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10 film non italiani da vedere per forza almeno una volta nella vita

Una scena tratta dal film Il treno per il Darjeeling, un film da vedere una volta nella vita

Ci sono film da vedere che vanno visti per davvero, in un modo o nell’altro. In un momento o nell’altro della vita, che sia in una serata solitaria o in una domenica sotto il piumone con la propria anima gemella. Con amici, se preferite. Preferibilmente, su uno schermo bello grande. Per immergersi nella magia del cinema, quello vero. Il cinema d’autore che valica i confini del tempo e ci restituisce oggi e per sempre il ritratto della settima arte nella sua massima espressione.

Insomma, l’avete capito: oggi si parla di grandi film. Film d’autore firmati da registi che hanno segnato la storia del cinema con racconti unici e con l’occhio peculiare dell’artista visionario. Ma non aspettatevi i soliti titoli, non stavolta: la selezione odierna di film da vedere non riguarda le migliori opere nella storia del cinema, non in senso assoluto. Soggettivamente parlando, alcuni di questi potrebbero tranquillamente rientrare, ma l’intento non è quello di elaborare una classifica: sarebbe pressoché impossibile, o comunque è un tema destinato ad altre sedi.

Così come avevamo già fatto in precedenza coi film italiani da vedere una volta nella vita (è un pezzo recente e lo trovate qui), abbiamo selezionato alcune opere di primo piano di registi di primissimo piano. Non i film più conosciuti dal pubblico di massa, ma quelli che vengono appena dietro, pur meritando le luci della ribalta almeno quanto le opere più mainstream.

Iniziamo? Abbiamo tanti bei film da vedere insieme.


Film da vedere – Zelig (1983)

Una scena tratta dal film Zelig, un film da vedere una volta nella vita
  • Diretto da Woody Allen
  • Non disponibile in streaming.

Iniziamo la nostra selezione di film d’autore da vedere con uno degli autori viventi più importanti in assoluto: Woody Allen. Il cineasta newyorkese, nel 1983, tirò fuori un film dall’inquietante contemporaneità. Un film iconico, oggi meno ricordato dalle generazioni più giovani. Parliamo di Zelig, pellicola nella quale l’autore affrontò con grande efficacia un tema a cui tiene parecchio da sempre: il conformismo. Il film, prettamente comico, racconta la storia di un uomo affetto da una sindrome piuttosto particolare: si adatta perfettamente alle caratteristiche psicosomatiche di chiunque si trovi di fronte. Un camaleonte, vero e proprio. Con una tendenza che lo porta a una deriva insostenibile. Girato come se fosse una sorta di mockumentary degli anni Venti-Trenta, il film ebbe al tempo un successo notevole. Non all’altezza dei titoli più noti di Woody Allen, ma comunque rimarchevole.

L’autore, peraltro, ha ispirato col suo film il nome di una sindrome realmente esistente, per l’appunto la Sindrome di Zelig, e ha segnato un’epoca con la parodia caustica di una società in cui l’omologazione è ormai un perno ingestibile. Ieri come oggi: Woody Allen ha in qualche modo messo in scena anche il nostro, di mondo. L’immagine riflessa di un modello che svuota d’ogni personalità è, d’altronde, un fattore chiave per leggere la crisi identitaria del nostro tempo.

Bruno Bettelheim, un noto psicanalista (peraltro presente all’interno del film), descrisse così il protagonista della pellicola: “Se Zelig fosse psicotico o solo estremamente nevrotico, era un problema che noi medici discutevamo in continuazione. Personalmente mi sembrava che i suoi stati d’animo non fossero poi così diversi dalla norma, forse quelli di una persona normale, ben equilibrata e inserita, solo portata all’eccesso estremo. Mi pareva che in fondo si potesse considerare il conformista per antonomasia”.

Orizzonti di Gloria (1957)

Una scena tratta dal film Orizzonti di Gloria, un film da vedere assolutamente

“Ha un’economia espressiva quasi brutale; è uno dei pochi film narrativi in cui senti la rabbia nel racconto. (…) Kubrick e il suo direttore della fotografia, George Krause, usano una messa a fuoco nitida e profonda per ogni inquadratura. Non esiste una singola inquadratura composta solo per bellezza; lo stile visivo del film è da guardare, e attentamente. Kirk Douglas (…) contiene la maggior parte dell’emozione del suo personaggio. Quando è arrabbiato lo sappiamo, ma rimane nei limiti senza esagerare”.

