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Manhunt: Deadly Games è una meravigliosa serie su Richard Jewell, non su Eric Rudolph

Dopo la chiusura del primo capitolo avente come tema la caccia a Unabomber, la serie Manhunt torna su Starzplay con una seconda stagione, dedicata al tragico attentato avvenuto durante le Olimpiadi del 1996 tenutesi ad Atlanta, e alla conseguente ricerca del responsabile di quel folle gesto criminale. Ma è davvero l’attentatore il protagonista della serie?

Sebbene il nome stesso suggerisca che il fulcro di Manhunt sia nella caccia all’uomo, la seconda stagione della fortunata serie scritta da Andrew Sodroski, Jim Clemente e Tony Gittelson si concentra sulle due figure di Richard Jewell ed Eric Rudolph, vittima e carnefice di una vicenda reale nella quale è possibile scorgere un ritratto del lato più oscuro dell’odierna società, fondata su false notizie ed errate credenze popolari che sfociano, nell’arco dei dieci episodi che compongono la serie, nella gogna mediatica a un uomo innocente e alla nascita dell’Esercito di Dio (Army of God), un movimento terroristico cristiano che ostacola la giustizia nel nome di un leader (Eric Rudolph) slegato da qualsiasi principio morale.

Ad aprire la vicenda è il concerto dei Jack Mack and the Heart Attack al Centennial Olympic Park di Atlanta, tenuto in occasione della celebrazione dei giochi olimpici di quell’anno, il 1996. L’atmosfera di festa cambia radicalmente quando Richard Jewell (Cameron Britton), una guardia giurata in servizio quella sera, nota uno zaino sospetto sotto a una panchina. Seguendo il protocollo, allerta le autorità e riesce a far sgomberare il più possibile l’area da quello che si rivelerà essere un ordigno esplosivo e che, grazie al suo tempestivo intervento, causa la morte di una sola persona, riuscendo ad evitare conseguenze assai più disastrose. Jewell viene così celebrato per il suo gesto eroico, diventando protagonista indiscusso di tutti i principali notiziari locali. Per l’FBI, però, quella tempestività d’azione è motivo di sospetto e, quell’uomo trentacinquenne che vive con sua madre, potrebbe in realtà essere l’autore dell’attentato, compiuto con il solo scopo di sventarlo per diventare un celebrato eroe nazionale. Richard Jewell diventa dunque il primo sospettato dell’attentato al Centennial Olympic Park e la prima vittima della peggiore gogna mediatica della storia.

Manhunt

Per i federali, capeggiati dall’agente Jack Brennan (Gethin Anthony), è necessario consegnare Jewell alla giustizia per tranquillizzare l’opinione pubblica e assicurare il normale svolgimento delle Olimpiadi. L’agente dell’ATF specializzato in esplosivi Earl Embry (Arliss Howard), invece, è di tutt’altro parere: un ordigno di quella portata non può esser stato realizzato dalla stessa persona che ha sventato l’attacco poiché, il rischio che avrebbe corso, sarebbe stato troppo alto. Ad aumentare la consapevolezza dell’innocenza di Jewell è l’esplosione, poco tempo dopo, di altre tre bombe, le cui peculiari caratteristiche strutturali coincidono con l’ordigno dell’attacco al Centennial Olympic Park. Nonostante l’evidenza delle prove, per l’FBI non ci sono dubbi riguardo il coinvolgimento di Jewell nel primo attacco, che reputano distaccato dai successivi poiché quest’ultimi, essendo esplosi rispettivamente davanti a una clinica abortiva e ad un locale gay, sembrerebbero motivati da ideologie specifiche e estremiste. L’autore di questi viene dunque identificato, a seguito di una soffiata, in Eric Rudolph, un uomo sconosciuto allo spettatore fino a quel momento. Rudolph decide quindi di rifugiarsi tra i boschi di Nantahala per sfuggire all’arresto e, per assicurarsi la protezione della popolazione locale, scrive una lettera con la quale rivendica tutti gli attacchi (meno che quello al Centennial Olympic Park) motivandoli con la fede cristiana, tanto da firmarla a nome dell’ “Army of God”, creando l’illusione di una collettività che, di fatto, fino a quel momento non esisteva, ma che fa presa sugli abitanti (conservatori cristiani) di Nantahala, che iniziano a combattere al suo fianco contro “gli invasori liberali” (la polizia).

Eric Rudolph, scegliendo la Vita nei Boschi rappresenta, per la popolazione, un moderno Henry David Thoreau, fautore della Disobbedienza Civile, saggio con il quale il filosofo e scrittore americano sosteneva il diritto di non rispettare le leggi quando queste offendono la natura umana, preferendo l’allontanamento dalla società all’essere governato. Lo stesso Unabomber, come abbiamo assistito nella prima stagione di Manhunt, aveva scelto per sé una vita nei boschi, che simbolicamente e letteralmente è la vita anti-sociale, lontano dalla civiltà e della collettività (ve ne abbiamo parlato qui). Rudolph sfrutta l’individualismo radicato nell’ala più estremista della società conservatrice americana ma, a differenza dei suoi predecessori, non è mosso da alcun ideale se non dalla sua volontà narcisistica, motivo per cui, resa chiara la sua vera natura, viene abbandonato tanto dal suo “Esercito di Dio” quanto dalla serie stessa, che mostra la successione degli eventi in modo documentaristico senza dare importanza alle motivazioni dietro quelle azioni poiché, queste, non esistono. La storia su cui punta Manhunt: Deadly Games è quella di Richard Jewell, uomo innocente condannato a una vita di soprusi anche dopo esser stato scagionato dall’FBI, dai media e da Eric Rudolph stesso, che rivendicherà successivamente anche la prima esplosione, auto compiacendosi delle sue gesta.

Manhunt: Deadly Games si apre e si chiude con il suo vero protagonista, Richard Jewell, che compie la più bella crescita e progressione possibile passando dall’essere la persona insicura e sottomessa delle prime puntate all’uomo tutto d’un pezzo del finale, che riesce a coronare il suo sincero sogno di aiutare gli altri entrando in polizia e, soprattutto, che riesce a perdonare chi lo aveva ingiustamente condannato, dimostrando che l’unica storia degna di essere raccontata e ricordata è la sua poiché, nel male di Eric Rudolph, non esiste alcuna storia.

“Il male non esiste, o, per meglio dire, non ha consistenza. Esiste solo il bene, o i beni; il male invece, o i mali, sono semplicemente “privazione”, mancanza di bene”

-Sant’Agostino

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