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Get Gotti: due facce di un’unica, contorta legge

Get Gotti è la nuova, avvincente, docuserie che Netflix ha recentemente reso disponibile per i suoi abbonati.

Get Gotti è una produzione unica che esplora un breve, quanto intenso, periodo della vita del famoso famigerato boss della mafia italo-americana John Gotti (1940-2002) offrendo agli spettatori uno sguardo approfondito sulla storia. La peculiarità di queste tre puntate, molto interessanti, è l’equilibrio con il quale la narrazione presenta al pubblico la vicenda: da una parte la prospettiva dei mafiosi; dall’altra quella della legge. Mettendo in luce queste due opposte visioni ne viene fuori un racconto appassionante che evidenzia come entrambe, facce di un’unica medaglia, siano intricatamente intrecciate nella storia criminale, ma non solo, degli Stati Uniti.

New York, 16 dicembre 1985. La città è addobbata a festa, in vista del Natale, e gli abitanti della Grande Mela sono in giro a fare shopping preparandosi alla più importante, e sentita, festività dell’anno. In ufficio senza finestre della procura federale Laura A. Ward, procuratrice, sta limando gli ultimi dettagli del suo caso più importante: quello contro Paul Castellano. Paul Castellano è considerato il più potente capo mafioso della città, alla guida della famiglia Gambino. Secondo la procura federale è colpevole di omicidio, estorsione, traffico di droga e racket. Qualche mese prima è stato arrestato e poi rilasciato dietro il pagamento di una cauzione record: due milioni di dollari.
All’improvviso il telefono del suo ufficio inizia a squillare. Sono le 17.20. Sulla 46a strada di fronte alla famosa Sparks Streak House, c’è stata una sparatoria e due uomini sono riversi a terra, morti. Dall’altro capo del telefono un agente federale informa la procuratrice che i due cadaveri appartengono a Paul Castellano e la sua guardia del corpo, Tommy Bilotti.
Dalle prime testimonianze raccolte dagli investigatori gli assassini erano bianchi e indossavano entrambi un trench beige. Si sono avvicinati ai due e hanno fatto fuoco. Nel giro di poche ore, era evidente a tutti che il mandante del duplice omicidio fosse John Gotti, divenuto con la morte del padrino, il nuovo boss dei boss.

John Gotti, 640×360

Get Gotti parte da questo evento per raccontare l’ascesa al potere di un uomo a dir poco controverso.

Sono gli stessi giornalisti presenti all’interno della docuserie a sottolineare l’ambiguità che ammantava il nuovo padrino della famiglia Gambino. Barbara Nevins Taylor, giornalista presso la WCBS, afferma che “John Gotti incarnava l’immagine del supereroe prima ancora dell’avvento dei film Marvel. Era perfetto per la New York di allora“: Parole decisamente forti che tirano fuori dall’armadio l’annosa questione sulla spettacolarizzazione della delinquenza, in particolare della malavita organizzata. Questione che ha accompagnato l’uscita di film celeberrimi come Quei bravi ragazzi del grande Scorsese o serie televisive da diversi Emmy come I Soprano, e in tempi molto più recenti è stata fonte di polemica nei confronti di Gomorra, per esempio.
Una spettacolarizzazione messa in atto dallo stesso John Gotti. Come fa notare l’agente dell’FBI George Gabriella mafia dovrebbe essere un’organizzazione segreta. Lui la esponeva agli occhi delle telecamere. Amava i riflettori e la gente amava lui“. Tutti sapevano chi era John Gotti. E nel quartiere dove aveva sede il club nel quale venivano impartiti gli ordini alla truppa gli abitanti si sentivano al sicuro, protetti da una legge persino superiore a quella della città, dello stato e della nazione. Una legge, quella mafiosa, che impediva la microcriminalità, punendola, al fine di poter prosperare su più ampia scala, in barba alla polizia e alle agenzie federali.

Il racconto di Get Gotti, prodotto da Jon Liebman (candidato a un Emmy per il film TV In Memoriam: New York City, dedicato all’11 settembre) e Cassandra Hamar Thornton e diretto da Sebastian Smith, è veloce, senza tempi morti. Ben documentato e raccontato in maniera molto convincente da chi si trovava in prima fila all’epoca, vuole dare nuova vita a una storia che si è conclusa ben prima della nascita di Netflix.
Nel ripercorrere il passato gli autori hanno voluto mettere in campo tre affiliati alla mafia (di cui uno pentito) e diversi agenti investigativi (insieme ai procuratori affidati al caso). In mezzo, sostano i giornalisti, pronti a elogiare coloro i quali riportavano una vittoria nella grande guerra tra mafia e forze dell’ordine.
Non importa a quale schieramento appartenga chi compare sullo schermo perché tutti hanno un gran bisogno di raccontarsi. Così, grazie alla parlantina sciolta dei protagonisti, lo spettatore è messo a conoscenza soprattutto dei difficili e pericolosi passi compiuti da FBI e OCTF (Organized Crime Task Force) per incastrare il boss. Il quale, infinitamente sicuro di sé, è il primo a parlare troppo fornendo agli investigatori sufficienti prove per incastrarlo.
Del resto John Gotti era soprannominato Dapper Don (Don Eleganza) per via dei suoi completi di sartoria da una stampa quasi compiacente che lo adulava. Tanto da offrirgli la copertina del Time disegnata niente meno che da Andy Warhol. La stampa lo adorava. I lettori lo adoravano. La gente lo adorava. Difficile che non si sentisse invincibile soprattutto dopo esser stato assolto da una giuria di suoi pari, uno dei quali comprato per sessantamila dollari.