Roger Ebert, uno dei più importanti critici cinematografici statunitensi di sempre, descrisse così nel 2005 Orizzonti di Gloria, uno dei primi film di un uomo che ha incarnato l’essenza del cinema quanto pochi altri: Stanley Kubrick. Ambientato nel corso della Prima Guerra Mondiale, il film è incentrato sulla figura del colonnello Dax, un ufficiale francese che si assume la responsabilità di fermare un attacco suicida che avrebbe ucciso tutti. Accusato di codardia, l’uomo è costretto a difendersi di fronte alla corte marziale e deve scongiurare la possibilità di subire la massima pena.

Kubrick ha così dato vita a un racconto caustico e impegnativo, controverso al punto da esser stato vietato in Francia per la bellezza di diciotto anni. Anti-bellicista, si distingue per una regia in cui Kubrick mostra già una notevole maturità espressiva, per il coraggio nella trattazione di temi delicati e per un finale sconvolgente da mostrare nelle migliori scuole di sceneggiatura. Un film da vedere, assolutamente. Anche a distanza di oltre sessant’anni, per l’attualità di certe considerazioni.

Film da vedere – Il treno per il Darjeeling (2007)

  • Diretto da Wes Anderson
  • Disponibile su Disney+ e TimVision.

Salto in avanti nettissimo, per dare spazio a uno dei film da vedere più recenti tra quelli che stiamo prendendo in esame all’interno della nostra rassegna. Da Stanley Kubrick si passa così a uno dei maestri dell’estetica del nostro tempo. Un’estetica un bel po’ retrò ma allo stesso tempo ultra-modernista, attenta alla classicità almeno quanto all’elaborazione di nuovi stilemi visivi. Si parla di Wes Anderson, e di uno dei film che l’hanno portato all’attenzione della critica e del pubblico con la resa migliore, chiudendo per molti versi la prima fase della sua fortunatissima filmografia. Il treno per il Darjeeling, film del 2007, è una storia in cui i temi, le ricorrenze e l’estetica dell’autore si palesano all’interno di una storia scritta e messa in scena con un amore vivido per il grande schermo.

La storia è quella di un viaggio tra le terre meno conosciute dell’India, in compagnia di un trio di stelle che ricorre spessissimo all’interno dei suoi film: l’immancabile Owen Wilson, l’onnipresente Jason Schwartzman e l’altrettanto irrinunciabile Adrien Brody. Il film è una dramedy purissima e si caratterizza per un’ironia peculiare che non sminuisce mai la tensione emotiva che emerge dalle complesse dinamiche familiari in cui si ritrovano i tre protagonisti.

Un film notevole da vedere assolutamente. Non premiato granché dal pubblico (anche se le fortune successive di Anderson hanno portato a una progressiva valorizzazione postuma della pellicola) ma apprezzatissimo dalla critica.

Tra i premi vinti, anche il Leoncino d’oro, vinto a Venezia nel 2007. Con questa motivazione: “Per aver affrontato con originalità, leggerezza ed ironia temi complessi quali i rapporti familiari, il viaggio come metafora di crescita individuale, il bisogno di riflessione e di distacco dalla realtà frenetica del mondo occidentale. Per la brillante interpretazione degli attori, per l’accuratezza e la raffinatezza delle immagini resa attraverso un montaggio efficace e puntuale, per aver creato un mondo unico capace di coinvolgere ed emozionare, offrendo più piani di lettura tali da soddisfare diverse fasce di spettatori”.

Wes Anderson, d’altronde, lascia sempre il segno.

Jackie Brown (1997)

Una scena tratta da un film da vedere assolutamente, Jackie Brown
  • Diretto da Quentin Tarantino.
  • Disponibile su Netflix e MGM+.

Altro film da vedere. Un film di Quentin Tarantino, il più snobbato della sua ricchissima filmografia. Un peccato, assoluto: Jackie Brown, osannato da una folta schiera di fan che ne evidenzia (giustamente) il grande valore, sta invecchiando benissimo ma non ha mai avuto il gigantesco richiamo mediatico che hanno avuto tutti gli altri film dell’autore. Terzo titolo di Tarantino in ordine temporale, ebbe il solo limite di arrivare dopo gli inarrivabili Le Iene e Pulp Fiction. Questo finì per portare il film a valutazioni del tutto errate, sia da parte della critica che del pubblico.

