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Con Hamnet, Chloe Zhao torna al cinema d’autore dopo il successo e le controversie di Nomadland (guardalo qui), riportando il suo sguardo intimista in un contesto storico e letterario di enorme peso simbolico. Forte di numerose candidature agli Oscar – che hanno alimentato aspettative altissime – il film si presenta come un’opera ambiziosa, delicata e profondamente meditativa, ma anche irrisolta. Zhao sceglie di adattare il celebre romanzo di Maggie O’Farrell evitando la strada del biopic tradizionale e concentrandosi invece sul lutto privato che avrebbe segnato William Shakespeare e la sua famiglia: la morte del figlio Hamnet. L’intento è chiaro e coerente con la poetica della regista: raccontare l’assenza, il dolore muto, il tempo che scorre senza offrire consolazione. Tuttavia, Hamnet è un film che prende e perde lo spettatore con la stessa facilità. Nella sua prima metà, i tempi appaiono eccessivamente dilatati, come se Zhao volesse forzare la durata verso le ormai canoniche due ore, sacrificando ritmo e coinvolgimento emotivo.
La colonna sonora, ridotta all’osso e quasi inesistente, non aiuta a sostenere l’impatto emotivo delle immagini, lasciando molte sequenze sospese in una rarefazione che sfiora l’inerzia. Eppure, quando il film trova il coraggio di osare – soprattutto nella potente sequenza teatrale accompagnata dall’unico vero momento musicale memorabile – Zhao riesce a colpire nel profondo. Hamnet è sorretto con grande intensità dalle interpretazioni degli attori e da ambientazioni visivamente magnifiche, fatte di spazi ampi, natura dominante e forti contrasti cromatici. Si esce dalla sala colpiti, ma anche confusi, domandandosi dove si sia stati per gran parte del viaggio.
Hamnet: un lutto privato prima del mito

Hamnet racconta una storia che si svolge ai margini della Storia con la S maiuscola. Al centro del film non c’è il genio teatrale di William Shakespeare, ma la sua famiglia, in particolare la moglie Agnes e i figli, in un’Inghilterra rurale del XVI secolo. La narrazione si concentra sugli eventi che precedono e seguono la morte del giovane Hamnet, gemello di Judith, colpito da una malattia improvvisa e letale. Zhao sceglie una struttura narrativa frammentata, fatta di salti temporali e momenti apparentemente minimi: gesti quotidiani, silenzi, sguardi trattenuti. La tragedia non viene mai spettacolarizzata, ma osservata da vicino, quasi con pudore. Il dolore si manifesta lentamente, insinuandosi nella routine domestica e nel rapporto tra i coniugi, separati non solo dalla distanza fisica – William è spesso a Londra – ma anche da una diversa elaborazione del lutto.
La trama procede più per accumulo emotivo che per eventi, seguendo soprattutto Agnes, figura centrale del racconto, donna legata alla natura, alla spiritualità e a una sensibilità quasi ancestrale. Shakespeare resta spesso sullo sfondo, presenza evanescente, uomo incapace di affrontare direttamente la perdita se non trasformandola, anni dopo, in materia teatrale. Questa scelta narrativa rafforzal’originalità del film ma ne rappresenta anche il limite principale: l’assenza di un vero arco drammaturgico rende la visione discontinua, soprattutto nella prima parte. Hamnet racconta una tragedia immensa attraverso dettagli minuscoli, chiedendo allo spettatore un’attenzione costante che non sempre viene ripagata.( Chloé Zhao parla del ritorno di Buffy e chiarisce: «Non è un reboot» )
Cosa funziona e cosa no

