5. Brazil: il film che richiama la distopia di Orwell

Nel campo della distopia esiste con tutta probabilità un modello principe: il 1984 di George Orwell. Capolavoro assoluto della letteratura, questo romanzo ha ispirato una marea di produzioni, tanto letterarie quanto cinematografiche, tra cui troviamo proprio Brazil. Pellicola datata 1985, realizzata da Terry Gilliam, Brazil è diventato un cult di fantascienza per diversi motivi. L’evidente richiamo a Orwell, declinato in maniera davvero interessante aggiungendo alla cupezza del racconto un’ironia grottesca che ha aumentato la surrealità di tutta la cornice. E poi anche la travagliata genesi del film, con Gilliam che ha dovuto lottare contro la produzione per preservare le proprie idee, rendendo così Brazil secondo molti un vero e proprio inno alla resistenza artistica.
Il film prende da 1984 la genesi di un futuro tetro, segnato da una burocrazia opprimente e da una sorveglianza totale. Se conoscete il classico letterario, non farete fatica a immaginarvi il mondo descritto da Gilliam. E oggi pensare a una realtà del genere fa parecchio discutere, perché proprio il tema della sorveglianza è di estrema – e preoccupante – attualità.
Pensiamo soltanto a uno degli avvenimenti più famosi degli ultimi tempi, il caso Paragon. Comprendiamo come il tema del rispetto dei confini personali sia di un’urgenza assoluta. Il mondo si è ormai avviato verso una digitalizzazione totale, capace di abbattere le distanze, ma anche di ridurre gli spazi personali. Il trattamento dei dati personali online è un altro tema scottante, così come il tracciamento delle abitudini degli utenti. Insomma, nel mondo digitale la sorveglianza è quasi totale e film come Brazil, che mostrano gli effetti di un controllo pervasivo anche nella vita reale, fanno parecchio riflettere.
6. RoboCop: la distruzione come cifra della distopia

Procediamo ora con un altro classico della fantascienza che racchiude in se alcune delle riflessioni che abbiamo fatto sinora. In RoboCop – pellicola del 1987 diretta da Paul Verhoeven, assistiamo alla creazione di un futuro distopico segnato dal degrado e dal crimine, in cui le forze di polizia sono privatizzate da una multinazionale che cerca di creare il perfetto agente di polizia. Veniamo subito a due temi che calzano perfettamente con la lettura del futuro che stiamo mettendo al centro di questo articolo.
Intanto c’è proprio il RoboCop, ovvero l’ibrido uomo-macchina creato dal cadavere dell’agente Alex Murphy. La realizzazione di questo ibrido mette in scena un feroce dissidio proprio tra l’uomo e la macchina, perché la coscienza di Murphy riesce progressivamente a farsi strada in RoboCop. Il conflitto, cifra concettuale di gran parte della produzione fantascientifica, viene qui portato a un livello che noi conosciamo benissimo. Quello tra l’uomo e la macchina. E nel film di Verhoeven prende una piega particolarmente violenta e brutale.
E proprio questo è l’altro tema caldo di RoboCop. La violenza dilagante. L’abbrutimento della cornice urbana, che ha perso ormai ogni suo aspetto di umanità. Il degrado delle città, in particolare modo quello delle periferie, è un tema estremamente attuale, che si riflette sicuramente in tutti quei film che, come RoboCop, teorizzano una sorta di caduta delle grandi città. Il film di Verhoeven riesce a farsi portavoce di alcuni timori che, avvertiti nel 1987, sono oggi ancora più reali ed evidenti. Una grande capacità di leggere il futuro, con una tetra sfumatura violenta che purtroppo rende ancora più nitida questa lettura.