Quando uscì, spiazzò un po’ tutti: la regia di Tarantino, meno esplosiva del solito, è qui improntata su uno stile più classico, ma non per questo meno ricercato e creativo. I risultati del botteghino, tuttavia, parlarono chiaro: non un fallimento totale, ma quasi. Un caso isolato, comunque, all’interno della sua carriera. Il tempo, però, sembra essere molto generoso nei confronti di Jackie Brown: da film incompreso è diventato film feticcio, riportato in voga negli ultimi anni con un’aura fortunatamente ritrovata. I passaggi a vuoto del film, tuttavia, condizionarono la carriera del regista. Dopo Jackie Brown, infatti, si fermò per addirittura sei anni, tornando poi nel 2003 con l’acclamatissimo Kill Bill.

Comunque, il mensile Movie Insider lo ha inserito nel suo elenco dei 100 film che meritano maggior amore. Noi, per il momento, ci accontentiamo di inserirlo tra i dieci film non italiani da vedere almeno una volta nella vita. Altro che film fallimentare.

Film da vedere – Memento (2000)

Una scena tratta al film Memento, un film da vedere assolutamente
  • Diretto da Christopher Nolan
  • Indisponibile in streaming

Tre anni dopo Jackie Brown, abbiamo assistito all’avvento cinematografico di uno degli autori più influenti dei ultimi venticinque anni: Christopher Nolan. Il film, in realtà, non è il suo primo lungometraggio (prima di Memento ci fu Following nel 1998, da noi recensito così), ma è quello che l’ha consacrato definitivamente. Acclamato dalla critica, al punto da aver portato il film a ottenere due candidature ai premi Oscar del 2002 (per la migliore sceneggiatura originale, per la quale fu candidato in tandem col fratello Jonathan, e per il miglior montaggio), ha vissuto una parabola piuttosto associabile a quella già esposta a proposito di Jackie Brown.

Al tempo dell’uscita, infatti, non ottenne grandi numeri al botteghino, salvo poi essere riscoperto nel tempo anche grazie alla fama consolidata di Nolan. Wikipedia lo definisce un classico “mindfu*k” degli anni Novanta e Duemila, e non è difficile comprendere il motivo: il film, articolato su un montaggio vorticoso e una trama molto complessa, è a tratti inaccessibile, ma è innegabile il suo fascino. La complessità di Memento, tratto da un racconto di Jonathan Nolan poi pubblicato dopo il film, non è mai fine a sé: è parte di un raffinato mosaico che si districa davvero solo attraverso visioni multiple (e attente, molto attente).

Nolan, in fondo, è sempre così: non nasce per essere un autore immediato, ma emerge a posteriori dopo aver incantato con una suggestione. Anche questa, talvolta, sa essere una delle magie predilette del cinema. Su IMDb, per esempio, ha un voto di 8,5 su 10: abbastanza alto, ma non quanto il film giustificherebbe. Date tempo al tempo: tra qualche anno capiremo di aver avuto di fronte “un vero dieci” .

L’infernale Quinlan (1958)

  • Diretto da Orson Welles
  • Disponibile su Apple Tv+ e Amazon (a noleggio o in vendita).

Non conoscete Orson Welles, se non di nome? Andate a scoprirlo. Lo conoscete? Sapete quanto abbia saputo essere un regista visionario, capace di riscrivere i canoni della settima arte con un gusto ancora oggi attuale. Lo sa bene chi si è ritrovato a studiarne e analizzarne le tecniche espressive per uno o più esami universitari, visto che non si può prescindere da lui in alcun modo. Ma spesso il titolo preso in esame è uno, su tutti: Quarto Potere. Imprescindibile, sovversivo e chiave di volta del cinema nei decenni successivi alla sua uscita, ma Orson Welles non si fermò certo lì. Tra i titoli meno ricordati (almeno oggi, sia chiaro), non possiamo non menzionare L’infernale Quinlan.

Il film, del 1958, presenta un Orson Welles piuttosto maturo sia in cabina di regia che nei panni del celebre protagonista, considerato uno dei migliori personaggi nella storia del cinema da innumerevoli critici. E a proposito di temi d’analisi per chiunque studia cinema, la scena d’apertura del film è semplicemente memorabile. Un piano sequenza girato e sviluppato con raro controllo del mezzo, figlio di chiavi espressive del tutto innovative e avanti sui tempi di diversi decenni. Un incipit immersivo che coinvolge visceralmente gli spettatori all’interno di un noir raffinato ed eclettico, da vedere con trasporto dall’inizio alla fine. Un film da vedere assolutamente, perché Orson Welles non è solo Quarto Potere. È anche l’autore che ha fatto di un film poco ambizioso (così, almeno, si era presentato nelle premesse) un vero e proprio capolavoro.

