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La crisi dei trent’anni. Molti ci passano attraverso senza sapere neppure cosa sia. Senza un equipaggiamento, a fari spenti, procedendo a tentoni. È un senso di smarrimento che ci coglie sul ciglio dell’età adulta, rendendoci insicuri e vulnerabili. Succede quando si avverte per la prima volta sulla propria pelle una discrepanza troppo ampia tra le proprie aspettative e quelle della società nella quale viviamo. Siamo smarriti, sfiduciati, spaventati, disorientati da una realtà che non credevamo così esigente e dispersiva. È una condizione che molti registi hanno provato a immortalare nei loro lavori. Ci sono tanti film da vedere che si sono concentrati sull’argomento.
Cinema e televisione riflettono le angosce e le paure di diverse generazioni, per cui è facile imbattersi in storie che abbiano per protagonisti individui che sono affetti dalla crisi dei trent’anni (anche diverse serie tv hanno raccontato la paura dei trent’anni). Individui che vivono una fase di irrequietezza apparentemente inspiegabile, che non sono soddisfatti e appagati dalle loro vite, che vagheggiano un cambiamento ma poi, quando l’occasione si presenta, restano come paralizzati. Bloccati, immobili, incapaci di assumere decisioni consapevoli. Succede quando si abbandona definitivamente la fase post-adolescenziale e ci si ritrova all’improvviso nel mondo dei grandi. Terminati gli studi, passati i venticinque anni, si inizia a riflettere sulla piega che hanno preso le nostre vite, quelle che guardavamo da lontano quando eravamo assetati di futuro e che adesso non riusciamo a sbloccare.
Vite come quelle dei protagonisti di alcune storie cinematografiche che hanno immortalato questa condizione e ce l’hanno spiegata attraverso il filtro dello schermo. Esistono diversi prodotti televisivi e film da vedere che hanno approfondito l’argomento.
In questo articolo abbiamo selezionato sette titoli che potreste recuperare se vi interessa il tema. Si tratta di film da vedere che hanno per protagonisti giovani tra i venticinque e i trent’anni che avvertono la “pressione sociale” del dover realizzare per forza qualcosa, quasi fossero fuori tempo massimo per salire a bordo del grande treno ad alta velocità che è il mondo. Famiglia, lavoro, stabilità economica ed emotiva sembrano essere delle bandierine che, in un modo o nell’altro, si devono piantare per forza a terra una volta raggiunti i trent’anni. Chi riesce a farlo entro i tempi prestabiliti riceve il pass per entrare in società. Chi è in ritardo, si sente escluso, estromesso, diverso.
Vediamo quindi come queste sette proposte hanno affrontato l’argomento. Si tratta di titoli famosi, ma anche di prodotti quasi sconosciuti al grande pubblico. In ogni caso, sono film da vedere almeno una volta se si è passati attraverso la famosa “crisi dei trent’anni”.
Frances Ha
C’è un film del 2012 che ha provato a raccontare la crisi dei trent’anni. Il film è di Noah Baumbach (che più di recente ha affrontato una tematica simile in Storia di un matrimonio), che ci ha lavorato insieme a Greta Gerwig, la protagonista (che ha ricevuto una candidatura ai Golden Globe per la sua interpretazione). Il suo personaggio è Frances Halladay, un’aspirante ballerina di ventisette anni che vive a Brooklyn. La sua coinquilina è Sophie, la migliore amica. Le due ragazze hanno attraversato insieme la fase di trapasso dal dopo liceo all’età più adulta. A Frances piace la sua vita e non sente l’esigenza di cambiarla. Quando il suo ragazzo le propone di andare a vivere in un appartamento con lui, lei rifiuta perché non vuole lasciare Sophie e rinunciare alla sua vita così com’è.
Poi però le cose cambiano comunque. La vita scorre, i giovani diventano adulti e la realtà bussa alle porte. Sophie si trasferisce in una nuova casa con il suo ragazzo, a Manhattan, facendo il salto di qualità di cui aveva sempre avuto paura e Frances resta a rimettere insieme i pezzi, impelagata nella sua vita che invece resta bloccata. Va a vivere prima con Lev e Benji, due artisti sui coetanei. Poi, non potendo sostenere le spese per l’appartamento, torna dai suoi genitori, dove rientra in contatto con il suo passato. Frances attraversa quella fase della vita in cui, se non si è pronti a stare al passo, si rischia di rimanere immobili. La partenza della sua amica Sophie le fa perdere i punti di riferimento stabili che aveva avuto fino a quel momento.