Get Gotti
George Gabriel, 640×360

Nella costante ricerca di prove Get Gotti evidenzia quella tipica caratteristica delle polizie americane, spesso evidenziate nei film e nelle serie: l’incapacità di comunicare. Nonostante l’obiettivo comune agenzie federali, polizie di stato e di città mettono in campo i loro investigatori migliori al fine di accaparrarsi la soddisfazione di portare davanti a una giuria il più potente boss mafioso dell’epoca. Una lotta che porta risultati monchi, che non reggono agli avvocati della difesa, scafati squali capaci di ribaltare ogni situazione. E così, nonostante le buone intenzioni, l’OCTF riesce a costruire il suo caso sbilenco portando John Gotti alla sbarra. Lo stupore dell’FBI è palese, sincero. E fa persino rabbia.
Le prove raccolte, però, non sono sufficienti (e la giuria corrotta, questo va detto!) e Dapper Don si trasforma in Teflon Don. La stampa conia un nuovo soprannome per il padrino alludendo alla sua grande capacità di farsi scivolare addosso ogni tipo di accusa. La festa per l’assoluzione di John Gotti è un momento clou della serie perché descrive perfettamente la potenza di fuoco della mafia nei confronti della legge. Uomini e donne d’onore che festeggiano come avessero vinto la Coppa del Mondo di calcio. Senza pudore, senza vergogna. Fingendo un’innocenza che non appartiene loro. Circondati da una stampa compiacente che ne esalta uno stile di vita che andrebbe messo in disparte, lasciato cadere nel dimenticatoio.
Sono gli anni Ottanta e l’eccesso la fa da padrone. John Gotti rappresenta, in modo ambiguo, il sogno americano. Cavalca l’onda della sua disonesta vittoria in tribunale, come a dimostrare al mondo che il suo modello è quello vincente. E si crede invincibile, sicuro di farla sempre franca.

Get Gotti, però, non è una semplice cronaca di quanto accaduto in quell’epoca ormai lontana. Nella docuserie gli autori non si limitano a glorificare la figura di Gotti; al contrario, hanno cercato di mettere in luce quella distorsione della realtà creatasi in quegli anni, così complessa e indiscutibilmente attraente, per la quale infrangere le regole appariva cool.
Gli intervistati, da una parte e dall’altra della barricata, forniscono uno sguardo approfondito sulla mentalità che permeava il mondo criminale (ma non solo quello) evidenziando come la percezione della giustizia fosse completamente distorta.
Le poche e velate critiche fatte dagli affiliati alla gestione Gotti vengono spazzate via con un’alzata di spalle e una risata. Contemporaneamente, è palpabile il conflitto emotivo che gli investigatori affrontano nel perseguire la giustizia, affrontando un’intricata rete di segreti e tradimenti.
Emerge così una realtà complessa, non priva di ombre, nella quale i confini tra chi è buono e chi cattivo non sono più chiaramente definiti. Una complessità che lega intrinsecamente i destini dei suoi protagonisti.

Get Gotti è un’interessante riflessione sulla giustizia e sulla criminalità ma anche sulla natura umana e su come quest’ultima possa essere volubile. In occasione del processo che ha messo fine alla carriera criminale del padrino i giornalisti ascoltano le registrazioni recuperate dalle forze dell’ordine. Nei nastri si sente chiaramente la voce di Gotti impartire ordini che portano alla morte, alla distruzione, all’infelicità collettiva. Quell’uomo che aveva tanto affascinato milioni di persone perde improvvisamente tutto il suo fascino risultando spregevole, violento, privo di morale. Un personaggio tutt’altro che da ammirare. Un uomo che non si era mai nascosto e che aveva ostentato la ricchezza derivata dai suoi traffici illeciti. Al quale però sembrava esser stato condonato qualsiasi delitto in virtù di uno status symbol cucitogli addosso come uno dei suoi tanti capi di sartoria.
Attraverso le appassionanti interviste e le avvincenti immagini di repertorio la docuserie cattura l’essenza di un’epoca nella quale la linea tra bene e male era spesso sfocata. Get Gotti riesce perfettamente a mostrare una prospettiva equilibrata di un epoca decisamente squilibrata rivelando l’interconnessione tra due facce della stessa, complessa, medaglia.