Film da vedere – Luci della ribalta (1952)

Una scena tratta dal film Luci della ribalta
  • Diretto da Charlie Chaplin
  • Indisponibile in streaming

L’ultimo Charlie Chaplin, secondo qualcuno. Anche se in realtà è il terzultimo film del grande autore britannico. Tuttavia, è innegabile che Luci della ribalta sia un testamento artistico e spirituale del regista, pur essendo arrivato molti anni prima del suo atto conclusivo. Film per certi versi autobiografico (anche se sarà lo stesso Chaplin a negarlo, puntando su altri riferimenti), visse una storia molto particolare. Fu infatti, il primo film vincitore di un Oscar che ottenne il riconoscimento retroattivamente, vent’anni dopo la sua uscita. Ciò si lega alla biografia di Chaplin, avversato dal maccartismo e per questo allontanato dagli Stati Uniti. Luci della ribalta, per questo, fu vietato negli Stati Uniti per due decenni, fino al ritorno trionfale dei primi anni Settanta.

Quando ritrovò le sue di luci della ribalta, tuttavia, il film seppe mostrare al mondo tutto l’intenso talento di un artista straordinario che aveva ancora tanto da raccontare anche nell’ultima fase della sua straordinaria carriera.

Luci della ribalta, pur non toccando i picchi inarrivabili di Tempi Moderni o de Il Grande Dittatore, è una pellicola in cui Charlie Chaplin mette in gioco se stesso con una forza inedita e un ritrovato entusiasmo.

Secondo i testimoni dell’epoca, pensava sarebbe stato il suo ultimo film, ma per fortuna non fu così. Il mondo ebbe così l’opportunità di aggrapparsi ancora alle sue maschere e alla sua malinconia ilare, combinando la comicità con la tragedia attraverso un linguaggio e un’espressività dal fortissimo valore empatico.

Il film, peraltro, fu l’unica occasione per vedere in scena insieme due dei più grandi artisti cinematografici di tutti i tempi: Charlie Chaplin, infatti, riuscì a coinvolgere Buster Keaton all’interno del progetto. Due attori in declino, ma non per questo privati di una grande storia da vivere e da raccontare. Insomma, Luci della ribalta è un film da vedere assolutamente. Per il suo valore artistico, ma anche solo per riconciliarsi con l’umanità: il grande punto di forza di Chaplin, in fondo, fu proprio quello.

Film da vedere – L’ultimo metrò (1980)

Una scena tratta da L'ultimo metrò
  • Diretto da Francois Truffaut
  • Indisponibile in streaming

L’arte come mezzo di liberazione dai grandi mali dell’umanità. Un grande dramma ambientato nel corso della Seconda Guerra Mondiale, raccontato attraverso un sapiente utilizzo dell’ironia. No, non stiamo parlando ancora di Charlie Chaplin, ma siamo passati a un autore profondamente diverso: Francois Truffaut. L’autore transalpino, qui impegnato col terzultimo film della sua carriera (morirà nel 1984, a soli 52 anni), realizza così un vero e proprio atto d’amore nei confronti dell’arte. E in particolare del teatro, ultimo baluardo all’interno di un contesto che sembrava aver distrutto ogni forma di speranza. Il teatro come atto d’amore e di bellezza, attraverso l’intensa storia di due protagonisti che trovano il modo per ritagliarsi un piccolo posto al sole (o meglio, dovremmo parlare di luna) mentre il mondo brucia.

Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla morte“: questa è una delle citazioni più celebri de L’ultimo metrò, e rappresenta la sintesi ideale del film stesso. Laddove la felicità non è più un’opzione per i più, l’arte crea un rifugio e genera amore. Francois Truffaut ha dato vita all’ennesimo capolavoro di una carriera densa di grandi titoli, arrivando alla conquista di dieci premi César (gli Oscar francesi, per intenderci) e una candidatura agli Oscar statunitensi. Secondo atto della trilogia dedicata al mondo dello spettacolo, è purtroppo l’ultimo in tal senso: il terzo, infatti, non fu mai realizzato. Un film da vedere, anche per riscoprire la poetica di un grande autore che le nuove generazioni stanno dimenticando.