Dal punto di vista filmico, Hamnet è un’opera profondamente coerente con il cinema di Chloe Zhao, ma proprio questa coerenza rischia di trasformarsi in manierismo. Funziona, senza dubbio, la messa in scena: la fotografia è elegante, naturale, costruita su luci morbide e su un uso espressivo degli spazi aperti. La natura non è semplice sfondo, ma riflesso emotivo dei personaggi, elemento vivo che accompagna il dolore e il passare del tempo.Gli attori rappresentano il vero cuore pulsante del film. Le interpretazioni sono intense, misurate, capaci di sostenere il peso emotivo di una sceneggiatura che spesso si affida più alle immagini che alle parole. In particolare, il personaggio di Agnes emerge come figura tragica e magnetica, ponte tra il mondo terreno e quello spirituale.
I problemi emergono soprattutto sul piano del ritmo e del coinvolgimento emotivo. La prima metà del film appare eccessivamente dilatata, con sequenze che si protraggono oltre il necessario senza aggiungere nuovi livelli di lettura. La scelta di ridurre la colonna sonora al minimo, cifra stilistica comprensibile, finisce però per indebolire l’impatto emotivo di molte scene chiave. Solo nella parte finale, quando il teatro entra in scena e la musica rompe il silenzio, Hamnet riesce davvero a toccare corde profonde. È in quel momento che il film sembra finalmente trovare una direzione chiara, lasciando però la sensazione di un potenziale espresso solo in parte.
Dal romanzo al film: Shakespeare, Hamnet e il ruolo del teatro

Il confronto con il romanzo di Maggie O’Farrell è inevitabile e complesso. Nel passaggio dalla pagina allo schermo, Zhao sceglie di sottrarre più che aggiungere, eliminando gran parte della ricchezza interiore e simbolica che nel libro emerge attraverso il linguaggio. Il film conserva l’ossatura tematica del romanzo – il lutto, la maternità, l’assenza – ma ne perde in parte la stratificazione emotiva. Il rapporto con Shakespeare è volutamente decentrato. L’autore non è il protagonista, bensì una figura periferica, quasi sfuggente. Questa scelta rafforza l’idea di Hamnet come racconto del dolore privato prima della nascita del mito, ma rischia di lasciare insoddisfatti gli spettatori in cerca di un legame più esplicito con l’opera shakespeariana.
È il teatro, però, a fungere da punto di convergenza. La scena ambientata sul palco rappresenta il momento più potente del film: qui Zhao riesce a mostrare come il dolore personale si trasformi in arte universale. Il riferimento ad Amleto non è didascalico, ma evocativo, costruito su suggestioni visive ed emotive. Il teatro diventa così spazio di elaborazione del lutto, luogo in cui ciò che non può essere detto trova finalmente una forma. È in questa dimensione che Hamnet dialoga davvero con Shakespeare, mostrando come la tragedia nasca da una ferita ancora aperta. (5 film tratti da libri in arrivo nel 2026)
Regia di Chloe Zhao e debolezze della sceneggiatura

La regia di Chloe Zhao conferma la sua straordinaria sensibilità visiva, ma mette anche in luce i limiti di un approccio che fatica ad adattarsi a una narrazione più strutturata. La scelta di un linguaggio contemplativo, fatto di lunghi silenzi e tempi morti, funziona fino a un certo punto, oltre il quale rischia di trasformarsi in distanza emotiva. Le ambientazioni sono tra gli elementi più riusciti del film: spazi ampi, campi aperti, interni essenziali, costruiti su forti contrasti di colore. Tutto concorre a creare un mondo sospeso, quasi atemporale, che riflette lo stato d’animo dei personaggi. Tuttavia, questa cura estetica non sempre trova un equivalente nella scrittura. Paul Mescal offre una prova trattenuta e malinconica, costruendo un William Shakespeare introverso, schiacciato dal senso di colpa e incapace di esprimere il dolore se non attraverso l’arte. Al suo fianco, Jessie Buckley è magnetica e viscerale nel ruolo di Agnes, vera anima del film: ogni sguardo e ogni silenzio restituiscono un lutto profondo, rendendola il perno emotivo dell’intera narrazione.
La sceneggiatura appare fragile, soprattutto nella gestione del ritmo e dei conflitti. Molte dinamiche restano accennate, mai davvero esplorate, e alcuni passaggi emotivi risultano più suggeriti che vissuti. La mancanza di un crescendo narrativo solido rende l’esperienza diseguale. Hamnet è un film che, alla fine, resta addosso più per le sue immagini e per le sue interpretazioni che per la sua costruzione narrativa. Si esce dalla sala colpiti da singoli momenti, ma con la sensazione di aver perso qualcosa lungo il percorso. Un’opera affascinante e imperfetta, che conferma il talento di Chloe Zhao ma ne evidenzia anche i limiti quando il silenzio prende il sopravvento sulla storia. (The Beatles – Paul Mescal e Joseph Quinn nei (quattro) film di Sam Mendes sui Fab Four?)






