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Last Samurai Standing è una serie da algoritmo col cuore di una serie vera

Last Samurai Standing

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Last Samurai Standing.

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Sembra la classica “serie da algoritmo” pensata per dominare le classifiche globali di Netflix. In realtà, finisce per assomigliare molto di più a una serie di quelle “vere”, con un’identità precisa, una visione coerente e un cuore sorprendentemente umano. È il paradosso più interessante di Last Samurai Standing. Nasce dall’incrocio tra formule ultra-codificate: battle royale, samurai in crisi, estetica prestige. Eppure ne esce qualcosa che vibra, che sanguina. Che resta addosso più per il modo in cui guarda i suoi personaggi che per il numero di katane sguainate.

Tratta dal romanzo Ikusagami di Shōgo Imamura, vincitore del Premio Naoki, Last Samurai Standing non è un’idea nata per l’algoritmo ma un’opera letteraria già radicata in un dibattito storico e morale sul destino dei samurai. È una di quelle serie che si possono pitchare in cinque secondi. “Squid Game con i samurai, con un tocco di Shogun e un’estetica da grande cinema giapponese“. È l’esatto tipo di frase che fa brillare gli occhi a qualunque algoritmo. Riconoscibile, comparabile, ottimizzata per quell’eterna fame di “più di ciò che hai già amato“. Last Samurai Standing, insomma, spunta tutte le caselle. È violentissima ma elegante. Compatta nei sei episodi. Pensata per essere bingewatchata nel giro di un weekend. E perfetta per riempire la casella “evento internazionale in costume” del catalogo Netflix.

Eppure, basta entrare davvero in Last Samurai Standing per accorgersi che qualcosa stona. Nel senso migliore possibile, ovviamente.

Sotto il packaging perfetto, sotto la confezione costruita a misura di algoritmo, si muove una serie che ha qualcosa da dire. Che non ha paura di sporcarsi le mani con la storia. E che trasforma la logica da battle royale in un lungo canto funebre per un mondo che sta morendo. Last Samurai Standing funziona benissimo come prodotto ma colpisce perché non si limita a esserlo. Last Samurai Standing è una storia che rivendica la propria necessità, la propria urgenza. Come se volesse ricordare a chi guarda che si può ancora fare intrattenimento pop senza rinunciare del tutto all’anima.

La ricetta perfetta: Squid Game, Shōgun e il battle royale samurai

Per capire perché Last Samurai Standing sembri fatta apposta per l’algoritmo, basta guardare alla struttura di base. C’è un gioco mortale che richiama immediatamente Squid Game: un manipolo di samurai costretti a partecipare a una competizione brutale, raccogliendo tag di legno dagli avversari uccisi, in una corsa disperata verso Tokyo. C’è un contesto storico preciso che riecheggia il fascino e la potenza simbolica di Shogun. E c’è, soprattutto, un formato episodico pensato per il binge. Ogni episodio di Last Samurai Standing, infatti, offre almeno una grande sequenza action, un paio di colpi di scena e uno stacco finale che spinge avanti lo spettatore quasi senza accorgersene.

Last Samurai Standing, in altre parole, prende tutti gli ingredienti che nel lessico industriale di Netflix funzionano meglio. La competizione, la morte annunciata, la geografia chiara del “gioco”, la riconoscibilità dei tipi umani (il protagonista tormentato, la guerriera letale, la ragazza ingenua ma risoluta, il villain oligarchico). È una serie che sembra pensata per il grande grafo di raccomandazioni della piattaforma: ti è piaciuto l’action asiatico? Ti è piaciuto il survival coreano? Ami i samurai? Last Samurai Standing è lì, pronta a comparire nella schermata principale.

Questo intreccio di elementi non è casuale. Last Samurai Standing sfrutta il momentum di produzioni come Squid Game per il suo ritmo incalzante e Shōgun per la profondità storica. E li fonde in un ibrido che cattura l’essenza del binge-watching globale. La serie non si accontenta di replicare. No, eleva questi archetipi a un livello epico, dove ogni lama sguainata non è solo un’arma ma un’eco di un’epoca che svanisce. In un catalogo Netflix saturo di cloni, Last Samurai Standing emerge come un trionfo algoritmico ma con la grazia di chi sa che il vero successo sta nel lasciare un segno oltre lo scroll.

