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Mindhunter – Il potere della paranoia

Mindhunter

Mindhunter ha nelle ultime settimane conquistato l’attenzione di utenti Netflix e non, dimostrando di essere quel tipo di Serie Tv capace di incontrare i gusti sia degli amanti del thriller in generale e anche quelli dei fan di David Fincher (produttore della serie e regista di 4 puntate). L’opera è tratta dal libro dell’agente speciale FBI John Douglas (il cui nome è stato cambiato in Holden Ford nella serie) che, insieme a diversi collaboratori, nel tempo, a partire dagli anni ’80, ha contribuito a mettere le basi per una scienza nuova, quella della psicologia criminale, concentrando in particolare l’attenzione sulla figura di uno specifico tipo di assassino, quello seriale (sarà lui infatti a coniare l’espressione serial killer).

Incontrare, intervistare e relazionarsi con questi folli assassini non può tuttavia lasciare indifferenti; Holden, infatti, col passare dei mesi sembra affetto da una crescente paranoia che lo porta a vedere ovunque le tracce di ciò che sta gradualmente studiando e scoprendo. Esploriamone, dunque, le ragioni.

Mindhunter

È opportuno innanzitutto partire dal termine paranoia: da un punto di vista etimologico, la parola deriva dal greco “παράνοια”, che significa follia, insensatezza. Nell’ambito medico invece, essa è stata sostituita dall’espressione “disturbo delirante di tipo persecutorio”, che indica in ogni caso una psicosi caratterizzata da un delirio cronico, basato su un sistema di convinzioni non corrispondenti alla realtà. In Mindhunter, una prima spia del fatto che Holden diventerà paranoico in relazione a ciò che fa è data dal forte e ossessivo interesse che, istintivamente, nutre per l’interpretazione delle azioni dei soggetti che andrà a intervistare con Bill.

La ricerca del perché Holden costruisce nel suo cervello un crescente disagio che lo porterà, nella puntata finale, a una crisi emotiva, deve dunque incentrarsi sul tema oggetto degli studi degli agenti FBI. In primo luogo, la ricerca di Holden e Bill parte da un atto istintivo: il primo, infatti, crede che parlare con un uomo pericoloso come Ed Kemper sia stimolante e potenzialmente utile; così, infatti, si rivelerà. Tutto ciò che segue dopo, dunque, è un tipo di ricerca completamente nuovo: Holden, Bill e Wendy stanno di fatto creando una nuova branca scientifica. Questo comporta inevitabilmente che non ci siano basi certe su cui fondarsi, non ci sono riferimenti perché sono loro che devono stabilirli (il questionario di Wendy ne è un esempio).

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Questo automaticamente porta a una situazione particolarmente instabile che, da un lato, rende agevole in base ai risultati delle interviste creare una casistica; dall’altro, invece, può rendere facile il commettere errori, avendo pochi e instabili precedenti su cui basarsi. Ciò è fortemente riscontrabile nella gestione da parte di Holden del caso del preside Wade; probabilmente la sorgente della sua crescente paranoia, in questo caso l’agente FBI non è stato in grado di controllare il suo istinto e ha commesso un errore.

Mettere in allarme la comunità scolastica su un atteggiamento ambiguo e strano ma non incriminabile del preside nei confronti dei bambini (il solletico sotto i piedi), arrivando addirittura a dare l’opinione professionale secondo la quale l’uomo potrebbe essere un pedofilo, ha comportato la distruzione della vita di Wade sulla base di una semplice sensazione.

Dopo questo evento, la stabilità mentale di Holden peggiora.

Mindhunter aveva suggerito fin dall’inizio che il protagonista potesse avere dei problemi nel gestire il suo interesse per la nuova ricerca, con la possibilità che il normale entusiasmo per cercare di rendere il mondo migliore studiando la psicologia di questi assassini si trasformi in una sorta di divismo per tali mostri.

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Il “rapporto” con Kemper, in questo senso, è indicativo, viste soprattutto le parole che Holden si lascia sfuggire con l’agente di polizia al bar (cosa che la stampa rielabora definendo il serial killer amico del protagonista).

In quest’ottica, a servizio della sua paranoia, l’ultimo incontro con Kemper (nonchè scena conclusiva della serie) è inquietante. Il gigantesco serial killer gli chiede perché fosse andato a trovarlo in quel momento, e Holden risponde “Non lo so”; il primo, allora, dopo aver detto che avrebbe potuto ucciderlo in quel momento, lo bracca in quello che sembra un abbraccio, da cui Holden si distacca terrorizzato, turbato e, forse, anche schifato. Questo implica la sua crisi emotiva che lo vedrà fuggire dalla stanza e svenire nel corridoio, mentre tutti gli avvertimenti che aveva ricevuto nei mesi passati dalle persone a lui vicine (Bill, Wendy e Debbie) in merito al modo ossessivo con cui si poneva verso il suo lavoro gli rimbombano in testa.

Si apre, con questa chiusura, una nuova e interessante dinamica psicologica per il protagonista che, nella seconda stagione, verrà necessariamente analizzata alla luce di quelli che sono gli sviluppi derivanti da una pericolosa paranoia dalla quale Holden dovrà guarire per proseguire la costruzione di uno dei contributi più determinanti della storia della lotta al crimine.   

Leggi anche: Mindhunter – Recensione 1×10

Written by Alessandro Fazio

"Una vita basta a malapena per diventare bravo in una cosa, quindi devi stare bene attento a quello in cui vuoi diventare bravo" (True Detective). Seguire le passioni è la linfa vitale della mia esistenza.

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