Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla seconda puntata di Marshals: A Yellowstone Story.
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Il secondo episodio di Marshals: A Yellowstone Story, in onda ogni lunedì su Paramount+, prova a rimettere in equilibrio una serie che, al suo debutto, era sembrata incerta. Dopo una prima puntata confusa e poco incisiva, che aveva dato l’impressione di non sapere bene quale direzione prendere, questo nuovo capitolo mostra almeno un leggero tentativo di assestamento. Pur senza riuscire davvero a dissipare tutte le perplessità iniziali. La sensazione dominante, guardando l’episodio, è che la serie stia ancora cercando di capire cosa vuole essere. Uno spin-off autenticamente legato al mondo diYellowstone oppure un prodotto autonomo che utilizza quel marchio soprattutto come punto di partenza. Uno degli elementi che rende questa indecisione particolarmente evidente riguarda proprio i personaggi, che nella serie madre avevano rappresentato uno dei pilastri narrativi più solidi.
In Yellowstone, infatti, la dimensione quasi epica dellasaga familiare dei Dutton funzionava perché ogni figura, dal protagonista ai comprimari, possedeva una voce precisa e riconoscibile. Una voce costruita nel tempo attraverso conflitti morali, fragilità e contraddizioni. In Marshals: A Yellowstone Story, almeno per ora, questo livello di profondità sembra mancare. I personaggi appaiono definiti soprattutto attraverso archetipi molto riconoscibili del genere investigativo e action. Rendono immediata la loro funzione narrativa, ma finiscono anche per limitarne la complessità. Anche in questo secondo episodio, infatti, il gruppo di personaggi comprimari continua a presentarsi come una galleria di figure che sembrano inadeguate a questo universo narrativo.
I personaggi erano tra i punti forti nella storia di Yellowstone. In Marshals, invece, no.

C’è la collega che sembra essere divisa tra la dedizione al lavoro e la responsabilità verso la famiglia; l’agente dura e diffidente dall’atteggiamento apparentemente burbero e scontroso; il leader carismatico che dispensa consigli e massime quasi come se incarnasse una forma di saggezza istituzionale. Si tratta di archetipi che il pubblico riconosce immediatamente e che, proprio per questo, rischiano di risultare troppo prevedibili, soprattutto all’interno di un universo narrativo che aveva abituato gli spettatori a una caratterizzazione più ambigua e stratificata. Questa sensazione contribuisce a creare un distacco piuttosto netto rispetto allo spirito della serie madre. Guardando questo episodio, infatti, non è facile riconoscere l’impronta narrativa di Yellowstone.
Ciò che emerge è piuttosto una serie d’azione con forti tonalità western. È però costruita su dinamiche investigative e operative che potrebbero appartenere a molti altri prodotti televisivi dello stesso genere. Paradossalmente, però, questa distanza non è necessariamente un difetto in sé. Il problema principale degli spin-off, infatti, è sempre lo stesso: riuscire a trovare un equilibrio tra fedeltà e autonomia, evitando sia la semplice imitazione sia un distacco troppo radicale. In questo seno, l’idea di costruire una serie che non sia semplicemente una replica della saga dei Dutton potrebbe persino rivelarsi una scelta interessante, a patto che il legame con il mondo narrativo originario rimanga percepibile. Ed è proprio qui che il secondo episodio prova, almeno parzialmente, a riallacciare i fili con il passato.
Il peso della famiglia Dutton non è qualcosa che si può semplicemente lasciare alle spalle.

Se l’idea alla base di Marshals sembra essere quella di osservare il personaggio mentre tenta di costruire una nuova identità lontano dalle dinamiche del ranch, questo episodio suggerisce che una simile separazione potrebbe non essere possibile. Il simbolo più evidente di questa impossibilità è rappresentato dalla cosiddetta “Zona della Morte”. Si tratta di una landa desolata situata al confine tra due stati, un’area in cui le particolarità giuridiche rendono estremamente difficile – se non impossibile – applicare la legge. Nel mondo della serie, questo territorio liminale è diventato nel tempo una sorta di cimitero segreto della famiglia Dutton. Era, infatti, un posto dove venivano sepolti i cadaveri dei nemici con la certezza che nessuno avrebbe mai indagato. Il ritorno di questo luogo funziona come un richiamo potente alla dimensione più oscura dell’eredità familiare.
Parallelamente, la serie sviluppa un altro filone narrativo che appare più emotivo e introspettivo, ovvero il rapporto tra Kayce e suo figlio.
Dopo la morte di Monica, padre e figlio si trovano nella difficile posizione di dover ridefinire il proprio rapporto e la propria quotidianità. In questo senso, le scene che li coinvolgono sembrano suggerire la possibilità di una direzione narrativa più profonda. Se la serie riuscisse a esplorare con maggiore attenzione le conseguenze emotive della perdita di Monica e il modo in cui questa tragedia ridefinisce l’identità di Kayce, potrebbe emergere una dimensione più intima e riflessiva capace di distinguere davvero lo spin-off. Il secondo episodio di Marshals: A Yellowstone Story rappresenta quindi un piccolo passo avanti rispetto al primo episodio.
Allo stesso tempo, però, non riesce ancora a liberarsi completamente della sensazione di essere un prodotto che procede percliché. Si affida infatti a dinamiche e personaggi che risultano fin troppo familiari. La speranza, naturalmente, è che questa fase iniziale rappresenti semplicemente il momento di rodaggio della serie. Se questo spin-off riuscirà a dare maggiore profondità ai suoi protagonisti e a integrare in modo più organico il peso della storia dei Dutton, allora potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di una semplice serie d’azione ambientata nel West contemporaneo.