Dove Last Samurai Standing si stacca dalle etichette

Come in una recita teatrale i protagonisti osservano i loro avversari pronti al combattimento, in Ikusagami – Last Samurai Standing
Credits: Netflix

La parte interessante è che Last Samurai Standing accetta questi paragoni e poi li ribalta dall’interno. Con una certa eleganza. È facile venderla come una Squid Game coi samurai. Però, il gioco di Last Samurai Standing non è una metafora del capitalismo contemporaneo. Semmai è una brutalissima metafora storica sulla fine dei samurai come classe, sacrificata sull’altare della modernizzazione Meiji. Allo stesso modo, la serie non prova nemmeno a replicare il respiro geopolitico di Shogun. Preferisce, invece, stringere l’inquadratura sui corpi, sulle ferite, sui piccoli gruppi che attraversano un paese che non li vuole più.

Last Samurai Standing cambia il fuoco. Non ti chiede di restare per scoprire chi vincerà il Kodoku: quello, sotto sotto, è chiaro fin dall’inizio. Te lo chiede per farti capire quanto dolore, quanta nostalgia, quanta ostinata dignità si possono condensare nel percorso verso quella vittoria. È una serie che usa la struttura del battle royale come impalcatura, sì. Ma ciò che le interessa davvero sono le crepe: i momenti di esitazione, i brevi scarti di pietà, il lento sgretolarsi dell’idea stessa di onore in un’epoca che non ha più spazio per il bushidō.

Questa deviazione dalle etichette è ciò che rende Last Samurai Standing un’opera epica nel suo intimo. Non un mero spettacolo di sangue, ma un’ode alla transizione storica, dove i samurai non sono eroi romantici ma figure tragiche intrappolate in un’epoca che li condanna all’oblio. La serie bilancia la violenza con una profondità che sorprende, trasformando ogni scontro in un capitolo di una saga più grande, dove l’algoritmo incontra l’anima della narrazione.

L’identità propria: un algoritmo con cuore

Last Samurai Standing potrebbe tranquillamente essere solo l’ennesimo contenuto aggregato di trend. Invece no. Si prende il lusso di essere, prima di tutto, un racconto coerente. La scrittura non ha alcuna ossessione per il realismo filologico. Last Samurai Standing non pretende di essere un trattato di storia ma punta a un’autenticità più sottile, più umana. Che si manifesta nella coerenza dei temi, nella cura dei personaggi e nella continuità emotiva fra un massacro e l’altro.

Quello che colpisce, in Last Samurai Standing, è il modo in cui i personaggi non sono mai solo avatar da battle royale. Shujiro Saga, interpretato da Junichi Okada, ha motivazioni chiare e umanissime. Non combatte per gloria astratta ma per un nucleo affettivo, per una famiglia che esiste, anche se spesso resta fuori campo. Allo stesso modo, figure come Futaba (Yumia Fujisaki) o Iroha (Kaya Kiyohara) non sono solo ruoli funzionali al racconto ma portano nel gioco una coscienza morale, una ferita trattenuta. Un’energia che sposta continuamente l’asse della serie verso qualcosa di più grande della semplice sopravvivenza individuale.

Tra i volti che emergono dal caos, uno in particolare sembra ridere delle regole: “il demone dai capelli bianchi”. Non è un semplice villain ma la rappresentazione di un qualcosa fuori scala che trasforma ogni scontro in una lezione di terrore. La sua sola presenza eleva il gioco a un piano mitologico, ricordandoci che in questo mondo non esistono codici, solo sopravvissuti.
Last Samurai Standing eccelle proprio in questa dimensione umana. I suoi eroi non sono invincibili ma vulnerabili, forgiati da un’epoca che li spezza. Questa identità autonoma eleva la serie oltre il mero intrattenimento, facendola pulsare con una vitalità che sfida l’algoritmo, ricordandoci che le storie vere nascono dal cuore, non da un codice.

