ha spinto molti a salpare. – “Il mio tesoro?! Prendetelo pure se volete. Cercatelo! Chissà se qualcuno di voi lo troverà.” – Gli uomini si spinsero alla volta della Grand Line. Il mondo entra così nella grande Era dei Pirati.- Il Narratore

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Un paio di settimane fa un noto cantante italiano ha definito One Piece “l’opera più grande mai realizzata dall’essere umano”. Probabilmente, per chi non ha mai visto One Piece la stessa frase potrebbe apparire alquanto altisonante e provocatoria, considerando la vastità e la grandiosità della letteratura mondiale. E non solo. A prescindere da quali siano poi i gusti dei singoli o di quale medium nello specifico si decida di prendere in considerazione. C’è chi invece non può che annuire vigorosamente all’affermazione del cantante. Perché? Perché One Piece, pur rientrando in una forma artistica ancora molto di nicchia, si tratta concretamente di un’opera che tocca qualsiasi altra disciplina e genere. Ritroviamo la filosofia, la storia, la politica, il cinema, la serialità e, va da sé, l’animazione.

One Piece è un’opera mastodontica, bellissima e ineguagliabile. Un’opera omnia che racchiude in sé il senso stesso dell’umanità.

Sto esagerando? Può darsi, ma concedetemi un po’ di speranza e gioia in questi tempi così bui. Ho voluto iniziare così questa recensione. Rendendo innanzitutto omaggio alla creatura del maestro Eichiro Oda che, dopo quasi trent’anni, continua ad appassionare fan di tutto il mondo. A prescindere dall’età, dal sesso o dalla provenienza. E questo perché One Piece riesce a parlare a ognuno di noi, toccando delle corde specifiche del nostro cuore e della nostra mente, aprendoci le porte di mondi inesplorati, pericolosi e affascinanti. Come fare ad adattare un lavoro del genere? Considerato, poi, che qualsiasi adattamento live action tratto da un anime non abbia avuto esattamente un esito fortunato.


Tralasciando il manga, l’anime possiede, per sua stessa natura, un’estetica distintiva e una libertà creativa maggiore. Difficilmente può essere traslato in chiave live action senza risultare trash. E state a sentire, la serie tv di One Piece (disponibile su Netflix) a tratti lo è persino. E’ molto campy, a volte cringe tra i costumi da recita delle elementari della Baroque Works e le mosse speciali urlate a voce alta. Ciò che è legittimo e scontato nell’anime, rischia di diventare improvvisamente carnascialesco a vedersi nella controparte in carne e ossa.

Allora perché la seconda stagione di One Piece risulta anche meglio della prima? Quale è il segreto del live action che ha sconfitto la maledizione?

Iñaki Godoy nella seconda stagione di One Piece
Credits: Netflix

Una dose di avventura

L’East Blue è ormai alle spalle. Dopo aver attraversato la Reverse Mountain, la ciurma è finalmente approdata nella Rotta Maggiore, e da questo momento l’avventura entra davvero nel vivo. Fin dal primo approdo è chiaro che nulla sarà più come prima: il viaggio li metterà davanti a sfide impreviste e a un mondo immensamente più vasto di quanto avessero immaginato. Eppure, tra i membri della ciurma, l’entusiasmo non manca. L’energia contagiosa del loro capitano alimenta nuove speranze e dà a tutti la spinta per proseguire senza esitazioni.

Il Mare Orientale, dove tutto era iniziato, sembra già appartenere a un’altra vita. Ognuno di loro ha lasciato qualcosa dietro di sé, ma il desiderio di realizzare i propri sogni li tiene uniti e risoluti. La determinazione di Rufy diventa un punto di riferimento anche per gli altri. Nel suo contagioso entusiasmo trovano la motivazione per andare avanti e affrontare ogni ostacolo che incontrano lungo il cammino.


