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Il cinema delle piattaforme è in crisi: quando i grandi nomi non bastano per un buon film

Tra i film in streaming, The Electric State è considerabile un insuccesso

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Ok, c’è un problema. E il sintomo è chiaro: pochi stanno sottolineando il problema. L’indifferenza sa essere ancora più grave della critica più accesa, d’altronde. Ciò riguarda ogni ambito, e si connette a un termine chiave che ricorrerà spesso all’interno di questo articolo: rilevanza. E allora andiamo diretti: i film in streaming, pensati per lo streaming perché prodotti e distribuiti dalle piattaforme di streaming, non hanno più rilevanza. Sono diventati invisibili, agli occhi del grande pubblico. Anche quando coinvolgono attori di primissimo piano e autori acclamati, si perdono sempre più tra le innumerevoli proposte di cataloghi sempre più ampi, vittime di logiche algoritmiche che scommettono su un gran numero di prodotti, li fagocitano e poi li confinano presto all’oblio. E allora sì, c’è un problema. Un problema che è arrivato il momento di evidenziare come tale. Con una domanda, su tutte: cosa sta andando storto?

Perché le piattaforme continuano a investire tanti soldi sui film in streaming destinati all’esclusiva, senza riuscire a intercettare il pubblico e la critica come erano riusciti a fare nella prima fase? Cosa è cambiato, davvero?

Già, cosa è cambiato. Perché questa storia non è stata così fin dall’inizio. Seppure le piattaforme di streaming si siano imposte all’attenzione generale in un ambito prevalentemente seriale, anche il cinema era stato coinvolto nel processo di transizione della nuova era televisiva. Dalla sala allo schermo casalingo, all’interno di un processo che sembrava poter mettere in discussione il già precario sistema di fruizione tradizionale dei film. La pandemia pareva aver messo l’ultimo chiodo sulla bara: costretti al lockdown, le sale si erano inevitabilmente svuotate e parevano non avere la forza necessaria per riportarsi al centro della nostra attenzione. Per qualcuno era arrivata la morte del cinema, per qualcun altro un nuovo inizio: in ogni caso, sembrava essere un processo irreversibile.

Come ci insegna la breve ma intensa storia dello streaming televisivo, tuttavia, niente è definitivo in questo mondo. Affatto. E ogni considerazione polarizzante a riguardo rischia di essere pretestuosa se non addirittura fuorviante. Ciò nonostante sembrava essersi ormai creata una comunione d’intenti tra il pubblico, più comodo a casa e con costi nettamente inferiori, e la critica.

Una critica che ben presto ha accreditato le piattaforme nel salotto buono del cinema: sempre con un velo di spocchia e con una certa diffidenza, ma il salotto buono era ormai occupato.

Roma di Alfonso Cuaron
Credits: Netflix

Storia di pochi anni fa: Netflix, in particolare, aveva conquistato una centralità notevole anche agli Oscar, in un mondo tradizionalista che tuttavia aveva colto l’urgenza dell’evoluzione dei tempi. Una presa d’atto che non poteva conoscere alternative, se si coinvolgono autori del calibro di Scorsese, Cuarón, Baumbach o Campion. La piattaforma ha conquistato negli anni 26 statuette, 18 delle quali arrivate con titoli originali.

Menzioniamo in tal senso Roma, trionfatore in tre categorie nel 2019 (tra cui il Miglior film straniero), e i successi tra il 2020 e il 2021 di Marriage Story, American Factory, Mank, Ma Rainey’s Black Bottom e The Power of the Dog. Sono dati notevoli, concentrati in soli sette anni. Con punte dell’iceberg che si protraggono fino al 2025, grazie ai due Oscar di Emilia Pérez, film che alla vigilia aveva mostrato potenzialità ben superiori. È però tra il 2018 e il 2022 che si può riscontrare un investimento sull’autorialità più marcato.

Non erano state da meno le altre, con risultati singoli se possibile ancora più notevoli: Prime Video, per esempio, aveva conquistato nel 2017 due Oscar pesantissimi con Manchester by the Sea (Attore protagonista e Sceneggiatura originale). Non male anche The Salesman (di Asghar Farhadi) trionfatore come Miglior film straniero.

Ancora meglio Apple TV+, col quale chiudiamo il “flashback” sulla prima fase dei film concepiti per lo streaming e distribuiti in streaming: nel 2022, infatti, conquistò il premio più ambito, quello dedicato al Miglior film, con il sorprendente CODA.

La scalata sembrava ormai inarrestabile: non solo le piattaforme avevano conquistato i salotti buoni, ma avevano finito addirittura per dominarli. Al contrario, tuttavia, da lì in poi si è entrati in una fase diversa: una fase in cui le sale hanno dimostrato di poter essere ancora rilevanti, e lo straordinario 2023 del Barbenheimer lo certifica. Una rilevanza tuttavia episodica, purtroppo. Che condivide alcune motivazioni con quanto si dirà sull’involuzione dei film pensati per lo streaming.

Arriviamo allora al punto: cosa è successo?