Last Samurai Standing e il fascino immortale del Giappone storico

Immerso nella nebbia delle esplosioni il protagonista sembra cercare qualcosa
Credits: Netflix

La serie, poi, sfrutta in pieno un immaginario che, per il pubblico globale, è un richiamo irresistibile: il Giappone in trasformazione. Con i samurai che diventano relitti viventi di un’epoca finita. Netflix lo sa: questo cambiamento storico è uno dei magneti culturali più potenti al mondo. Il periodo Meiji, con il suo equilibrio instabile tra tradizione morente e modernizzazione forzata, è un terreno narrativo che affascina da decenni. Ma la forza di Last Samurai Standing è che non si limita a sfruttare questo immaginario: lo interpreta. Non replica simboli, li rilegge. Non costruisce un museo, costruisce un mito.

E qui la serie fa qualcosa di molto intelligente. Trasforma la Tōkaidō, l’asse principale del viaggio, in un grande tabellone di gioco, sì, ma anche in un paesaggio mentale di fine del mondo. Ogni villaggio, ogni tratto di bosco attraversato dagli ultimi samurai diventa un frammento di un paese che non li riconosce più. L’architettura resta ma i codici sociali crollano.
La fotografia e le scenografie di Last Samurai Standing lavorano proprio su questa doppia dimensione, ludica e tragica. L’epoca Meiji non viene solo ricostruita, viene evocata.

Last Samurai Standing mescola realismo materico (fango, sangue e armature pesanti) con una certa stilizzazione epica, quasi da anime live action, dove ogni combattimento può farsi icona e diventare un quadro.

È un Giappone che sembra già memoria mentre lo guardi. E che proprio per questo conserva un fascino immortale. Capace di parlare tanto a chi ha letto libri di storia quanto a chi arriva passando solo da videogiochi e cinema di samurai.

Questo fascino non è superficiale. Last Samurai Standing lo rende un epico viaggio attraverso il crepuscolo di una bellezza e di una brutalità che si fondono insieme, catturando l’essenza immortale di un mondo che continua a ispirare generazioni. La serie non solo evoca ma rivitalizza questo mito, facendolo respirare attraverso ogni inquadratura.

L’azione come linguaggio, non come riempitivo

In un catalogo saturo di action seriali intercambiabili, Last Samurai Standing fa una cosa quasi rivoluzionaria. Tratta l’azione come linguaggio, non come semplice spettacolo. Ogni combattimento ha una funzione precisa, una progressione interna, un suo arco emotivo. Non c’è la sensazione di un riempitivo coreografico. I duelli raccontano chi sono i personaggi, quanto sono disposti a spingersi oltre. Quanta parte del loro codice morale hanno già sacrificato sulla strada per la vittoria.

Il lavoro di Junichi Okada sul fronte action è evidente. Last Samurai Standing rifiuta gli eccessi di CGI, gli slow motion compiaciuti, la patina videoludica più superficiale. Preferisce una fisicità pesante, dove si percepisce il peso delle spade, la fatica del corpo, il respiro spezzato dopo ogni serie di colpi. L’ultimo episodio, con il suo diluvio di azione quasi ininterrotta, è la dichiarazione d’intenti definitiva. La serie vuole essere ricordata per la potenza delle sue immagini, per la telecamera che danza tra i corpi. Per la precisione con cui trasforma il combattimento in racconto puro, in cinema allo stato liquido.
Questa narrazione non è mai gratuita: è il cuore pulsante della serie. Un balletto mortale che eleva Last Samurai Standing a un livello superiore, dove ogni colpo è poesia, ogni ferita un verso in un’epica moderna.

Onore, estinzione, sopravvivenza in Last Samurai Standing

Se Last Samurai Standing fosse solo questo, un grande parco giochi per coreografi, sarebbe comunque una buona serie. Il motivo per cui merita di stare tra le migliori del mese è che sotto il clangore delle lame scorre un discorso tematico netto. Leggibile ma mai troppo didascalico. La serie parla di cosa succede quando un’intera classe sociale scopre, dall’oggi al domani, di non avere più un posto nel mondo. I samurai della serie non sono più guerrieri glorificati: sono resti, residui, problemi da gestire, spettacolo per ricchi annoiati.

