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Lupin è una scommessa vinta?

Chi scomoda grandi nomi non può che puntare a grandi risultati. Quello di Arsenio Lupin non è solo un grande nome, ma un personaggio che ha plasmato l’immaginario collettivo di intere generazioni. Quando si parla di furti in grande stile, il pensiero va subito al celebre ladro gentiluomo nato nel 1905 dalla penna del francese Maurice Leblanc. Le fattezze che tendiamo ad attribuirgli sono disegnate da Monkey Punch, il mangaka che nel 1967 ha inaugurato la storia a fumetti di quello che è in realtà il nipote del personaggio originale: Lupin III. La trasposizione animata delle avventure di Lupin III, approdata in Italia nel 1967, ha dato un contributo decisivo a quel franchise che ad oggi è conosciuto in tutto il mondo e in cui la serie creata da George Kay e François Uzan si è inserita.

Lupin

Usufruire di rimandi prestigiosi come quello ad Arsenio Lupin è un’operazione che presenta degli innegabili vantaggi dal punto di vista commerciale, ma anche degli inevitabili effetti collaterali. Nomi come quello di Lupin fungono da specchietto per le allodole rispetto all’interessamento del pubblico, ma sono anche bagagli pesanti da portare, termini di paragone ingombranti con i quali il confronto sembra destinato a rimanere impari. Fare perno su un cult per lanciare un prodotto è una scommessa facile e difficile da vincere a seconda dei fattori che si prendono in considerazione. Quel che è certo è che in questi casi il risultato finale non è mai scontato.

Un’altra cosa sicura è che Netflix non si è imbarcata in questa sfida da sprovveduta. La menzione a Lupin contenuta nel titolo è un inequivocabile richiamo, ma il Dans l’ombre d’Arsène che la accompagna sgombera il campo dai dubbi ancor prima che sia la visione a farlo, dando un’idea precisa della misura in cui il riferimento viene utilizzato. Lupin non è il protagonista delle vicende, ma un’eredità che viene raccolta, la fonte di ispirazione per la realizzazione di quei propositi di vendetta che fanno da motore rispetto allo svolgimento della trama.

“Arsène Lupin, ladro gentiluomo”, la prima raccolta di racconti su Lupin firmata da Maurice Leblanc, è il regalo che Assan Diop, immigrato senegalese trasferitosi in Francia, riceve da suo padre Babakar. I primi cinque episodi rilasciati da Netflix strizzano l’occhio ai contenuti dell’opera. Il pilot vede Assan alle prese con il recupero del prezioso collier di diamanti appartenente ai Pellegrini, la famiglia di cui il padre è stato dipendente fino a quando non ha ricevuto l’accusa di furto che lo ha spedito in galera e lo ha spinto al suicidio. L’ispirazione è tratta da La collana della regina, gioiello che nel libro ha lo stesso carattere leggendario conferito a quello di cui Assan deve impossessarsi.

Anche la reclusione che Assan si procura contiene un’eco delle imprese del Lupin letterario, che nell’ideale trilogia costituita da L’arresto di Arsène Lupin, Arsène Lupin in prigione e L’evasione di Arsène Lupin finisce in cella per poi evadere. Inoltre, i tratti distintivi del personaggio di Lupin vengono riversati nel modus operandi con cui le investigazioni di Assan procedono. Su tutti, l’attitudine al travestimento e l’inventiva che lascia puntualmente gli agenti di polizia con un pugno di mosche.

Assan non è una versione moderna di Lupin, ma un personaggio del tutto nuovo che si appropria di alcune delle sue caratteristiche e dei suoi trucchi per entrare in azione e raggiungere gli scopi che si è prefissato.

Lupin

A dispetto delle polemiche iniziali, fondate su presupposti che non rispecchiano quelli su cui il prodotto ha mostrato di poggiare, gli spettatori hanno colto l’intento che sta dietro a Lupin e ne hanno preso le difese, legittimando di fatto la manovra compiuta da Netflix. La piattaforma si è ritrovata così a fare un vero e proprio jackpot. Da una parte ha sfruttato a proprio vantaggio una notorietà preesistente (senza quel Lupin, messo in bella vista nel titolo, avrebbe ottenuto lo stesso clamore?) e dall’altra lo ha fatto tramite una chiave che le ha consentito di uscirne pulita, evitando l’annosa questione della fedeltà all’originale a cui i riadattamenti classici vanno inevitabilmente incontro.

I numeri confermano questo stato di cose. Lupin è entrato di netto nelle classifiche dei titoli più visti del mese di gennaio, diventando il fenomeno del momento assieme a Bridgerton, e il pubblico è già in attesa della seconda tranche di episodi che completerà la prima stagione della serie creata in collaborazione con Gaumont Télévision.

Quello che abbiamo affrontato in questa sede è un discorso che esula dai meriti del prodotto per soffermarsi sui suoi risultati e, soprattutto, sui mezzi che gli hanno permesso di conseguirli. Per rispondere alla domanda sull’effettiva qualità di Lupin andrebbero presi in considerazione elementi lasciati volutamente da parte in questa analisi; per ritenere vincente la strategia che c’è dietro la sua ideazione, invece, bastano quelli che abbiamo detto qui.

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Scritto da Gabriella Cretella

Stando a Nietzsche, ho guardato dentro l'abisso delle serie tv abbastanza a lungo da permettere a lui di guardare dentro di me. In attesa di sapere cos'ha scoperto sul mio conto, parto io col dire ciò che ho visto al suo interno. Anzi: lo scrivo.

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