ATTENZIONE: se proseguite nella lettura, rischiate di imbattervi in spoiler su La persona peggiore del mondo!!
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Oslo, giorni nostri. Una donna corre per strada, trafelata e senza fiato. È l’unico puntino che si muove in una città immobile. Tutto attorno è come paralizzato, bloccato in un’istantanea fugace. I passanti sul marciapiede, le auto per strada, i pedoni che attraversano al semaforo. Oslo viene immortalata in uno stato di immobilità, una fotografia strappata alla città, in cui tutto ristagna nella propria posa senza moto. Tutto tranne un elemento: Julie. Lei è il solo corpo che si muove, il solo elemento che risponde alle leggi della fisica e che viaggia verso il suo centro gravitazionale. Julie sembra finalmente una persona libera. Corre con una strana luce negli occhi, come fosse una piccola fiamma che non vuole esaurirsi e si spinge in avanti, ancora e ancora, per conservare il calore e la scintilla. Julie è la persona peggiore del mondo, ma in questo momento preciso non le importa.
Ora, in questa istantanea che fa a cazzotti con il realismo e ci apre le porte del surreale, Julie sa esattamente dove andare. Strano a dirsi, perché è una persona che ha fatto dei dubbi la sua seconda pelle. Eppure, in questo momento, ogni punto interrogativo sembra scomparso. È forse questa l’immagine più potente de La persona peggiore del mondo, film del regista norvegese Joachim Trier presentato al Festival di Cannes e disponibile su Amazon Prime Video (dove sono presenti anche questi altri film da guardare almeno una volta nella vita). Un film che delinea un profilo umano complicato e contraddittorio. Julie è una ragazza giovane, che si affaccia alla vita al crocevia di un tempo in cui risolutezza e assenza di tentennamenti sono le skills necessarie per essere ammessi alla società.
Se ti abbandoni alle oscillazioni e cedi all’irresolutezza, ti consegni al novero dei peggiori.
Julie è figlia di una generazione di spericolati avventurieri del dubbio. Andava bene a scuola, prendeva ottimi voti, ma poi è stata abbandonata al flusso della vita oltre l’oblò, dove esistono solo sterminate moltitudini in cui è difficile conservarsi. La persona peggiore del mondo è diviso in 12 capitoli, a cui si aggiungono un prologo e un epilogo. Il film parte con la protagonista che studia alla facoltà di medicina. Vuole dare un senso ai suoi buoni voti presi a scuola e diventare medico. Ma poi cambia idea. Decide che ciò che le interessa veramente è la mente umana, non i tessuti, gli organi, le cellule che si ammalano. Allora si iscrive alla facoltà di psicologia, dove il suo interesse resta vivo per poco più di un semestre.
Scrollando una galleria in bella vista sui social, Julie capisce di voler fare la fotografa. Di voler studiare fotografia e realizzare un suo servizio personale. È questa la sua strada, lo sente. Poi però arriva l’amore e le prospettive cambiano di nuovo. La persona peggiore del mondo viaggia tra i saliscendi e le indecisioni della protagonista. Julie conosce Aksel, un fumettista di quindici anni più grande che però sembra la persona giusta. L’età non sarà un problema, o forse sì, ma poco importa perché è quello che Julie vuole in quel momento e non se lo lascia scappare. Tutto il film è così, ci avvicina alla scelta giusta, salvo poi accorgersi che è quella sbagliata (potrebbe essere uno di quei film di cui vantarsi a cena con gli amici).
Dopotutto, è normale prendere decisioni diverse, cambiare idea, corso di studi, lavoro, casa, partner. Sentiamo che la felicità di Julie è sempre da un’altra parte, che ci sia sempre un senso di incompiutezza in ogni cosa che fa e in ogni decisione che prende.
Perché quella completezza, forse, va cercata dentro prima che fuori. Julie si comporta in modo egocentrico ed egoista. Sfrutta gli altri per decidere cosa le piace e cosa invece la annoia. È una specie di trottola che vaga all’impazzata, urtando qua e là cose e persone lungo il percorso e afflosciandosi su se stessa alla fine della corsa. A un certo punto, il meccanismo diventa un po’ più chiaro: la persona peggiore del mondo non è alla ricerca della scelta giusta, è semplicemente in fuga dalla scelta sbagliata. C’è un’irrequietezza di fondo nelle scelte della protagonista. Julie non riesce a stare ferma in un posto, non sa consegnarsi alla stasi. Ha bisogno di cambiare, esplorare, solcare ogni volta orizzonti diversi.