Presto, però, diventa evidente che la Grand Line non è un mare qualunque. Le sue rotte sono imprevedibili e le isole che emergono lungo il percorso nascondono pericoli di ogni tipo. All’inizio la ciurma non è davvero pronta per ciò che li aspetta, ma il viaggio mette sulla loro strada nuovi compagni e alleati inattesi. Alcuni di loro, quasi senza volerlo, contribuiranno a indirizzare il destino dei giovani pirati. Guidati dal Log Pose, i Mugiwara iniziano così a seguire una delle rotte possibili lungo la Grand Line. Il percorso li porta su isole straordinarie e molto diverse tra loro: dalla spinosa Whisky Peak alla preistorica Little Garden, fino alla gelida Drum Island. Sono tappe fondamentali del loro cammino, passaggi obbligati che li condurranno, nella terza stagione, ad Alabasta, dove li attende la prima vera grande prova del loro viaggio.

One Piece è sempre stato, alla base, un viaggio di formazione. Il racconto di crescita, speranza e joie de vivre di un pirata come nessun altro e della sua ciurma.

La seconda stagione del live action riprende le fila esattamente da dove ci eravamo interrotti. Loguetown, prima tappa di questa nuova tornata di episodi, rappresenta il momento di passaggio dal noto all’ignoto. Inserirla all’inizio di questa stagione, piuttosto che alla fine della precedente, sottolinea ancor di più l’evoluzione interiore che i nostri protagonisti stanno affrontando e la vera sfida che si parerà loro davanti.


Da Loguetown oltre la Reverse Mountain il passo è breve. I Mugiwara arrivano finalmente nella Grand Line e finiscono già in guai più grossi dei precedenti. Presi di mira dalla Baroque Works e dal loro enigmatico capo, Mr.0, i pirati di Luffy viaggiano da un’isola all’altra scontrandosi con vari membri del gruppo di assassini. Prima a Whiskey Peak, dove il loro cammino si incrocia con quello della principessa Vivi in incognito, e poi a Little Garden contro Mr.3. L’ultima isola visitata prima di salutarci in attesa della terza stagione è Drum Island. Una terra gelida dove la speranza torna a vivere quando il tiranno Walpol viene sconfitto da Luffy e un ciliegio in fiore esplode in cima a una montagna innevata.

Lera Abova nei panni di Nico Robin aka Miss All Wednesday
Credits: Netflix

Un cucchiaio di personaggi gustosi

La seconda stagione di One Piece, tra facce nuove e non, lancia moltissimi easter egg di temi ed elementi risaputi dell’universo di One Piece: Sabo, Dragon, Bartholomew, Ace, Brooke, e molto altro.

Sono strizzate d’occhio al fan di lunga data che accompagnano l’intera narrazione, anche negli episodi a seguire, e che, allo stesso tempo, aprono a speculazioni per chi magari la storia non la conosce affatto. Uno degli ingredienti più succosi del live action è proprio l’avventura servita su un piatto d’argento. Ci sono le battaglie, l’azione, i colpi di scena, il viaggio e la ricerca. E ogni singolo elemento è alla portata di tutti. Che si tratti del fan accanito, in cerca del pelo nell’uovo, o dello spettatore medio, vergine dell’universo di One Piece, poco importa. La serie tv vuole far felici tutti.


E badate bene. Ho appositamente parlato di “felicità” e non di “accontentare” perché il live action di One Piece non cade mai nella mera adulazione. Tant’è che diverse sequenze sono state tagliate e altre aggiunte. Sequenze che permettono di dare ritmo alla narrazione, venire incontro alle esigenze del medium televisivo e dare profondità ai protagonisti. Lo show, infatti, aggiunge delle informazioni qua e là che nel manga/anime sono state rivelate solo in tempi molto recenti. Ci sono accenni al figlio di Roger, alla backstory di Sanji, alla volontà della D.