Negli ultimi anni, infatti, sta succedendo ai film in streaming quello che sta succedendo anche alle serie tv: stanno traendo le lezioni più infelici dall’evoluzione del cinema nel suo complesso. Meno autorialità, più franchise. Minor complessità, più immediatezza: un passaggio alle logiche algoritmiche da blockbuster, già ampiamente visto in sala nell’ultimo ventennio. E le prospettive del futuro prossimo vanno ancora in quella direzione: la strada generalista, assecondata da un numero inferiore di produzioni, sarà ancora la prediletta. Al contrario, le piattaforme erano state, in una prima fase, il rifugio felice per il cinema “alto”, quello che rimane e sa essere rilevante negli anni: poi, però, si è passati a un modello industriale sempre più connesso ai numeri del breve periodo e sempre meno a una visione globale che sappia dare il giusto spazio alle singole produzioni.

Si generalizza, ma non troppo. Potremmo sì parlare del già citato Emilia Pérez o di Maestro, per esempio, ma è evidente che negli ultimi anni sono proliferati anche in streaming i prodotti di facile consumo, i cheeseburger del cinema. Spesso lanciati con grandi nomi, i grandi nomi sono foglie di fico che celano la scarsa memorabilità delle opere in questione.

The Electric State è uno dei film più visti della settimana
Credits: Netflix

Facciamo due esempi su tutti, entrambi del 2025: The Electric State e Fountain of Youth, prodotti e distribuiti rispettivamente da Netflix ed Apple TV+. Quanti ricordano il primo? Quanti hanno mai sentito nominare il secondo? Parliamo di due film usciti negli ultimi mesi, con investimenti davvero notevoli: The Electric State, firmato dai fratelli Russo e con protagonista Millie Bobby Brown, è costato tra i 300 e i 320 milioni di dollari, facendone il film col maggiore budget nella storia della piattaforma.

Risultato? Un film stroncato dalla critica – quasi un eufemismo – e dal pubblico.

Dopo un buon esordio nel primo weekend, il film è sparito rapidamente dai radar ed è caduto nel dimenticatoio. Tutto ciò, per 300 milioni di euro. E con nomi d’alto profilo coinvolti. Per intenderci; 25 milioni di visualizzazioni in tre giorni non sono pochi, ma Don’t Look Up nel 2021 ne aveva totalizzati 152 milioni nella prima settimana. E tutti ne parlavano.

Nathalie Portman in una scena di Fountain of Youth, film in streaming per Apple TV+
Credits: Apple TV+

Non meglio il secondo: Apple TV+ è un alfiere della qualità nel campo delle serie tv, ma nel campo cinematografico ci siamo ritrovati con una sorta di Indiana Jones che non ce l’ha fatta (né ci ha manco provato). Costato tra i 100 e i 120 milioni di euro, vanta nel cast nomi del calibro di John Krasinski, Natalie Portman ed Eiza Gonzalez. Per non parlare dell’autore, tra i più influenti attualmente in circolazione: Guy Ritchie. Peccato molti l’abbiano definito “uno dei suoi peggiori film”.

Il punteggio su Rotten Tomatoes è al 36% con molte recensioni che lo definiscono “banale”, “visivamente elegante ma narrativamente vuoto”. Vorremmo parlare pure dei numeri, ma chi lo conosce: non si sa niente. Il solo fatto che il film sia sparito quasi subito dall’homepage, tuttavia, è un chiaro segnale del fatto che il film non sia stato visto granché, né tantomeno apprezzato.

Non va meglio alle altre.

Se da un lato abbiamo Netflix che riduce il numero di autori e scommette prevalentemente su un intrattenimento di medio livello (action, rom-com, sci-fi con star) ed Apple che si concentra su film spettacolari, ma spesso freddi, Prime Video è sempre più dispersiva, punta sulla quantità e su contenuti localizzati, perdendo centralità nel discorso critico. Ciò funziona e non funziona sul piano dei gelidi dati – e sono più le volte in cui la resa è insoddisfacente anche da quel punto di vista – ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: abbiamo a che fare con meteore cinematografiche che si spengono appena accese, dopo pochi giorni. Il tempo di un weekend, o poco più.

Gran parte dei film manca di una cosa: personalità. L’algoritmo sembra produrre storie “di plastica” con sceneggiature derivative, regie piatte, fotografia indistinguibile, e nessuna urgenza narrativa. Il risultato? Prodotti indistinti, consumati più come “contenuti” che come opere cinematografiche.

Stiamo esagerando? No, la tendenza dei film in streaming è quella: il cinema di facile consumo sta dominando la scena, e rischia di portare con sé anche i film migliori.

La qualità dei film proposti, d’altronde, è solo una delle questioni in ballo. Al centro del discorso c’è infatti un altro punto fondamentale: la capacità di promuovere le pellicole nel miglior modo possibile. Entrare nel dibattito pubblico, davvero. Offrire un rilievo socioculturale alle operazioni cinematografiche, generare l’urgenza e trasformarlo in un fenomeno. In poche parole, creare hype. Vale su ogni fronte: è un problema di interazione con la critica almeno quanto lo è col pubblico. La strategia commerciale potrebbe decidere di rinunciare a uno dei due fattori, legittimamente. Quando si rinuncia a entrambi, tuttavia, l’invisibilità è una naturale conseguenza.