In questo quadro, il Kodoku diventa una brutalissima messa in scena della fine di un mondo. Non è tanto una denuncia diretta del capitalismo contemporaneo anche se certe dinamiche di spettacolarizzazione della violenza, di scommesse e intrattenimento per élite sono tutt’altro che innocenti. Semmai la teatralizzazione della transizione storica. L’idea che l’estinzione dei samurai non avvenga per decreto ma come spettacolo, come intrattenimento, come sanguinoso reality ante litteram.

Last Samurai Standing, però, non scivola mai nel cinismo puro. In mezzo alla carneficina, resta spazio per una scintilla di umanità. Piccoli gesti di pietà, alleanze che nascono dove non dovrebbero, mani che tremano invece di colpire. È qui che la serie dimostra di non essere solo un catalogo di morti creative. Si prende il rischio di mostrare che anche in un contesto costruito sulla sopravvivenza nuda e cruda esiste ancora il margine della scelta morale. Last Samurai Standing non assolve nessuno ma concede ai suoi personaggi la possibilità di essere qualcosa di più di numeri in un macabro conteggio.

Questi temi si intrecciano in un arazzo epico, dove l’onore non è un relitto ma una fiamma che brucia fino all’ultimo respiro, rendendo la serie un inno alla resilienza umana in un’epoca di mutamenti radicali.

Difetti dichiarati, forza di carattere

LA battaglia epocale tra il bene e il male in Ikusagami – Last Samurai Standing
Credits: Netflix

Non è che Last Samurai Standing sia una serie perfetta, e questo, paradossalmente, la rende ancora più simpatica. Alcune critiche hanno sottolineato difetti di ritmo in certe porzioni di stagione, qualche personaggio secondario sacrificato troppo presto, qualche scivolone di continuity qua e là. Sono imprecisioni reali ma raramente incidono sul cuore dell’opera. Last Samurai Standing non punta alla perfezione lucidata, punta alla coerenza con la sua materia, al rispetto del mondo che racconta.

Quello che resta, alla fine, è l’impressione di aver visto una serie che sa perché esiste. Last Samurai Standing non finge di essere un capolavoro assoluto. Non cerca di elevare il battle royale a metafora definitiva del nostro tempo. E non ha la pretesa di rifondare il genere. Vuole, invece, trasformare un impianto ultracodificato in un racconto di dolore, resistenza e memoria. E ci riesce con una sicurezza che sorprende, soprattutto se confrontata con tanta serialità “algoritmica” che passa e scompare dopo due scroll.
Questi difetti, lungi dall’indebolirla, accentuano il suo carattere epico: Last Samurai Standing è viva, imperfetta come i suoi eroi, e proprio per questo indimenticabile.

Quando l’algoritmo, per una volta, sceglie bene

E arriviamo al punto. Last Samurai Standing è una serie che nasce per l’algoritmo ma che funziona soprattutto per chi è stanco delle serie fatte con lo stampino. È un prodotto che usa tutte le scorciatoie del sistema per portare dentro lo spettatore e poi offrirgli qualcosa che ha consistenza, che ha strati. Che ha cicatrici. Last Samurai Standing dimostra che la logica industriale non è necessariamente incompatibile con la buona scrittura, con una regia consapevole, con un uso dell’azione come strumento narrativo e non solo come effetto speciale.

In un mese affollato di uscite, Last Samurai Standing è una delle sorprese più felici del catalogo Netflix: intrattiene, sì, ma non si limita a farlo. Ricorda che sotto la superficie di “contenuto” possono ancora esistere le serie che sanno chi sono. Che osano prendere un genere ipersfruttato e reinnestarlo in una tradizione storica precisa. Che non hanno paura di essere epiche, tragiche, viscerali. Last Samurai Standing è una serie da algoritmo col cuore di una serie vera, e forse è proprio questo il motivo per cui vale la pena sostenerla, consigliarla. Tenerla stretta in mezzo al rumore di fondo della piattaforma.

E se davvero questa è una serie da algoritmo, allora per una volta sarebbe giusto dirlo: che l’algoritmo impari da lei. Perché se la televisione popolare deve continuare a nascere da equazioni, allora che siano equazioni capaci di generare storie così: feroci, umane, necessarie.