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La creazione di mondi articolati è da sempre uno dei tratti caratteristici della produzione fantascientifica. Che si tratti di galassie lontane, futuri distopici o sistemi stellari ancora da immaginare, il cinema ci ha permesso di viaggiare in lungo in largo, alla scoperta delle modalità con cui la mente umana ha saputo concepire l’ignoto. Spaziale e temporale. E tantissimi di questi mondi immaginati ci sono diventati estremamente familiari. Scandagliati in lungo e in largo. Costruiti film dopo film. Opera dopo opera. Dal cinema alla televisione, passando anche per altre forme di espressione. La fantascienza – d’altronde – si presta estremamente bene allo sviluppo in profondità e così moltissimi film si sono sviluppati in tentacolari franchise, con l’espansione sempre più sfrenata dell’universo di riferimento. Basti pensare a esempi come Star Wars o Star Trek.
Dopo avervi parlato dei film di fantascienza più iconici e delle colonne sonore che hanno fatto la storia del genere, ora proviamo a mettere ordine proprio tra questi mastodontici universi concepiti sul grande schermo e non solo. Abbiamo quindi provato a raggruppare questi mondi, stilando una classifica davvero molto complessa da concepire. Cominciamo quindi questo viaggio interplanetare e transtemporale attraverso alcuni dei più affascinanti sistemi che abbiamo potuto visitare grazie al cinema.
10. Star Wars e gli altri universi fantascientifici: Il pianeta delle scimmie

Cominciamo proprio da uno degli universi fantascientifici che ha avuto maggiore fortuna negli ultimi tempi. Questo media franchise si basa su un romanzo di Pierre Boulle e mette in scena una delle suggestioni evoluzionistiche che hanno maggiormente attanagliato l’immaginario umano. Cosa accadrebbe se gli animali sviluppassero un intelletto almeno pari – se non superiore – a quello degli umani? Il pianeta delle scimmie nasce dalla recondita paura dell’uomo di perdere il proprio predominio di specie. Nel caso specifico gli animali sviluppati sono delle scimmie. Gli antenati diretti dell’uomo, la cui evoluzione colpisce maggiormente nel segno proprio perché legata a filo diretto con quella umana.
Il primo film del franchise fa la sua comparsa nel 1968 e diventa un cult assoluto. Memorabile è la scena della Statua della Libertà in rovina, simbolo potentissimo della caduta del genere umano. Da lì poi il racconto si sviluppa attraverso altri quattro film, prima della sfortunata parentesi burtoniana di inizio Duemila e della trilogia reboot che ha invece segnato la potentissima rinascita del franchise, tanto da sfociare in una nuova storia iniziato con l’ultimo Il regno del pianeta delle scimmie.
L’universo immaginato da Il pianeta delle scimmie è al contempo tanto semplice quanto complesso. Siamo sulla Terra. Gradualmente l’umanità cade e le scimmie ascendono, dando il via a un nuovo tipo di civiltà. Il franchise si è sempre però distinto per il sapiente ricorso a un tono filosofico ed esistenzialista, ponendo sempre al centro del discorso la chiave evoluzionistica. Pur cambiando i riferimenti – nella saga originale la critica sociale era rivolta soprattutto alla guerra fredda e all’ambizione sfrenata dell’uomo, mentre nella trilogia reboot c’è un maggiore approccio scientifico e sociale – i connotati del racconto restano sempre gli stessi.
Non c’è una semplice guerra tra le scimmie e gli umani. Piuttosto c’è un divenire storico, costruito sul ciclo di ascesa e declino delle civiltà. Con la peculiarità che però in questo divenire storico stavolta s’inserisce un passaggio di specie. E ciò cristallizza alla perfezione i più primigeni timori che l’umanità prova come razza.
9. I figli degli uomini

Da un ricco franchise passiamo ora a un film standalone, capace però anche nel suo spazio limitato di allestire un universo particolarmente interessante. Siamo ancora sulla Terra. In un futuro in realtà decisamente prossimo visto che l’azione è ambientata nel 2027 e l’anno d’uscita del film – diretto dallo strepitoso Alfonso Cuarón – è il 2006. La chiave della distopia è ancora una volta – per certi versi – l’evoluzione. Presentata però in negativo rispetto a Il pianeta delle scimmie. Qui il collasso dell’umanità non è sancito dall’affermarsi di una nuova specie, ma dalla sua semplice scomparsa. Da ricondurre a un’infertilità globale che ha sancito la perdita di un futuro.
Quest’infertilità è un innesto per presentare il declino della razza umana, il quale si sfaccetta sotto diversi profili. Il futuro immaginato da I figli degli uomini è tremendo. La società è letteralmente collassata, con la guerra dilagata tra i vari stati mondiali e al loro interno. Nel Regno Unito vige invece un regime autoritario alla 1984. La popolazione viene strettamente sorvegliata e l’intero paese è posto sotto un ferreo giogo militare. In un contesto del genere l’arte e la cultura sono reliquie di un passato mitico. La disparità sociale ha allargato la propria forbice e credi fanatici s’insinuano tra la popolazione in cerca di un’assoluzione che possa portare un po’ di quiete in vista della fine del genere umano.
La chiave più interessante per comprendere I figli degli uomini sta nel capire come questo cupo universo immaginato dal romanziere P.D. James – perché il film è tratto proprio da una sua opera – e poi messo in scena da Cuarón – pur con alcune differenze – si coniughi all’imminente scomparsa del genere umano. Che senso hanno la guerra, l’ordine oppressivo e il terrore quando non c’è un futuro da costruire? La chiave di lettura sta proprio nell’affiorare dei più primordiali istinti umani. Senza un futuro crolla la società e da qui il dilagare di tutti quegli impulsi che proprio la convivenza sociale metteva a freno.
Quello de I figli degli uomini è un universo cupo. Cuarón pone maggiormente l’accento sul profilo sociale e politico, mentre James nel suo libro ha premuto maggiormente sull’aspetto etico e religioso. Non cambia però la sostanza. La perdita del futuro porta alla perdita di una società organizzata e, lasciati a loro stessi, gli uomini sono animali egoisti e assetati di potere. Senza un mondo da lasciare ai propri figli decidono deliberatamente di distruggere quel mondo, cercando il vantaggio più prossimo senza più una visione a lungo raggio dell’esistenza.