Di fronte all’entusiasmo che ci spinge a divorare la seconda stagione di One Piece, anche gli elementi più campy passano in secondo se non in triplo piano.

All’ avventura, come vera e propria gioia per gli occhi, si mescola il secondo ingrediente: i personaggi. Ogni singolo membro del cast, nessuno escluso, ha fatto egregiamente i compiti a casa, immergendosi completamente nel ruolo assegnato. E’ palpabile una dedizione al personaggio che, così come per l’adattamento della trama, non scivola mai nella caricatura, ma nell’omaggio. I dettagli e i manierismi si perdono nei mille rimandi all’opera madre. Tocchi di stile che vengono inseriti nella narrazione: la posa di Nico Robin con la mano sulla guancia, il motivetto cantato a bassa voce di Chopper, la gestualità di Zoro. Sono tutte prove della differenza di questa produzione da qualsiasi altra mai realizzata da un anime. Elegantissimi inchini al prodotto d’origine.

Tutti i membri del cast continuano a dimostrare di essere stati scelti in maniera eccellente. Pur trattandosi di una seconda stagione più grande e ambiziosa, rimane comunque il tempo per focalizzarsi sui singoli membri della ciurma di Cappello di Paglia. È sotto il cappello di paglia del sognatore dal cuore d’oro chiamato Monkey D. Luffy che Nami, Zoro, Usopp e Sanji trovano finalmente il loro posto nel mondo.


A questi cinque storici membri si unisce nel finale anche una piccola renna dal naso blue. Mascotte di One Piece, Tony Tony Chopper è il dottore tanto atteso e voluto da Rufy, che salva la vita di Nami e si unisce all’equipaggio. Nel sesto episodio, Rufy e gli altri arrivano a Drum Island per salvare Nami finendo invischiata in una storia di ottimismo e bontà che li spinge a intervenire in prima linea. Luffy agisce senza starci a pensare, aiutando gli abitanti dell’isola senza alcun tornaconto, ma con il solo scopo di salvare la loro libertà.

Finalmente è arrivato Tony Tony Chopper nella seconda stagione di One Piece
Credits: Netflix

Un quintalata di cuore

La seconda stagione riprende tutto quello che aveva funzionato nella prima e lo amplia. Abbiamo dovuto aspettare tre anni, ma ne è valsa la pena (anche se rimane comunque troppo tempo). La produzione della nuova stagione è più grande e si vede. Dalle location ai set giganteschi, dagli effetti speciali a quelli prostetici. Whiskey Peak, Little Garden e Drum Island prendono letteralmente vita consentendo alcune delle scene d’azione più spettacolari della seconda stagione di One Piece. Il combattimento di Zoro contro i 100 agenti della Baroque Works è stupefacente dall’inizio alla fine e si fa perdonare l’assenza dello scontro tra lui e Luffy.

Ai due ingredienti trattati finora (la trama avventurosa e la caratterizzazione dei personaggi) se ne aggiunge un terzo e ultimo: il cuore. Ed è questa la risposta alle due domande che ci siamo posti all’inizio di questa recensione. Tutto ciò che è stato realizzato nella produzione del live action di One Piece punta al solo obiettivo di onorare l’opera di Eichiro Oda e rispettarla. L’affetto nei confronti di One Piece traspare in ogni singolo aspetto, anche al di fuori della serie tv stessa. Iñaki Godoy, su tutti, è la versione vivente di Monkey D. Luffy dentro e fuori lo schermo.

Nel complesso, la seconda stagione di One Piece dimostra che il progetto di Netflix non è stato un semplice esperimento riuscito per caso. Al contrario, lo show sembra aver trovato la propria identità e continua a crescere episodio dopo episodio. Con una storia più ampia, nuovi personaggi memorabili e lo stesso spirito di avventura che ha conquistato milioni di lettori e spettatori, la serie conferma di avere ancora molte emozioni da regalarci e probabilmente molti mari da solcare.