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Perché Genitori In Blue Jeans è una serie che anche i giovani d’oggi dovrebbero vedere

genitori in blue jeans

Genitori in Blue jeans?

Sì, cara generazione Z, esiste una serie tv che si chiama così e che per tutti i ragazzi nati negli anni 70-80 è stato un vero e proprio cult; una parentesi rosa tra i compiti rigorosamente copiati al telefono e le merendine all’olio di palma.

Antefatto. Di questa serie, chi vi scrive, bambina cresciuta a crostatine e Bim Bum Bam, ricorda con particolare trasporto la messa in onda dell’ultima puntata: la lacrimuccia che scendeva perché quel giorno sarebbe terminato il programma che accompagnava i pomeriggi di chi non poteva scegliere quando vedere ciò che amava ma che doveva sottostare alle regole del palinsesto televisivo e che se fosse stata fortunata avrebbe potuto sperare nel rewatch della registrazione su casetta, sempre che qualche fratello maggiore sciagurato non ci registrasse sopra qualche puntata di Ken il guerriero.

Vittima di una traduzione non felicissima, Genitori In Blue Jeans, all’anagrafe delle serie tv americane “Growing Pains”, accompagnava i pomeriggi di noi ormai più che trentenni e la sua sigla “As long as we got each other” ci fa ancora emozionare anche se abbiamo capito solo questa frase ed il resto lo cantiamo alla “Svalutation”.

La sitcom cult racconta le vicende della famiglia Seaver: Jeason Seaver, psichiatra e la moglie Maggie, giornalista, genitori di tre figli: Mike, Carol e Ben ai quali – dalla quarta stagione – si aggiunge la piccola Chrissy.

Non solo: Genitori In Blue Jeans ha tenuto a battesimo anche Leonardo Di Caprio, che ha interpretato Luke, ragazzino povero e problematico che viene adottato dalla famiglia Seaver perché 4 figli in diverse fasi dello sviluppo non bastavano.

Ragazzi, Leonardo di Caprio era già un fenomeno! (ndr).

Per vostra informazione i blog autorevoli citano sempre che tale serie tv è stata trampolino di lancio per molti attori di enorme successo: Brad Pitt, Jennie Garth, Hilary Swank ed Heather Graham. In un episodio compare, come fidanzato di Carol, Matthew Perry, all’epoca sconosciuto, oggi famosissimo grazie al ruolo di Chandler Bing in Friends.

Ma perché mai la generazione dei social network e del binge watching dovrebbe vedere una sitcom che ha come protagonisti ragazzi con permanente e Mullet hair? Cosa accomuna dei ragazzi degli anni Ottanta che al massimo potevano farsi degli “autoscatto” con la Kodak usa e getta ai ragazzi di oggi tutti storie di 15 secondi e filtri?

Si può non capire cosa voglia dire arrotolare le musicassette con una matita, si può essere in contatto digitale con persone a fusi di distanza ma ci sono certi valori e certi “dolori della crescita” che non cambiano mai: le prime cotte, l’importanza di far parte di un gruppo, il bisogno di apparire in un certo modo agli occhi dei compagni di scuola, l’importanza della famiglia.

Chi non vorrebbe che i propri genitori non avessero problemi a tornare giovani per capire i “Growing Pains”?

Dobbiamo inoltre aggiungere che nella serie sono presenti personaggi senza tempo con cui ognuno di noi riesce a identificarsi e di cui ogni giovane telespettatore si può un po’ infatuare.

Sfidiamo tutte le Millennial a negare una cotta per Mike, ossia Kirk Cameron, un’icona per tutti i teenagers dell’epoca: il classico ragazzo simpatico di bell’aspetto che aveva successo con le ragazze ed aveva un atteggiamento un po’ da sbruffone ed infatti spesso si metteva nei guai a scuola, guai da cui riusciva a tirarsi fuori, la maggior parte delle volte, grazie alla sua arguzia, alla sua simpatia e alla sua intelligenza.

E a chi non è capitato di sentirsi Carol, un po’ sfigata e in sovrappeso e mai bella come la più figa della scuola?

La famiglia Seaver ha trasmesso buoni principi, affrontato tematiche delicate, come l’alcool e la droga e altre all’apparenza più leggere come la ricerca della fiducia in sé stessi e la paura di non essere accettati. Questo telefilm è una analisi del rapporto genitore-figlio descritto attraverso i comportamenti tipici di giovani di fronte alla vita e le reazioni degli adulti. La serie è un invito all’accettazione, alla simpatia intesa come “patire insieme”, “provare emozioni con”; ogni telespettatore deve provare ad identificarsi in un personaggio della famiglia della serie tv per comprendere meglio il proprio ruolo nel nucleo familiare e apprendere degli insegnamenti sugli altri.

La famiglia Seaver non viene presentata come la famiglia perfetta ma come la dimostrazione che nonostante i litigi, nonostante i difetti, l’unità familiare rimane sempre salda, anche solo accettando semplicemente le personalità altrui che non si cercano mai di stravolgere radicalmente.

È bello vedere come i fratelli anche se con età e in fasi di vita diverse riescono ad essere sempre uniti e a supportarsi vicendevolmente.

È bello vedere come i genitori non giudichino ma si sforzino di capire.

Purché stiamo insieme abbiamo il mondo nelle nostre mani” così recita la sigla e questo è un po’ il leitmotiv di tutti i 166 episodi; il telefilm trasmette quella serie di valori che sono ancora oggi presenti in tutte le serie family della tv americana, che ci confortano, che ci fanno sentire al sicuro e ci lasciano sempre qualche sensazione positiva di cui abbiamo tanto bisogno!

“Show me that smile”.

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