La sua vita è dominata da un vuoto perenne, un grosso barile senza coperchio che, più viene riempito, più perde acqua. È giusto oscillare sempre tra un’indecisione e l’altra senza trovare mai un punto? È giusto sbirciare tutte le strade senza imboccarne mai veramente una e lasciare i compagni di strada sul ciglio del marciapiede? Julie sente di non essere appagata, è convinta che ci sia qualcosa di fondamentalmente sbagliato in questo suo moto perpetuo verso una direzione indefinita. Ha cambiato più volte università e appartamento, ha ridefinito le proprie aspettative e messo in discussione i sentimenti per il suo partner.
Sente che c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui vive la sua vita. Lo fa da narcisista che cerca sempre le luci dei riflettori per sentirsi vista. Questo è ciò che fa la persona peggiore del mondo, infischiandosene di quel che accade attorno a lei.
Il film di Joachim Trier è un andirivieni costante tra illusione e disillusione. All’inizio, ci sentiamo in connessione con la protagonista. Proviamo per lei una certa simpatia – e anche una sincera empatia -, perché riusciamo a riconoscerci nei suoi dubbi, nelle sue incertezze, nei suoi continui cambi di prospettiva. Chi, dopotutto, ha le idee chiare tra i venti e i trent’anni? Man mano che La persona peggiore del mondo va avanti però, il nostro giudizio sulla protagonista diventa sempre più sprezzante. La amiamo e la odiamo, capiamo i suoi repentini capricci ma iniziamo a diventare insofferenti alle sue scelte. Le disapproviamo e ci stanchiamo, abituati come siamo a mettere ogni cosa nella propria casella.
Julie non sa cosa vuole e questa irresolutezza alla lunga ci sfinisce. A un certo punto del film, quando mette in pausa il mondo con un semplice interruttore e corre verso la sua felicità, pensiamo che finalmente la protagonista abbia trovato quel punto fermo che cercava. Invece – ancora una volta – si trattava solo di una virgola, di altra debolissima paglia con cui pensava di poter tamponare la propria voragine interiore. Nell’istante in cui Julie sente di dover lasciare Aksel e inseguire un nuovo amore, La persona peggiore del mondo mette in pausa la trama di fuori per penetrare il mondo di dentro della sua protagonista. Per portarci al centro delle sue continue oscillazioni e provare a farci sentire quello che sente lei, una sensazione amorfa e senza nome.
L’essersi abbandonata a una nuova relazione, l’essersi lasciata alle spalle la sua vita con Aksel, dovrebbe spalancarle nuovi orizzonti. Invece Julie torna a fare i conti con lo stesso senso di incompiutezza di sempre.
Non sa se vuole un figlio, una famiglia, un fidanzato, se le scelte del passato se le è veramente lasciate alle spalle oppure no. Resta sempre lì anche quando sembra che tutto sia cambiato. La persona peggiore del mondo ha qualcosa di irrimediabilmente compromesso dentro? Non sappiamo se Julie se lo stia chiedendo oppure no. Ma pian piano capiamo dove il film ci voglia portare. Quelle che abbiamo avuto davanti agli occhi sin dall’inizio sono le mille contraddizioni di un’adulta moderna, sempre indecisa, sempre inappagata, sempre convinta che ci sia in lei qualcosa di sbagliato.
Guardare in faccia quelle contraddizioni, appurare che quello che percepiamo come “male“ in realtà sia solo il frutto del nostro inappagato bisogno di finitezza, ci rende allora migliori come persone. Ci fa sentire migliori, raggomitolandoci nell’ennesima bugia che ci raccontiamo per tentare di sfuggire alla banalità e al pressappochismo di cui, in fondo, anche noi siamo fatti. Allora forse La persona peggiore del mondo (che finisce in modo drammatico oppure no?) ci rende migliori solo per un po’. Poi ci apre gli occhi sulla complessità della natura umana e, a quel punto, smettiamo anche di farci domande e, come Julie nel finale, accettiamo di convivere con l’unica risposta che possiamo darci da soli: la verità. Se vi piacciono le atmosfere scandinave, dovreste guardare queste serie tv ambientate nel Nord Europa.