Non è un paese per vecchi (2007)

Una scena tratta dal film Non è un paese per vecchi
  • Diretto dai fratelli Coen
  • Disponibile su Paramount+

Sarebbe sufficiente dare un’occhiata ai candidati e ai vincitori degli Oscar del 2008 per considerarlo un film da vedere assolutamente almeno una volta nella vita. Quattro, infatti, i premi vinti. Oltretutto, in categorie piuttosto prestigiose: miglior film, miglior regista, miglior attore non protagonista (vinto da Javier Bardem) e migliore sceneggiatura non originale. Insomma, Non è un paese per vecchi, realizzato dai fratelli Coen, è un film davvero speciale.

Giusto per dare un’idea della trama, riportiamo una breve presentazione del romanzo omonimo da cui è tratto, pubblicata sul proprio sito da Einaudi: “Nel Texas dei nostri giorni, lungo il confine con il Messico, si incrociano i destini di tre uomini. Uno di loro sta fuggendo con una borsa piena di dollari, gli altri due lo inseguono. Due sono ancora legati ai vecchi valori della frontiera, il terzo incarna il male assoluto che distrugge ogni cosa sul suo cammino. Tutti agiscono spinti da una necessità ineluttabile, da leggi che nessuno ha il potere di cambiare, in un mondo dove solo gli spietati sopravvivono e dove si può scegliere soltanto «in quale ordine abbandonare la propria vita”.

Grazie a Non è un paese per vecchi, i fratelli Coen hanno toccato uno dei punti più alti della loro fantastica carriera. Seppure non arrivi ai picchi di iconicità di Fargo o del Grande Lebowski, è da diversi punti di vista la loro pellicola più completa. Una pellicola matura e realizzata col gusto peculiare che li contraddistingue da sempre, regalandoci un caposaldo cinematografico dell’ultimo ventennio. Critica e pubblico sono d’accordo, in questo caso: questo è un film da vedere, assolutamente.

Film da vedere – L’ultima tentazione di Cristo (1988)

una scena tratta dal film L'ultima tentazione di Cristo
  • Diretto da Martin Scorsese
  • Disponibile su Apple Tv+ e Amazon (a noleggio o in vendita).

Chiudiamo il cerchio con quello che rappresenta senz’altro il film più controverso di Martin Scorsese. Il più controverso, nonché uno dei più complessi da realizzare e tra quelli più dimenticati del regista. Il tema, d’altronde, è quello che è: il regista, al lavoro per almeno un lustro su una pellicola che incontrò problemi d’ogni tipo, ha riletto la figura di Gesù attraverso una chiave innovativa che molti non apprezzarono. Stiamo utilizzando degli eufemismi, perché L’ultima tentazione di Cristo fu bersagliato dalle polemiche e dai tentativi di boicottaggio per oltre un lustro ed è, ancora oggi, oggetto di discussioni accese. Secondo i detrattori, presenta una versione “negativa” del Messia, secondo chi l’ha apprezzato viene esposta una rilettura audace e artisticamente valida. Al di là delle prospettive, è un film da vedere assolutamente. Anche solo per curiosità, al di là di ogni punto di vista.

L’ultima tentazione di Cristo è l’opportunità per vedere uno degli Scorsese più ispirati della sua incredibile carriera, presenta una meravigliosa colonna sonora (firmata da Peter Gabriel) e rappresenta uno spunto per affrontare una grande storia che tutti conosciamo attraverso un punto di vista unico e inimitabile. Si potrà apprezzarlo o meno, ed è inevitabile che sia così. Ma non sarà tempo perso a prescindere.

Il film, peraltro, raccolse diversi riconoscimenti di rilievo: Martin Scorsese fu candidato agli Oscar come miglior regista, certificando l’ottimo livello della pellicola. E fu candidato a due Golden Globe, vincendo un premio anche al Festival di Venezia (il Filmcritica “Bastone Bianco”).

In Italia e all’estero, tuttavia, il film non ha mai avuto vita facile: a 36 anni dall’uscita in sala, il film continua a incontrare più di una resistenza e non ha mai avuto grande spazio mediatico. Considerato dai più critici il peggior film del regista, mette in luce il suo coraggio espressivo.