Lei è andata avanti, Frances resta ferma.
Il film di Baumbach, che ricalca un po’ lo stile della nouvelle vague, punta la telecamera su una protagonista che ha difficoltà a gestire le aspettative contro quella che è la realtà. Vive una fase di disorientamento, perde i suoi punti fermi e si scontra quotidianamente con uno stato di precarietà che abbraccia la sfera lavorativa, ma anche relazionale. La protagonista, non avendo un lavoro stabile, non riesce a pagarsi un appartamento, non riesce a creare delle relazioni durature e continua ad andare avanti per inerzia. Cambia spesso spesso casa, rifiuta lavori stabili nella speranza di poter inseguire il suo sogno. Ma più cresce, più quello di diventare una ballerina professionista diventa un sogno ridicolo, di cui farsi beffe. La realtà sembra reclamare altro, solo che lei non riesce ad arrendersi e guarda tutto scorrere come se niente le appartenesse davvero.
Frances Ha è un film da vedere se vi piacciono le storie di crescita personale e maturazione. La protagonista ha bisogno di questa fase di disorientamento per ricalibrare la propria vita e ripartire da ciò che la rende felice.
Nella parte finale del film, a Frances viene finalmente fatta una proposta che potrebbe aiutarla a realizzare il suo sogno. O quantomeno, a trasformare il suo sogno da ragazzina in benzina per i suoi sogni da adulta. Accettando il lavoro, Frances inizia a realizzare delle coreografie che riscuotono successo e che le garantiscono delle entrate buone per prendersi un appartamento. La scena finale del film, con l’inquadratura che si sposta sul traghettino di casa col suo nome – Frances Ha – stampato sopra, è il simbolo di un riconoscimento che finalmente arriva. Frances Halladay è ormai un adulta. Ha vagato per un po’ nelle acque dell’incertezza, ma da sola ha trovato anche il suo piccolo approdo da cui ripartire. Un film da vedere per chi si è trovato a vivere una fase simile.
La persona peggiore del mondo
Un altro film da vedere che esplora bene la crisi dei trent’anni è La persona peggiore del mondo, che fa parte della cosiddetta “trilogia di Oslo”. Il regista Joachim Trier propone un ritratto generazionale attraverso la figura della protagonista, Julie (Renate Reinsve), che è una ragazza che si trascina avanti senza aver realizzato nessuna delle sue aspirazioni di vita. Julie è pigra, incostante. Aveva ottimi voti a scuola e si è iscritta alla facoltà di Medicina proprio per dare uno sbocco alle sue potenzialità. Solo che una volta diventata una studentessa di Medicina, ha deciso di cambiare facoltà, iscrivendosi a Psicologia perché “è la mente ciò che realmente mi affascina“.
Anche con gli studi di Psicologia non ha avuto però molta costanza. Li ha abbandonati quasi subito, per dedicarsi alla fotografia. Julie è una persona perennemente indecisa, che fa fatica a trovare la propria strada. Così come negli studi, anche nella sfera affettiva la sua vita è un casino. Si innamora di Axel, un fumettista molto più grande di lei che rappresenta tutto ciò che lei non riesce a essere. Julie non riesce ad affermarsi professionalmente ed emotivamente. È come se fosse sempre ferma, sempre bloccata, destinata a una stasi perenne, condannata a non strappare mai il pass per la società.
La persona peggiore del mondo è un film da vedere perché estrapola bene la crisi esistenziale della protagonista senza mai giudicarla.
Julie si sente la persona peggiore del mondo. Avverte che c’è qualcosa di sbagliato nel non riuscire a trovare una stabilità emotiva e professionale. Sa che non è giusto cambiare così spesso idea e trascinare con sé le persone che le stanno accanto. Ma le sue decisioni non sono frutto di cattiveria, bensì di un disagio molto più radicato che scomoda il rapporto degli individui con la società. Julie si sente la persona peggiore mondo perché, diversamente dai suoi coetanei, non ha ancora raggiunto i traguardi che la società impone alle persone di raggiungere entro i trent’anni. È come se fosse arrivata tardi alla scadenza, come se fosse fuori tempo massimo per realizzare qualcosa nella sua vita.
È un film molto introspettivo, che però non giudica e non emette sentenze. La bravura del regista sta nell’approcciarsi all’irrequietudine della protagonista con tatto e intelligenza tracciando, attraverso il racconto di una singola storia, il ritratto di una generazione che fatica a stare al passo con i tempi dettati dagli altri.