I film pensati per lo streaming non sono discussi, in alcun modo. Non lo sono dopo, e non lo sono neanche prima e durante: le campagne social sono spesso insoddisfacenti, così come autori e attori non si spendono come un tempo in interviste e operazioni di promozione di vario tipo. È un po’ come se il sistema si fosse alienato dal pubblico, evitando un contatto diretto fondamentale su più fronti.

Anche quando i film meriterebbero un rilievo diverso, si abbandonano alle logiche algoritmiche: da un modello di cinema “curato” e festivaliero, pensato per essere celebrato, presentato, spiegato e vissuto ancora prima della visione, si è arrivati a un modello di cinema “consumabile”, pensato per essere cliccato. Un cinema, in tanti casi, slegato da una visione globale e affidato alla fallibilità di comparti che paiono non comunicare a sufficienza tra loro.

Un tempo, Roma apriva Venezia e Marriage Story faceva impazzire il TIFF. Oggi, The Electric State viene rilasciato su Netflix a sorpresa, senza passare da alcun festival. Non è un caso: i film da piattaforma stanno saltando i riti di legittimazione culturale. E quando non passi da lì, è difficile che qualcuno ti prenda sul serio.

Poi è chiaro: anche il pubblico ha delle responsabilità a riguardo. Lo spettatore da piattaforma si è abituato a consumare un film come se fosse l’episodio pilota di una cosa che non proseguirà mai. L’attenzione è bassa, l’aspettativa minima, il coinvolgimento scarso. Anche il migliore dei film, in quel contesto, diventa un contenuto muto. Proprio per questo, andrebbe stimolato maggiormente. Guidato, portato dentro. Convincerlo all’idea che un’esperienza cinematografica possa ancora essere davvero appagante. Quella necessità, però, pare non essere più prioritaria.

Il problema attuale dei film in streaming sembra un’evoluzione regressiva, non un errore di partenza. Le piattaforme, oggi, non sembrano più interessate alla costruzione di un vero “canone” cinematografico, quanto piuttosto a riempire cataloghi con contenuti “scalabili” e a breve scadenza.

Barbie, film evento del 2023
Barbie

Come si può pensare di creare un vero evento? Perché di questo si parla: la rilevanza non è indotta solo dalla qualità di un film – spesso insoddisfacente, ma non sempre – ma anche dalla capacità di creargli intorno uno storytelling convincente che lo apra al mondo, senza confinarlo in una prigione dorata in cui soffoca rapidamente. Nemmeno il flop virale riesce a toccarli: non li si discute, non li si memeifica, non si fa neanche il gioco del “film brutto dell’anno”. Se ne dimentica prima ancora di potersene lamentare.

Ciò vale per i film in streaming, vittime e carnefici di un sistema ibrido in cui manca una visione davvero personale del mezzo e ci si limita a inseguire pigramente il trend del momento, ma è spesso valido anche per la sala. La sala, tuttavia, ha dalla sua una funzione industriale e sociale ancora fondamentale, ed è il fulcro di un’esposizione che si costruisce nel tempo, prima, durante e dopo la messa in onda. Il cinema, quello vero che rimane nel tempo, è figlio di un incontro. È l’ossigeno che può dare respiro a una pellicola e a una qualunque opera d’arte più o meno valida.

La lezione di Barbienheimer è rimasta inascoltata: si pensava che potesse aver “salvato il cinema”, ma a distanza di due anni si può affermare che sia stato un caso isolato.

Non si genera attesa, non c’è fidelizzazione, il tempo di esposizione è ridotto a pochi giorni: la crisi, allora, diventa una naturale conseguenza. Anche quando genera indotti, non è al centro del dibattito. E quando è così, semplicemente scompare.

È una riflessione caustica, ma è figlia dell’amore per il cinema. Avremmo voglia di storie che non sappiano solo intrattenere per un’ora e mezzo, ma che assumano un ruolo nelle nostre vite. I film che hanno fatto la storia del cinema hanno fatto anche la storia di un decennio, se non addirittura di un secolo: è vero che la fruizione generalista è imprescindibile, soprattutto in una fase storica caratterizzata dalla spending review e dall’incapacità sistemica di poter scommettere su una linea più audace che restituisca una dimensione convintamente artistica alla settima arte, ma è legittimo aspettarsi comunque qualcosa in più. In sala e fuori dalla sala. Fuori e dentro l’homepage della piattaforma del momento.

Si può fare, si deve fare. Perché il problema non è più la carenza di capolavori immortali: è la carenza di film che possano interessare davvero a qualcuno. E una vita senza film che ci parlano davvero è più piena di contenuti, ma non di emozioni autentiche.

Antonio Casu